Il governo italiano ha sospeso gli aiuti ai palestinesi

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martedì 16 giugno 2026

Vannacci, ovvero le stesse sciocchezze che vi prometteva la Meloni, in un pacchettino nuovo


Dopodiché vabbe', parliamo pure di Vannacci. Come se fosse una sorpresa, come se non fosse un fenomeno prevedibile e previsto, come se non l'avessimo visto arrivare felpato come un Leopard1 cingolato in dismissione. 

Vannacci, sento dire, prende punti perché chi lo intervista in TV sbaglia a intervistarlo, beh certo voi sareste più bravi. Vannacci, sento dire, piglia soldi da Putin... boh, perché no, ma saranno i soldi decisivi? Sono tutte reazioni prevedibili e superficiali. Vannacci non è un personaggio (cioè lo è, ma la parte personaggio è la meno interessante), Vannacci è una reazione quasi obbligata di un sistema mediatico-industriale che già un paio d'anni fa cominciava a porsi il problema: come recupereremo al voto i delusi daa Meloni? Perché delusi ce ne saranno, era chiaro a settembre '22. Da questo punto di vista la proposta di Vannacci rivela una sconfortante mancanza di fantasia: si tratta esattamente della stessa robaccia che aa Meloni poteva vendere fino a settembre '22. La "remigrazione" tre anni fa si chiamava ancora "rimpatrio": a chi la venderanno, la stessa sòla di quattro anni fa con un pacchetto nuovo? Agli stessi elettori.  

Il sistema mediatico-industriale di cui sopra possiede organi d'informazione sui quali magari qualcuno scrive ancora che le elezioni si vincono al centro, che è necessario conquistare il centro moderato con proposte centriste e moderate, dando tantissimo spazio all'ultimo progetto di aggregazione centrista e moderato che a differenza di tutti i partitini centristi personali del passato, cambierà davvero lo scenario politico – ok, questo è il pastone industriale che vi servono. Chi due calcoli li sa fare davvero sa benissimo che no, le elezioni non si vincono affatto al centro, ma ai bordi: che i bacini elettorali interessanti non oscillano al centro da un partito all'altro, ma agli estremi: dal partito di riferimento all'astensione. L'elettore daa Meloni non voterà mai centrosinistra, neanche se metti la Picierno nuda sui cubi a promettere di abolire l'ICI sulle seconde case: quando aa Meloni lo delude, smette di votare. A meno che non si trovi un altra proposta un po' più estrema daa Meloni, che non abbia ancora deluso (semplicemente perché non ha ancora governato). Insomma, chi due calcoli li sa fare li ha già fatti e ha già trovato, un paio d'anni fa, il personaggio adatto – o il meno disadatto che è riuscito a recuperare. Ed ecco che dal nulla spunta 'sto tizio con un libro autoprodotto in top ten, cosa che a un gruppo industriale costa molto meno di quanto possa sembrare da fuori. Cosa promette? Le stesse promesse da marinaio daa Meloni, con qualche etichetta nuova, per gli stessi fresconi. 

Ora, non è che io possa escludere a priori che un calcolo del genere possa essere stato fatto all'ombra del Cremlino, e però entia non sunt multiplicanda, nel senso: c'è davvero bisogno di arrivare fino al Cremlino per trovare gruppi di potere che hanno tutto l'interesse a tenere il centrodestra al governo anche per la prossima legislatura? Cerchiamo di non fare l'errore che facevano tanti antiberlusconiani, cioè pensare che Berlusconi si conquistasse le popolarità facendosi intervistare dai suoi giornalisti (Berlusconi ai talk non ci andava quasi mai). Berlusconi, anche lui, prima di essere un personaggio era un progetto politico: la tv la usava per prepararsi al terreno, usando le dirette del pomeriggio per calcare su determinati temi (ad es. la microcriminalità) costruendo un frame che lo inquadrava come necessario salvatore del popolo. Se ora sta succedendo la stessa cosa, se dai talk risulta di nuovo un'invasione di islamisti minacciosi, se improvvisamente a fare notizia è l'emergenza terroristica costituita da un coro di bambini in una scuola che grida "Free Palestine", tutto questo non succede né per caso, né perché Putin stia pagando i direttori del Giornale, di Libero, del Tempo, della Verità. 

Cioè lo sapete benissimo chi paga i direttori del Giornale, di Libero, del Tempo, della Verità. La campagna a Vannacci la stanno facendo loro (e i talk della Mediaset), non Lilli Gruber. Se un indomani troveremo qualche città nella situazione di Belfast, prima di incolpare il Cremlino, cominciamo a guardarci intorno: a notare chi semina il vento e incassa percentuali su ogni tempesta. Non perché il Cremlino non vada espugnato, davvero, se si trovasse un sistema non avrei obiezioni: ma perché è davvero troppo comodo attribuirgli responsabilità che altrimenti dovreste localizzare presso chi vi sta pagando in questo momento – e capisco quanto possa essere lacerante.

Detto questo, a chi sta cercando di dimostrare che a Vannacci non bisogna rispondere nel modo X ma nel modo Y, vorrei ricordare che non stiamo giocando a scacchi, ma al massimo a Monopoli: e i nostri avversari hanno iniziato a giocare con gli alberghi già piazzati nelle caselle migliori. Berlusconi era un genio della comunicazione? Bof, magari qualche buona idea l'aveva, ma soprattutto possedeva i mezzi della diffusione del consenso – e ha passato trent'anni a fare la guerra a chi gliene voleva togliere alcuni. Vannacci è un genio? Ma dai. Vannacci è la dimostrazione che chiunque può fare politica in Italia, se gli Angelucci e i Berlusconi decidono di dargli spazio (e Cairo dopo un po' si allinea). Io se dovessi replicare a chi parla di remigrazione, suggerirei di parlare meno e di recarsi alla buon ora in qualche piantagione di pomodori, perché il dumping salariale non si combatte con le chiacchiere. E poi sì, chi propone di remigrare la manodopera non specializzata ha in mente per i suoi figli un futuro da bracciante, questo dovrebbe essere chiaro. È una risposta che funziona? Sicuramente no. Ma se andasse a reti unificate e in prima pagina sul Tempo, sul Giornale, sul Libero... no, forse non funzionerebbe lo stesso. Anche Vannacci, non è detto che debba funzionare così bene. La gente non è stupida. Non troppo, non tutta, non sempre. 

mercoledì 12 febbraio 2025

Il pellegrino ignoto

12 febbraio: San Ludano (♱ 1202), straniero in terra straniera.

A furia di leggere storie di santi si impara a far la tara alle leggende, per cui la situazione me la immagino più o meno così: c'è un cadavere posato sotto un albero, sul sentiero che corre lungo il fiume e porta verso la città (Strasburgo). Il primo a trovarlo magari è un cacciatore di frodo che non ha troppa voglia di spiegare perché passava di lì, così magari informa in confessione un prete del villaggio di Nordhouse. Chi va a controllare, verifica che il tizio è stecchito da un po', probabilmente morto di ipotermia durante una notte troppo rigida.

Che sia uno straniero è evidente. Nel suo fagotto c'è qualche oggetto personale che lascia intendere che si tratti di un pellegrino di ritorno dai luoghi santi, oltre a un cartiglio che con qualche fatica il prete riesce a decifrare, una specie di documento che lo permette di identificare come "Ludano figlio del nobile Iteboldo, capo degli Scoti": caso risolto. Sempre che il prete non si sia inventato tutto lì per lì non volendo confessare che il cartiglio è incomprensibile: gli Scoti in effetti nessuno sa bene dove stiano, certo troppo lontani per invitarli a un funerale che anzi bisogna sbrigare in fretta. 

Siamo in una cittadina alsaziana all'inizio del tredicesimo secolo e il cadavere di un pellegrino è un avvenimento, ma anche qualcosa che viene percepito come profondamente ingiusto: morire lontani dai propri cari che mai sapranno che hai ottenuto una grazia per loro, in mezzo a gente che non saprebbe pronunciare il tuo nome e potrebbe non ricordarsi di te nelle preghiere. D'altro canto un pellegrinaggio ha un senso proprio perché è un viaggio lungo e periglioso: Ludano probabilmente stava tornando da Roma, dove forse aveva ottenuto un'indulgenza per sé. Il parroco decide di seppellirlo in chiesa: in fondo molti peccati nel tragitto a piedi da Roma non poteva averli fatti. Rimasto senza una famiglia, Ludano viene adottato da tutta la comunità e col tempo comincia a essere considerato un santo, una specie di pellegrino ignoto. 

La sua storia, tanto semplice, subisce il trattamento di altre leggende di santi che per mantenere l'attenzione dovevano contenere un minimo di prodigi: così alla morte di Ludano si racconta che le campane di Nordhouse e dintorni avrebbero iniziato autonomamente a scampanellare e non avrebbero smesso finché Ludano non fosse stato sepolto. Anche il procedimento con cui viene scelta la chiesa in cui seppellirlo (a Nordhouse ce n'erano due)  è un luogo comune delle leggende di santi: i resti vengono messi su un carretto attaccato a un cavallo non domato, che si avvia rapidamente verso la chiesa di San Giorgio e si ferma lì. 

Ma soprattutto bisogna confortare i fedeli sulla santità di Ludano, che è pur morto senza ricevere i sacramenti: perciò viene raccontato che nell'ultima sua notte Ludano, dopo aver compreso che stava per morire, avrebbe pregato il Signore di ricevere un'ultima volta l'eucarestia: la preghiera sarebbe stata esaudita tramite l'invio di un angelo. Tutto questo sarebbe accaduto in assenza di testimoni, ma l'anonimo autore della storia non si preoccupa troppo del dettaglio: l'importante è confermare che Ludano è morto santamente ed è degno del culto che gli viene tributato. Fondamentale è anche il dettaglio del profumo: i cadaveri dei santi non puzzano, bensì emettono una fragranza che chiarisce il legittimo dubbio di chi li trova e deve decidere se seppellirli in terra consacrata. 

Può darsi che Ludano non si chiamasse Ludano, che non fosse il figlio di Iteboldo e non venisse da Roma. Ma riposa a Nordhouse, e ci ricorda che in mancanza di prove ogni migrante è un santo. Se solo ce ne ricordassimo, ogni tanto, prima di trovarli cadaveri. 

domenica 22 dicembre 2024

Una cattolica in America

Lei è Cristiana Dell'Anna. 
22 dicembre: Santa Francesca "Saverio" Cabrini (1850-1917), missionaria italoamericana

Frequento una scuola cattolica, e per qualche motivo l'Arcidiocesi di cui facciamo parte ha deciso che era assolutamente necessario che noi vedessimo questo film, per cui ha prenotato un casino ("a shit ton") di cinema per più scolaresche. A quanto pare, tutto questo è stato pagato da una ricca famiglia cattolica che voleva davvero che andassimo a vedere il film, e in più sembra che dietro a tutto questo ci sia anche Angel Studios, la compagnia che lo ha prodotto. Penso che abbia a che fare con il fatto che vogliono che i loro investitori credano che questo tipo di film abbia successo, quindi immagino che forzare un sacco di scuole cattoliche a portare i loro studenti al cinema aiuti in questo senso. Onestamente, non sono sicuro di come funzioni tutto ciò, è solo quello che ho sentito da varie fonti. (La seconda "più popolare" recensione di Cabrini su Letterboxd). 

Malgrado questo e altri sforzi distributivi, Cabrini è stato un fiasco al botteghino. Un po' mi dispiace, anche se trovavo inquietante l'idea che il regista del film più cospirazionista degli ultimi anni avesse deciso di dedicare un biopic alla patrona degli emigranti italiani (e dei migranti in generale). Diciamo che se avesse avuto un successo paragonabile a quello di A Sound of Freedom, avrebbe fatto notizia anche in Italia, dove Santa Francesca Cabrini è tuttora un'illustre semisconosciuta. A quel punto magari il film sarebbe stato distribuito seriamente anche da noi, e non soltanto qua e là per tre miseri giorni d'ottobre. E forse sarei riuscito a vederlo, ehm, legalmente, scoprendo se si tratta di un buon film o di una puttanata intercontinentale; perché se le recensioni americane sono migliori di quanto ci si aspetterebbe, bisogna sempre ricordare che per loro un film agiografico è una novità, probabilmente non conoscono Luigi Magni e potrebbero essersi anche dimenticati di Zeffirelli o Liliana Cavani. Ma soprattutto non si sono fatti gli ossi con le fiction di Lux Vide. Così magari approfittando del film avrei finalmente trovato l'ispirazione per il pezzo su Santa Francesca Saverio che ogni tanto qualcuno mi chiede di scrivere (una frase, mi rendo conto, molto blog-anni-zero: però davvero, in tanti anni, due o tre persone me l'hanno chiesto. Un numero infinitamente superiore a quelli che mi hanno preteso un pezzo su San Michea). 

E invece no. La santa dei migranti (che è anche la prima santa statunitense) ha dimostrato nell'occasione di non avere lo stesso appeal della cospirazione pedofila di Sound of Freedom, della mitomania del veterano di American Sniper, o del Gesù splatter di Passion of the Christ. Evoco questi tre titoli perché erano probabilmente i tre argomenti che rendevano plausibile la sfida produttiva di Cabrini; film che hanno avuto uno spaventoso successo ai botteghini proprio perché pensati per un pubblico diverso, al di fuori dei circuiti abituali della distribuzione; gente che al cinema non ci va mai, al punto che in certi casi la distribuzione deve affittare le corriere, come se si trattasse di un pellegrinaggio – ecco, questi film sono paragonabili a pellegrinaggi postmoderni, e se i primi tre erano rivolti soprattutto a un pubblico bianco e protestante, Cabrini guardava appunto al bacino inesplorato delle comunità cattoliche. Alcune scuole, come si legge sopra, devono aver risposto all'appello: ma non è stato sufficiente 

Per quanto riguarda le mie impressioni su questo film, era tutto sommato accettabile. Hanno stipato tutta la mia classe in una sala, quindi mi aspettavo fosse un caos, ma a parte un ragazzo che ha portato un altoparlante e ha suonato dei suoni divertenti di tanto in tanto, non è andata male. Non penso che Cabrini fosse brutto, ma non mi ha colpito particolarmente. Ha chiaramente un messaggio importante da trasmettere, ma nella pratica non risulta così. Inoltre, qualsiasi film che devo vedere per scuola automaticamente mi rende meno interessato, purtroppo.

Francesca Saverio è un personaggio enorme. Ancora prima di sbarcare in America, e non aveva quarant'anni, aveva già combinato abbastanza per passare alla Storia, almeno come fondatrice del primo ordine femminile missionario. L'idea fissa intorno a cui girava sin da bambina era la conquista cristiana della Cina, proprio come l'inquieto gesuita da cui aveva preso il nome. Il vescovo di Piacenza la dirotta verso New York, dove sbarca la prima volta nel 1889, in un momento in cui le prime ondate di immigrati dall'Italia sono confinate al livello più infimo della catena alimentare, guardati con diffidenza anche dalla diocesi cattolica, saldamente in mano alla comunità irlandese. Nel giro di pochi anni Francesca riesce ad accreditarsi come il volto umano della comunità. Dietro all'apparenza ascetica conferitale dalla tubercolosi c'è una grande lavoratrice e organizzatrice. Se gli italiani vedono in lei un'emissaria della carità, gli anglosassoni ne ammirano le capacità imprenditoriali: credo sia l'unica santa di cui si racconta che sia morta alla scrivania, come un vero businessman (eppure morì di malaria, una malattia così italiana ai tempi). Il film in effetti è stato finanziato, tra l'altro, da un milionario della Pennsylvania, J. Eustace Wolfington, che considera la Cabrini la sua grande ispiratrice: non certo in quanto suora, ma in quanto imprenditrice. "Volevano farne una favola, ma io dovevo realizzare un film migliore. Dovevo catturare chi era lei davvero, una donna che non accettava un 'no' come risposta, neanche dal papa, né dall'arcivescovo, né dal sindaco di New York o dal presidente del senato in Italia. Non c'era bisogno di mostrarla mentre predicava e pregava, perché la sua vita è il vero sermone". Ecco, questo mi interessava del film: capire se l'ideologia degli investitori protestanti era riuscita a snaturare la vita di una missionaria cattolica con una spiccata vocazione assistenziale. 

Se ogni santo somiglia a un precedente e a un successivo, Francesca Cabrini ha tutte le carte per essere considerata il precedente ottocentesco di Teresa di Calcutta: una piccola donna di fragile salute, che davanti a un continente intero di sofferenza non si perde d'animo e comincia a colonizzarlo fondando conventi su conventi, diventando un personaggio mitico e santificato già in vita. 

Si tratta di un precedente molto più epico e avventuroso perché alla fine per Teresa i poveri della terra erano a portata di aeroplano, mentre la Cabrini per raggiungerli in America dovette attraversare l'oceano in transatlantico una ventina di volte, attraversare le Ande a dorso di mulo, ecc. E se il culto di Teresa si è sviluppato in un secolo scettico, davanti a osservatori disposti a mettere in discussione le sue imprese, nel caso di Francesca Cabrini, e in generale di tutti i santi/benefattori ottocenteschi, è veramente difficile riuscire a filtrare qualcosa di oggettivo da tutti i resoconti biografici che per partito preso non potevano parlarne che bene. Quel che sembra di capire è che con la Cabrini la Chiesa cattolica accetta finalmente che le donne possono fare le missionarie, muoversi in un mondo da evangelizzare senza perdere la rispettabilità; magari un po' tardi rispetto a una società in evoluzione, ma giusto in tempo per assumere un ruolo fondamentale nella società delle nuove metropoli americane, dove il Welfare State è perlopiù demandato alla beneficenza dei ricchi, al buon cuore dei pochi che ce l'hanno fatta e non si dimenticano della miseria su cui poggiano le proprie radici. Servono intermediari affidabili tra milionari e poveracci, gente al di sopra di ogni sospetto in grado di percepire donazioni e lasciti e ridistribuirli in modo efficace: le suore missionarie del Sacro Cuore svolgono questa funzione necessaria e diventano un punto di riferimento di tutte le comunità italoamericane. Ai poveri parlano in italiano, ma sono disponibili a insegnare ai loro figli l'inglese. Morta nel 1917, viene beatificata quasi subito ed entra nel calendario già nel 1946: e siccome nel 1909 aveva ottenuto la cittadinanza USA, è anche la prima santa statunitense.

Non è difficile capire perché una santa italiana così importante in America non abbia mai 'forato' qui in patria; la sua leggenda dal 1889 in poi attraversa una delle pagine più imbarazzanti della nostra Storia: quella in cui i migranti eravamo noi, brutti, sporchi e criminali. Oggi la Cabrini viaggerebbe sulle navi che Salvini ordinava di speronare. Ma perché uso il condizionale. Oggi la Cabrini viaggia sulle navi che Salvini ordina di non soccorrere. 

lunedì 6 marzo 2023

Affogarne 60 per educarne un miliardo

Non ci paga nessuno per discuterne, e quindi tanto vale essere franchi: riguardo ai migranti, non c'è un governo italiano che non abbia le mani insanguinate, perlomeno da Berlusconi in poi. Alcuni hanno avuto il relativo merito di trattare la situazione come una crisi umanitaria – il che non significa che non abbiano commesso negligenze imperdonabili. Altri hanno deliberatamente lasciato annegare migliaia di persone, mentre cercavano di coprire le loro responsabilità sviluppando teorie del complotto risibili (i "taxi del mare"); quello che è successo insomma a Cutro, e tra breve succederà altrove, non è niente di nuovo: possiamo dire che il governo Meloni ha dimostrato, nel frangente, una determinazione criminale, ma non diversa da quella mantenuta ad esempio ai tempi di Minniti. Quello che sorprende, nella tragedia di Cutro, quello che ci costringe a collegare i morti annegati al voto dello scorso settembre, è la specifica assurdità dell'episodio: non il fatto che siano morti, ma che siano morti a duecento metri dalla terraferma, a poche ore da un avviso di Frontex e mentre le imbarcazioni più adatte al soccorso restavano al molo. Tutto questo può anche essere successo a causa di una terribile coincidenza di eventi – vedremo cosa ne penserà la magistratura – ma non si può escludere che c'entri la profonda insipienza di alcuni elementi della catena di comando che fino a settembre magari facevano altro, anche se è difficile immaginare che altro fossero in grado di fare. 

2/12/2022

Il fatto nuovo, insomma, non è che si lascino annegare i migranti: è da molti anni che lo facciamo. Ma non in modo così smaccato, non a così pochi metri dalle nostre spiagge: bisogna essere stupidi per ammazzarli così e a quanto pare lo siamo diventati. Siamo probabilmente passati dalla fase in cui i governanti raccontavano sciocchezze per giustificare i nostri crimini (il "pull factor"), alla fase in cui nuovi governanti, persino più ingenui dei precedenti, credono a quel tipo di sciocchezze. Vent'anni di giornaletti fascisti scritti da mestatori fatti passare per giornalisti controcorrente hanno creato quel tipo di politico che probabilmente crede davvero che gli aspiranti migranti s'informino prima di partire su che tipo di governo esiste in Italia: se c'è al governo la "sinistra immigrazionista" corrono subito a fare le valigie; se invece vince aa Meloni subito cominciano a passarsi la voce sui loro smartphone (visto che hanno tutti lo smartphone): eh no, quella è tosta, meglio restare sotto le macerie di un bombardamento o di un terremoto od ovunque ci troviamo. 

Siccome poi qualcuno recalcitra, siccome qualcuno ormai magari è già a metà strada e va dissuaso finché è in tempo, occorrono lezioni esemplari: in fondo una volta ammesso che possa esistere un pull factor, non si può che giungere alla conclusione che esso possa essere contrastato da un non-pull factor, ad esempio dalla notizia di una strage così vicina alle nostre coste. Un avviso a tutti i poveri del mondo: lasciateci perdere, siamo degli animali, potreste naufragare a cento metri dalle nostre spiagge e non faremmo nulla per salvarvi, è chiaro? Affogarne sessanta per educarne un miliardo, probabilmente ai piani alti la pensano così.

Cioè, "pensano" è una grossa parola. Non hanno la percezione della quantità, vivono in un mondo immaginario dai confini elastici. Scambiano l'Africa per un cortile, il Mediterraneo per un oceano, lo straniero è un alieno ostile che però ragiona esattamente come un lettore di Libero, se possiamo definirlo ragionare. Vogliono soluzioni semplici, il che richiede problemi semplici: la pressione demografica mondiale non lo è, e quindi smette di essere un problema, insieme alle cause che la determinano. Ci sono solo migliaia di persone che hanno voglia di venire da noi, ma se gli mostriamo che siamo degli animali spietati e incivili vedrai che la voglia gli passa.

lunedì 16 luglio 2018

Storia di un finto povero

17 luglio – Sant'Alessio (V secolo), povero di rango

Lo trovarono secco nel sottoscala, il mendicante, nella casa del patrizio che diciassette anni prima gli aveva dato riparo. "Anche mio figlio, come te, è in giro per il mondo", gli aveva detto: "ovunque sia, prego che un altro padre gli dia un tetto e un giaciglio per dormire". Quando l'ospite morì, e furono per raccogliere dal pavimento le sue ossa irrigidite, si accorsero che la mano stringeva un cartiglio, e che c'era scritto qualcosa; ma non si riusciva a leggere, il morto non mollava la pergamena.

Ci provarono i medici ad aprirgli la mano, i pompieri e i pretoriani, ormai era diventata una specie di sfida. Alla fine chiamarono gli imperatori Arcadio e Onorio, tutti e due, perché l'autore della leggenda probabilmente non era sicuro su quale imperasse a Roma e quale a Costantinopoli; e in effetti probabilmente all'inizio la storia era ambientata nella nuova Roma sul Bosforo, ma poi un copista si confuse, probabilmente un locale, sai come la pensano: di Roma ce n'è una sola, hai voglia a spiegare che ce ne sono almeno tre. In una versione successiva interviene il Papa direttamente, così è chiaro in quale Roma siamo. Dunque ecco arriva il Papa in questo palazzo sull'Aventino, ah ma quindi è in questa casa che dormiva quel sant'uomo del mendicante? Gli volevano tutti tanto bene. Cos'avete detto che ha nella mano? Un cartiglio? Ecco qui (la mano morta si apre senza fatica). C'è scritto... c'è scritto che si chiama Alessio e che ringrazia suo padre per l'ospitalità.

Al padrone di casa si ferma il cuore.

Il papa all'improvviso si rammenta. "Ma tu avevi un figlio che si chiamava Alessio, no? Quello che mollò la fidanzata davanti all'altare, quando fu? Trent'anni fa? Ma non se n'era andato per il mondo?"

"Alessio, figlio mio".

"Vuoi dire che per tutto questo tempo non l'hai riconosciuto?"

"Figlio mio!"

"Anche lui però poteva dirti qualcosa, eh".

Di tutti i santi del calendario, Alessio è forse quello che capisco meno. Tutti i suoi atti di eroica santità, ai miei occhi di abitante del 21esimo secolo, mi sembrano un mix indigeribile di ingenuità e stronzaggine. Mollare la sposa all'ultimo momento perché Dio è più importante, ok, può succedere a tutti di cambiare idea all'ultimo momento, per fortuna lei ti capisce, condivide la tua scelta di castità e si fa monaca, a questo punto perché non dovresti farti monaco anche tu? No, tu te ne scappi via, posso capire anche questo. Decidi di dare tutto quello che possiedi ai poveri, molto giusto, salvo che sei andato via senza un soldo e quindi sei povero anche tu: se fossi rimasto a casa dei tuoi almeno avresti avuto a disposizione un budget da destinare in imprese benefiche, microcredito eccetera, e invece niente: vuoi combattere la povertà con la povertà, una di quelle cose omeopatiche. Ti è mai venuto in mente che invece potevi metterti a lavorare? In fondo sei un giovane sano, puoi benissimo trovarti un mestiere e poi elargire elemosine a tutti i poveri che incontri, il Vangelo si rispetta anche così – eh, no, dopotutto sei un patrizio romano, o campi nel lusso o fai l'elemosina, ma lavorare è fuori discussione.

Anonimo, Ritrovamento del corpo di sant'Alessio,
XVIII secolo
A un angolo di strada di Edessa di Siria, dove potrebbe stazionare un povero vero, uno che ha problemi seri, un cieco, uno storpio, un lebbroso ci vai tu che per affettare la miseria non ti lavi per anni; e l'espediente funziona, la gente ti annusa e caccia i pezzi d'argento, che poi nottetempo tu dividi davvero coi poveri, e vabbe', se questo è il posto che ti sei trovato nel mondo buon per te; ma a quel punto che fai? Decidi di tornare a Roma. La nostalgia, posso capire. ma incontri tuo padre e non gli dici chi sei. Ti fai ospitare 17 anni da tuo padre, tuo padre che è in pensiero per te e si torce il cuore all'idea che tu sei in giro per il vasto mondo senza un soldo ed è sicuramente colpa sua, è stato il padre peggiore del mondo, se solo potesse avere una seconda possibilità, e tu stai lì per 17 anni e questa seconda possibilità non gliela dai.

E va bene, chi sono io per giudicare, son tre giorni che non telefono ai miei. Però alla fine prima di morire glielo scrivi sul cartiglio, così fa ancora in tempo a guastarsi la vecchiaia dal rimorso che non ti ha riconosciuto – eh no vabbe' ma allora vaffanculo, Sant'Alessio, sei la leggenda di santi più stronza che conosco. Talmente stronzo che sembri vero. Cioè qui non parliamo di draghi che rapiscono fanciulle o dormienti in una grotta o martiri che accarezzano i leoni; qui c'è un hippy di buona famiglia che sembra stato ritratto l'altro ieri. Figurati se non ce n'è stato almeno uno a Roma o Costantinopoli od ovunque, figurati se in mille anni non è mai successo che un giovinastro mollasse la famiglia per fare il barbone, in teoria in giro per il mondo ma ben presto a pochi metri dalla casa dei genitori. I quali magari a un certo punto si erano impietositi e lo ospitavano pure nella mansarda a uso foresteria, magari fingendo di non riconoscerlo perché il ragazzo ha un suo distorto senso della dignità, che non gli impedisce di chiedere scusa a mamma e papà ma non di chiedere moneta sotto il loro portico di casa. Magari ce n'è stato uno sia a Edessa che a Bisanzio che a Roma, che si svegliavano presto senza mettere a posto la cameretta e uscivano in strada a mendicare, e alla fine che gli vuoi dire? Dopo un po' sei parte del paesaggio urbano, il giorno che non ti vedono sulla panchina si preoccupano.

Nausicaa s'imbatte sulla spiaggia in un migrante economico.
La leggenda di Sant'Alessio, che io trovo tanto stronza, era una delle più popolari nell'Alto Medioevo. Serviva probabilmente a spiegare che in ogni mendicante ci potrebbe essere un principe, e quindi come tale va trattato; o anche più di un principe: un figlio nostro. Nei tempi in cui capitava a tutti di aver figli in giro per il mondo, su barchette sospesa sui flutti del Mediterraneo o intruppati in qualche legione a portare la pace dove ancora non la sapevano apprezzare; ma ovunque si fossero perduti, avrebbero potuto contare sull'ospitalità, che è la legge più antica. E che ci riguarda tutti, uomini di terra o di mare: se qualcuno è senza tetto, è figlio nostro. Anche se non fosse mai esistito un Alessio, a un certo punto la leggenda ne produsse almeno uno: il primo che mi viene in mente è San Benedetto Labre, un ragazzo francese che nel Settecento arrivò a Roma a piedi senza lavarsi mai, la sua Vita sembra un servizio di Chi l'ha visto. I romani lo presero in simpatia, decisero che era un santo e che faceva i miracoli. Si vede che sotto i pidocchi era un bel ragazzo, ma in un certo senso aveva il terreno preparato dalla storia di Sant'Alessio. Ma io lo so cosa state pensando, voi tre che siete arrivati fin qui (continua sul Post).

martedì 3 luglio 2018

La guerra di Salvini contro le ONG (e l'umanità)

[Questo pezzo è uscito lunedì su TheVision ed era stato scritto qualche giorno e duecento morti annegati prima].


Matteo Salvini non sopporta le ONG. "Non toccheranno più un porto italiano", ha annunciato martedì scorso a un convegno di Confartigianato (che forse aveva altre priorità). Non che la cosa abbia molta importanza: in una sola settimana di giugno sono sbarcati più di duemila migranti, di cui appena duecento passati per una nave di ONG. Ecco, quei duecento per Salvini sono uno scandalo, una macchia insopportabile nel uso curriculum di Ruspa Umana. Quanto agli altri 1800, possono accomodarsi: non fanno neanche notizia. Mentre la Lifeline rimaneva bloccata al largo di Malta con 234 migranti, la Maersk ne sbarcava tranquillamente 108 a Pozzallo – ma la Lifeline è la nave di una ONG tedesca, la Maersk è un cargo mercantile: nessuno l'accuserà nemmeno velatamente di trescare con gli scafisti.

È come se gli unici migranti che preoccupano Salvini fossero quelli a cui capita di essere soccorsi dalle ONG. Ricordate l'Aquarius, coi suoi 630 migranti? Dovette affrontare una tempesta e riparare in Spagna, mentre Capitan Ruspa mostrava i muscoli in campagna elettorale twittando #ChiudiamoIPorti; nel frattempo la Guardia Costiera sbarcava 932 migranti a Catania senza che né Salvini né Toninelli trovassero nulla da ridire: insomma i porti sono "chiusi" soltanto per le ONG, e siccome le ONG soccorrono soltanto una piccola parte dei dispersi in mare, i porti sono "chiusi" solo per chi si beve gli hashtag di Salvini. Allontanare le ONG dai porti italiani gli consente di cantare #Vittoria per un'altra mezza giornata, ma non ha nessun effetto misurabile sul fenomeno migratorio: se le navi non governative non possono attraccare da noi, possono pur sempre chiedere soccorso ad altre navi. Che non glielo rifiuteranno.

Il comandante della Guardia Costiera al proposito è molto chiaro: "Abbiamo risposto sempre, sempre rispondiamo e sempre risponderemo a ogni chiamata di soccorso perché è un obbligo giuridico, ma prima ancora morale". È la legge del mare: i naufraghi si soccorrono. Che se ne faccia carico un'ONG o la Guardia Costiera, non fa differenza. O meglio, una differenza c'è, che anche l'elettore salviniano dovrebbe apprezzare: la Guardia Costiera la paghiamo noi. Con le nostre tasse. Ogni litro di carburante, ogni ora di straordinario dell'equipaggio. Le ONG invece si finanziano da sole, senza nulla pretendere dal contribuente italiano. Salvano vite senza chiederci un soldo: questa cosa Matteo Salvini non la sopporta. Piuttosto di fare attraccare l'Aquarius in Italia, preferisce buttar via i nostri soldi facendola scortare dalla Guardia Costiera fino a Valencia. Perché? Storia lunga. C'entra uno youtuber, un libro Mondadori e forse anche un po' Putin (ma non ha senso dare tutta la colpa a Putin).

Prima di raccontarla, fissiamo alcuni punti: le migrazioni nel Mediterraneo non sono un'emergenza (anzi negli ultimi mesi il numero dei migranti è bruscamente calato), ma un processo storico. Non è cominciato a causa del malvaggio Piddì, e non finirà perché Salvini fa la voce grossa con gli interlocutori più piccoli, la minuscola Malta e le minuscole ONG. Né le navi delle ONG, per quanto volonterose, possono essere ritenute responsabili del fenomeno, che non si è intensificato da quando sono in mare. Inoltre a tutt'oggi non risulta che siano colluse con gli scafisti. Probabilmente negli ultimi mesi avete sentito dire il contrario. Da Salvini, che le ha definite "vicescafisti", o da Marco Travaglio, che anche martedì su Carta Bianca parlava di una "collaborazione di fatto" tra scafisti e operatori ONG. È almeno da un anno che ne parla, ma martedì ha precisato che non sta parlando di reati, e che non si aspetta che le indagini "arrestino o colpevolizzino" le ONG. Ne ha parlato molto anche il procuratore di Catania, Zuccaro, anche se confrontando le sue dichiarazioni sembra evidente che col tempo ha corretto il tiro: all'inizio diceva di avere delle prove, ma già da un anno sta parlando di "ipotesi di lavoro". Ultimamente nelle interviste preferisce parlare di reti criminali basate in Africa: non sempre i titolisti se ne accorgono.

Nel frattempo però la procura di Palermo ha archiviato le indagini su due ONG, Sea Watch e Proactiva. La sentenza è importante perché ribadisce che secondo le convenzioni internazionali "le azioni di soccorso non si esauriscono nel mero recupero in mare ma devono completarsi e concludersi con lo sbarco in luogo sicuro": se la Libia non lo è, e Malta non sempre collabora, le navi delle ONG hanno tutto il diritto di attraccare in un porto italiano – o perlomeno non commettono un reato provandoci. Sì, c'è una sentenza di un tribunale italiano che dà ragione alle ONG e torto a Salvini e Toninelli (Continua su TheVision).



Per la Proactiva non è nemmeno il primo risultato positivo: già in marzo era caduta un’accusa di associazione per delinquere. L’equipaggio si era rifiutato di consegnare i migranti alla cosiddetta Guardia Costiera libica, e li aveva fatti sbarcare a Pozzallo. Ma il caso più interessante – e ancora aperto – rimane quello della nave Iuventa, proprietà dell’Ong tedesca Jugend Rettet, tuttora sotto sequestro e indagata dalla procura di Trapani. Non solo per la gravità delle accuse (la Iuventa si sarebbe fatta consegnare i migranti direttamente dagli scafisti, che addirittura avrebbero recuperato i gommoni), ma per la modalità con cui sono state prodotte le prove: su un’altra nave non governativa presente in quel settore, la Von Hestia, c’era un agente sotto copertura del Servizio Centrale Operativo della polizia di Stato. L’agente era stato inviato dopo una segnalazione di due addetti alla sicurezza della nave, due ex poliziotti che avevano inviato un dossier anche a Salvini e Di Battista. Secondo quanto riferito dai rappresentanti della Jugend Rettet sarebbero legati a gruppi di estrema destra italiani. Le foto che sono state esibite però non sono la prova incontrovertibile che avrebbero dovuto essere: le intercettazioni incriminanti che Travaglio citava l’estate scorsa si prestano forse a diverse interpretazioni – lo stesso Travaglio, come si è visto, è diventato molto più prudente; la Jugend Rettet nel frattempo ha pubblicato un cospicuo contro-dossier in cui si difende da tutte le accuse. Ora che le altre inchieste sono state archiviate, il caso Iuventa diventa cruciale: è forse l’ultima possibilità di dimostrare che le Ong fanno parte di un complotto criminale per sostituire la popolazione europea – un complotto assai inefficace: al ritmo attuale servirebbero 200 anni.

D’altro canto, chi racconta falsità del genere non ha così bisogno di prove. Gli hashtag funzionano meglio. “Le navi delle #ONG si scordino l’#Italia, stop a #scafisti e mafiosi,” cinguettano gli account filosalviniani. Per ora non c’è una sola condanna a carico di una Ong. Non una. L’unica cosa che hanno fatto è stata salvare vite senza chiedere soldi al contribuente italiano. Ma se Salvini ha scelto di prendersela con loro, non è soltanto per quell’istinto da bullo che fa impazzire tanti suoi elettori. Al mondo siamo sette miliardi e mezzo, e aumentiamo; l’Italia è un ponte naturale tra il Nord ricco e il Sud in via di sviluppo. Salvini sembra abbastanza furbo da rendersi conto che contrastare i fenomeni migratori è come tappare una diga col dito. Ma se le migrazioni sono inevitabili, altrettanto inevitabile risulta la reazione xenofoba che scatenano nella popolazione impoverita: un’ondata pericolosa, ma che ben cavalcata ti può far vincere le elezioni. Bisogna però avere qualche ricetta pronta, almeno una serie di parole d’ordine facili da ripetere, e Salvini se le è procurate: #FlatTax, #NoEuro, #Ruspa, #Censimento, “Via le #ONG”. Basta convincere il tuo bacino di elettori che combattendo una manciata di organizzazioni non governative si contrasta in qualche modo l’immigrazione. Non è nemmeno necessario che anneghino più poveracci: l’importante è che a ripescarli non siano le Ong.

Per quanto balordo possa sembrare, il complotto mondiale delle Ong assolve a una necessità emotiva di molti italiani, non solo elettori di Lega e M5S. Di fronte a un fenomeno migratorio non particolarmente violento, ma che nei tempi medio-lunghi metterà comunque in discussione il nostro stile di vita, chi assume un atteggiamento di rifiuto non vorrebbe sempre sentirsi accusare di razzismo. Ed ecco che qualche giovane comunicatore ti svela che i veri colpevoli di questo complotto sono europei, sono ricchi e sono bianchi: è l’uovo di Colombo. Ora puoi rifiutare le migrazioni senza passare per xenofobo. Non ce l’hai con gli africani, anzi, vorresti tanto aiutarli a casa loro; ce l’hai con gli scafisti che li rapinano, con i vicescafisti che li supportano; con le cooperative sociali che li sfruttano – e se non riesci a rinunciare a un po’ di antisemitismo vecchio stile, puoi anche incolpare di tutto il grande burattinaio, il solito George Soros. Trasformare le Ong nell’obiettivo primario della propaganda leghista e sovranista è in effetti una mossa geniale per essere venuta in mente a uno youtuber che studia scienze della comunicazione. Eppure è così, prima che Luca Donadel pubblicasse il suo primo video in cui spiegava “Tutta la verità sui migranti”, nessuno se l’era presa con le Ong. Anche il libro di Mondadori che Donadel reclamizzava nel suo video, Profugopoli di Mario Giordano, si concentrava sugli abusi delle Cooperative Sociali che gestiscono l’accoglienza ai migranti sul territorio italiano, il cosiddetto “business dell’accoglienza”, ma non dedicava una sola pagina al ruolo delle Ong nel Mediterraneo. Il ragazzo che nel suo ultimo video attacca Saviano nella sua cameretta, in shorts, prendendo a pugni un cuscino, avrebbe davvero scoperto un argomento che prima in Italia non esisteva. Ma, curiosa coincidenza, esisteva in Russia. Come ha notato Andrea Vigani su Leftwing, la prima nazione europea a dichiarare guerra alle organizzazioni non governative è stata la Federazione Russa; seguita a ruota da Polonia, Ungheria, Repubblica Ceca e Slovacchia: le nazioni del gruppo di Visegrad. “In queste prime settimane non sono mancati ammiccamenti del governo italiano al gruppo di Visegrad. Si faccia attenzione perché la guerra alle Ong potrebbe essere un altro passo verso quel modello.”

Lunedì, su la Repubblica c’era un’intervista a un’attivista di una di quelle Ong che Travaglio definirebbe “buone”, quelle che rispettano il codice Minniti e che prima di salvare i naufraghi chiedono istruzioni al Centro di coordinamento. Si chiama Giulia Bertoni, ha 25 anni, studia alla Columbia University, per Salvini e seguaci un po’ filorussi è il bersaglio ideale. Il 18 giugno era di vedetta sulla Seefuchs della Sea Eye, quando ha sentito l’Sos di uno scafo con 120 persone nelle acque libiche, dove le Ong “buone” non dovrebbero entrare. La Seefuchs ha chiamato Roma, a Roma hanno detto di chiedere a Tripoli. Il giorno dopo le 120 persone erano scomparse e Giulia Bertoni non si dà pace. “Io, noi, avremmo dovuto disubbidire al capitano, al direttore della Ong che ci ha ordinato di allontanarci. Ci dovrebbero arrestare per aver ubbidito, per averli lasciati morire. Se volete arrestarci, arrestateci per questo. È come se dei pompieri si fermassero al semaforo di fronte a una casa in fiamme. Se fossimo stati dei privati, la legge del mare ci avrebbe obbligato a soccorrere.”

giovedì 26 ottobre 2017

Come costruire un ghetto (ti aiuta anche Gramellini)

Qualche giorno fa sono entrato in un bar e mentre addentavo un cornetto ho scoperto che il mio quartiere è un ghetto. C’era scritto sul giornale. Un ghetto.

Sono uscito a dare un’occhiata. Sembrava proprio lo stesso quartiere. Il parcheggio, la palestra, la chiesa dei frati, tutto regolare. Lo stadio, il sindacato, la bocciofila nell’ex macello, la discoteca dei ragazzini e proprio di fianco la scuola dai muri giallo canarino dove gli italiani sarebbero discriminati dagli… “extracomunitari”. Così diceva il giornale.

Non era un giornale locale. Era il Corriere della Sera. In prima pagina, Gramellini stava dicendo che la Cittadella di Modena - neanche un quartiere, in realtà, un riquadro di strade appena fuori dal Centro - è un ghetto “poco frequentato dai radical chic”. Il feticcio preferito dei giornalisti italiani, i “radical chic”, esistono dunque anche a Modena? Non ne sono così sicuro; ma nel caso senz’altro cercherebbero di iscrivere i figli al liceo qui davanti. Cosa sta succedendo? Perché un affermato giornalista su un quotidiano nazionale sta parlando male del mio angolo di strada - dove evidentemente non ha messo mai piede - e in particolare di... una scuola elementare?




A settembre una signora modenese si è resa conto che sua figlia era l’unica, nella sua classe seconda, ad avere un cognome italiano. La scoperta non deve essere stata così sorprendente: in prima due compagni avevano un cognome italiano, ma si sono trasferiti. La signora invece ha chiesto alla dirigenza di cambiare classe. La dirigenza, ovviamente, ha risposto di no. Dopo aver scritto al provveditorato, che non poteva non ribadire la scelta del dirigente, la signora si è rivolta alla stampa, destando l’attenzione del quotidiano locale, che tradizionalmente lancia allarmi sui lati più controversi dell’immigrazione.



Modena, in effetti, è una delle città d’Italia in cui vivono più immigrati. In certi quartieri più che in altri. Non è che tutto sia semplice, anzi: ma la criminalità negli anni non è aumentata. Può darsi che ci siano dei quartieri-ghetto a Modena – me ne vengono in mente un paio – ma non la Cittadella, davvero, con tutta la più buona volontà. (Quanto mi piacerebbe poter dire ai miei studenti «Ho preso la maturità linguistica in da ghetto»? Ma non è successo.)

Grazie alla stampa, la madre ottiene molta attenzione: viene intervistata da TgCom24, Agorà (Rai3), altri ancora, ma il risultato non cambia. Alla fine, allora, decide di spostare la bambina in un’altra scuola “dove gli extracomunitari,” ci spiega Gramellini, “sono sempre tanti, ma non più tutti. La scuola della discordia si difende ricordando che la metà dei bambini di quella classe è nata in Italia”.

Auguro alla bambina di trovarsi bene nella sua nuova classe. Non mi sento di biasimare sua madre, sul serio. Mi vengono in mente due o tre ottimi motivi per cui il dirigente non doveva soddisfare la sua richiesta, ma posso capire anche lei: ha lottato per la sua bambina che si è ritrovata in un contesto difficile. Al suo posto non avrei fatto lo stesso? Non lo so: quando ci sono i nostri bambini di mezzo non capiamo più niente.

Forse a metà degli anni Novanta, di fronte a una lista di appello con venti cognomi stranieri, avremmo dovuto immaginare un suk di bambini incapaci di parlare in italiano. Ma appunto: sono passati vent’anni. Nel 1997 ce n’erano già parecchi di stranieri, qui da noi. È tutta gente che già dieci anni fa era in grado di ottenere la cittadinanza. Se poi hanno fatto figli (a volte anche con i modenesi), non sono né extracomunitari né stranieri: sono bambini italiani figli di naturalizzati italiani. Sta succedendo ovunque in Italia, magari a Modena un po’ prima che altrove, ma sarebbe ora di rassegnarsi: una lista di venti cognomi stranieri non è una lista di venti bambini stranieri. La stessa mamma, nell’intervista rilasciata a TgCom24 ha ammesso che di bambini che non conoscevano l’italiano ce n’era solo uno. Uno.

E gli episodi che dovrebbero evocare un ambiente intollerante sono sì incresciosi, ma anche abbastanza diffusi in qualsiasi realtà scolastica: «Una volta una bimba è stata spinta per le scale, in un’altra occasione sono stati tagliati i capelli con le forbici a una bambina. È una classe molto difficile».

Gramellini ci ricorda che “la mamma marocchina di una di queste bimbe […] avrebbe istigato la figlia a maltrattare la piccola modenese”. Il condizionale è d’obbligo perché nessun giornale che ha riportato quest’accusa sembra essersi dato la pena di fare quello che normalmente fa un insegnante in un caso del genere: sentire l’altra campana. Di che tipo di maltrattamenti parliamo? Un episodio o tanti? Molestie fisiche o verbali? Avete mai sentito sui gradini della scuola un genitore dire “Se continua a dartene, dagliene indietro”? Io l’ho sentito da gente di ogni statura, colore, estrazione sociale.

Quella che Gramellini definisce “scuola della discordia” è un bell’istituto coi muri giallo canarino, un coro che a Natale è andato a cantare in piazza Grande e degli insegnanti che preferiscono non commentare. Senz’altro la quota di bambini di origine straniera è più alta della media; l’episodio almeno sarà servito a suscitare una discussione sui criteri adottati dal Comune per assegnare gli studenti alle scuole. Perché se da una parte dobbiamo accettare che i cognomi stranieri non significano più “extracomunitario”, dall’altro è evidente che qualcosa sia andato storto: a Modena ci sono scuole dove di cognomi stranieri ce n’è giusto un paio per classe. È un fenomeno ben noto a genitori e insegnanti: per accedere a certe scuole c’è una lista d’attesa, per altre no. Di solito i genitori più esigenti hanno un cognome italiano, e una delle esigenze più sentite – lo dico per esperienza – è proprio quella di evitare le classi con troppi cognomi non italiani.

È razzismo? È un vecchio ragionamento – cognome straniero = difficoltà linguistiche = abbassamento del livello della classe – che spesso condividono anche i penultimi arrivati, e che progressivamente si sta smontando, man mano che i millenial crescono e sempre più cognomi stranieri si diplomano con 100 e lode. È anche il risultato di un circolo virtuoso/vizioso: se tutti i genitori più esigenti si convincono che una scuola sia migliore delle altre, si metteranno in fila, e probabilmente la presenza di studenti più motivati migliorerà davvero quella scuola: studenti motivati, insegnanti contenti, lezioni interessanti, liste d’attesa ancora lunghe. Se solo si potesse evitare che nel frattempo in altre scuole rimanesse spazio soltanto per gli studenti provenienti da famiglie meno integrate, con insegnanti costretti a far fronte a problemi supplementari, da cui lo stress, lezioni più faticose, richieste di trasferimento, etc… Forse è quello che prevede la “Buona Scuola” quando si propone neanche troppo velatamente di mettere anche le scuole dell’obbligo in competizione tra loro. Forse anche Modena si sta avvicinando a quel modello dei film americani, dove se nel quartiere c’è una buona scuola gli immobili costano di più. Nel frattempo, se lavori in una scuola di un quartiere difficile, la tua unica speranza di invertire il circolo è darti da fare: coinvolgere i genitori, organizzare un coro, cercare di dare risalto a tutte le cose positive che ti succedono. Poi, un giorno, magari entri in un bar e mentre addenti un cornetto scopri che Gramellini sul Corriere dice che la tua è la “scuola della discordia”, e che il tuo quartiere è un ghetto.

C’è mai stato? Ha fatto delle indagini o si è fidato di quel che ha letto in giro? La tua scuola è così brutta? Il tuo quartiere è un ghetto? Gramellini senz’altro conosce la teoria delle finestre rotte: chissà se si è reso conto di aver appena lanciato un macigno assurdo, dall’alto della prima del Corriere su una piccola scuola di un piccolo quartiere che non frequenterà mai.

giovedì 5 ottobre 2017

Quanti marinai cingalesi servono per portare 8 ragazzi bianchi a salvare l'Europa?

Dopo vent'anni di lutto, finalmente la regina ha acconsentito a risposarsi. Ma proprio durante il banchetto di fidanzamento scoppia una rissa incresciosa: un mendicante trucida tutti gli invitati affermando di essere il vecchio re, tornato da un lunghissimo viaggio. Dice che ha conquistato una grande città (ma non porta con sé nessun bottino); che nel viaggio di ritorno ha sconfitto mostri, litigato con dèi, visitato il mondo dei morti, insomma era assente giustificato. Questo è più o meno quel che resta dell’Odissea se togli lo storytelling e lasci lo squallore.


Ho ripensato a Ulisse, e a quanto gli piaceva raccontarsela, quando l’altro giorno su Libero ho ritrovato Lorenzo Fiato e i suoi amici di Defend Europe. Era da un po’ che non ne sentivo parlare. Il loro profilo twitter è inattivo da un mese, c’era di che preoccuparsi. Fiato è un vero Ulisse del mediterraneo contemporaneo. Non ci credete? Sentite cosa scrive su Libero un tizio che non è Omero, ma si sta attrezzando:

“Hanno fermato gli scafisti, l'immigrazione clandestina e le Ong, e sono appena 8 ragazzi. Per questo li hanno definiti "pirati" o "fascisti" ma oggi l'equipaggio di Defend Europe può dirsi vincitore. A bordo della loro C -Star hanno svelato i lati oscuri e, forse, gli affari delle Organizzazioni non governative attive nel salvataggio dei migranti…”

Otto ragazzi, pensate. Otto giovani a bordo di una nave hanno “svelato i lati oscuri” delle ONG, e hanno vinto! (su TheVision c'è un pezzo mio, sottilmente intitolato LA NAVE ANTI-ONG DEFEND EUROPE È AFFONDATA IN UN MARE DI SFIGA). In effetti Fiato sembra reduce da una specie di tour: il 23 settembre era a Roma, il 24 a Lucca, il 30 a Volpago del Montello, sta viaggiando più adesso di quando era per mare. Anche Libero per quel che può gli aiuta a propagare la novella: il Mediterraneo era in mano ai subdoli scafisti e alle ONG, poi sono arrivati otto bravi ragazzi e adesso è tutto a posto. 


Allora mi è venuta la curiosità di sapere cos’era successo ai marinai cingalesi. 


Sì, perché su quella famosa nave C-Star che appena due mesi fa era ancora in giro per il Mediterraneo a ostacolare le ONG, li vero personale di bordo era costituito per lo più da marinai originari dello Sri Lanka. Lo sappiamo perché già a Suez, a inizio agosto, la loro presenza aveva creato qualche problema (a Cipro il capitano era stato fermato dalle autorità con l’accusa, pensate, di human trafficking, traffico di esseri umani!)


Ecco. Oggi che la missione è finita e gli otto ragazzi vanno in giro raccontando di aver salvato l’Europa, che ne è dei cingalesi?


Ho cercato un po’ e pare che si trovino nel porto di Barcellona, sempre a bordo della C-Star che non può attraccare e sbarcarli. Ogni tanto la Guardia Civile e la Croce Rossa catalana portano acqua dolce e provviste. I cingalesi hanno dichiarato la loro intenzione di tornare in Sri Lanka, ma per farlo dovrebbero scendere dalla nave e l’armatore non ha intenzione di pagare la tassa di sbarco. Così restano lì, fuori dal cono di luce dello storytelling.  E dire che senza di loro la C-Star non si sarebbe mossa da Gibuti, e l’Europa chi l’avrebbe difesa? Beh, probabilmente qualcun altro si sarebbe trovato, a un prezzo anche inferiore. Bengalesi battenti bandiera bhutaniana - si trova sempre qualcuno a questo mondo.


Ma forse è meglio che andiamo con ordine, noi che Omero decisamente non siamo. Cos’è la C-Star? Una nave battente bandiera mongola (sul serio), affittata da Defend Europe. Cos’è Defend Europe? Un’iniziativa di contrasto all’immigrazione promossa da Generazione Identitaria. Ah, ok, ehm… cos’è Generazione Identitaria? Il ramo italiano di un’associazione europea che è radicata soprattutto in Francia (perlomeno i corsi estivi li fanno laggiù); si dichiarano “apartitici” e vogliono difendere la nostra identità dagli immigrati, che evidentemente ne sono ghiotti. Qui si potrebbe anche ironizzare sul fatto che per difendere la nostra identità italiana Fiato e compagnia debbano andare a prendere lezioni estive in Francia; cioè persino la xenofobia ci siamo ridotti a importarla dall’estero, ma vabbe’. Qualche mese Defend Europe promuove un crowfunding per acquistare una nave. Era il periodo in cui la Mondadori stava pubblicizzando il nuovo libro di Giordano, Profugopoli, con quel video pseudo-virale in cui uno youtuber scopriva da solo (con un’app da 400€), che le ONG si erano messe a salvare i migranti a poche miglia nautiche dalle coste africane, e che male c’è? C’è che se li salvi subito, ne muoiono molti meno. Ciò è parso a molti uno scandalo. 


Il tizio del video è un altro bell’esempio di storytelling contemporaneo: un bravo ragazzo che in camera sua con un’app scopre un complotto mondiale (e ne approfitta per reclamizzare un libro Mondadori). Durante questa fase di demonizzazione delle ONG che ha preceduto la dottrina Minniti, Defend Europe comincia a spargere la voce che vuole comprare una nave e andare a far luce sui turpi commerci delle ONG. Malgrado Paypal blocchi l’operazione, alla fine gli identitari affermano di aver raggranellato 150mila euro: non abbastanza per comprare una nave, ma sufficienti per affittare quella di un armatore anglosvedese, Tomas Egerstrom, il quale secondo Famiglia Cristiana ha anche fornito agli identitari le guardie del corpo: ex ufficiali ucraini e russi. Non è chiaro se Fiato si riferisse a loro, quando raccontava che sulla nave c’erano “persone preparate che possono fornire un primo soccorso”.


Verso il 20 luglio la nave arriva a Suez, dove il capitano è trattenuto qualche giorno dalle autorità egiziane per accertamenti. Se in un primo momento gli identitari programmavano di imbarcarsi a Catania (dove un’attivista americana si è sparata parecchi selfie nell’attesa), alla fine la nave preferisce fare a tappa a Farmagosta, zona turca di Cipro, oltre i confini UE. Qui il capitano viene fermato, abbiamo visto, con l’accusa di aver portato sulla soglia dell’Europa un equipaggio di immigrati cingalesi. Per Defend Europe si tratta di una voce messa in giro delle ONG. Sarebbero state infatti queste non meglio precisate ONG a istruire i cingalesi scesi a terra: accusate il vostro capitano e noi vi sbarchiamo da qualche parte. Comunque nel giro di pochi giorni le accuse vengono ritirate e la nave riparte. L’odissea prosegue con un contrattempo che più di altri ha fatto divertire i detrattori di Defend Europe: quando la nave si ferma per un problema tecnico, la nave di una ONG si offre di soccorrerla (offerta rifiutata). 


Finalmente, verso fine agosto, la C-Star si ritrova nei pressi della costa libica: salvo che ormai è tardi, il ministro Minniti si è già accordato con una banda di scafisti pomposamente ribattezzata “marina libica”, che annuncia di aver ampliato le acque territoriali (ovvero la zona in cui si riserva il diritto di attaccare e sequestrare le navi delle ONG). Alle poche navi ancora operative, gli otto della C-Star oppongono un’arma segreta: il megafono. Si accostano e fanno un cazziatone. Quando possono riferiscono alla marina libica. Gli Omeri di turno nelle redazioni sono entusiasti. C Star e Libia cacciano la Ong: "Non dovete tornare mai più", titola il Giornale il 22 ottobre. Basta dare un occhio al video per per capire che “non dovete tornare mai più” lo dice un capitano libico: i ragazzi della C-Star si limitano a orecchiare alla radio. Dopo cinque giorni la missione è già finita: l’identità evidentemente è salva. La C-Star fa rotta a Malta, dove viene accolta con la stessa diffidenza riservata alle navi delle ONG. Gli attivisti e simpatizzanti di Defend Europe hanno speso più di centomila euro per mandare otto ragazzi in gita su una nave, con un equipaggio asiatico e una scorta armata. 


Ma anche l’Ulisse vero, magari quando arrivò a Troia la trovò già espugnata dal noioso Minniti di turno. Non è che abbia tutta questa importanza. Tra un po’ si va a votare e l’idea che l’emergenza scafisti sia stata risolta da un ministro di centrosinistra senza troppi scrupoli è imbarazzante per tutti. Non è molto meglio immaginare una ciurma di impavidi ventenni impegnati a difendere la nostra identità per terra e per mare? Così cantami, o Giornale, di Fiato e del suo eroico megafono. Ogni epoca ha l’odissea che si merita.

giovedì 21 settembre 2017

Comunicatori che ci comunicano che lo Ius Soli è comunicato male


Ogni volta che mi capita di preparare una visita d’istruzione all’estero, so già che ci sarà almeno un mio studente che dovrò lasciare a casa perché non ha i documenti per l’espatrio. Immaginate la situazione: due ragazzi uguali, nati nella stessa città (la mia), che vanno nella stessa scuola, pisciano nello stesso gabinetto (meglio se non contemporaneamente), ma che non hanno lo stesso diritto di andare in Costa Azzurra, perché? Perché uno ha i genitori, per dire, moldavi e l’altro rumeni. Quindi il secondo ha i documenti per andare in gita e il primo no. Al primo cosa posso dire? Mi dispiace, ho visto che ti impegni e mi stai pure simpatico, ma i tuoi genitori sono nati a est del fiume Prut a quanto pare la cosa è molto importante; infatti chi viene da oltre il fiume Prut è una minaccia per la nostra identità, nel senso che può anche lavorare e pagare le nostre tasse, ma suo figlio in gita in Francia, eh no. È una pura assurdità, che almeno un partito (il PD) aveva promesso di eliminare, con una legge (il cosiddetto Ius Soli) che questa settimana con ogni probabilità si impantanerà in Senato e molto difficilmente nella prossima legislatura qualcuno avrà le palle di riproporre. E questo perché?
Forse perché negli ultimi mesi alcune testate si sono messe a pompare al massimo un certo sentimento xenofobo, inventandosi una specie di invasione africana che – dati alla mano – non esiste?

(Ciao. Su TheVision c'è un pezzo mio, si chiama Che c***o sta combinando il Pd con lo Ius Soli ma ce l'ho più col Corriere che col Pd. Non è che uno può sempre prendersela col Pd. Ok, un'altra volta me la prendo col Pd).

Può darsi. Magari un’altra volta se ne riparla. Oggi vorrei concentrarmi su un dettaglio, magari illuminante, senz’altro sufficiente a farmi incazzare: mercoledì mattina, mentre cerco sul Corriere notizie sul destino dello Ius Soli in Senato - e ne trovo di deprimenti - inciampo sull’autorevole rubrica delle lettere a Severgnini, interamente dedicata a una sola mail: un tizio di Milano molto arrabbiato con il PD perché con tante riforme che potrebbe fare, pensionistiche, costituzionali, elettorali, tagliare gli enti inutili, ecc. ecc. ecc… si sta intestardendo sullo ius soli. “sembra che l'unica riforma importante sia lo ius soli. Stiamo subendo da anni e anni flussi immigratori incontrollati e abusivi, e invece che mettere ordine e fare un sano repulisti il PD pensa solo allo ius soli”. 


Uhm, certo. 


Allora io non ce l’ho con questo tizio, davvero. Ammiro persino il coraggio con cui si è inventato l’aggettivo “immigratori” (la Crusca non disapproverebbe). Abbiamo tutti un lavoro, una famiglia, tanti impegni e il sacrosanto diritto di non sapere nulla di quel che ci succede attorno - perché quel che è successo negli ultimi anni è esattamente il contrario: prima di dedicarsi allo Ius Soli il Pd le ha provate tutte. Riforme costituzionali (bocciate da un referendum), riforme elettorali (bocciate dalla consulta), abolizione del CNEL (vedi referendum), ottanta euro ai dipendenti, cinquanta euro ai giovani, cinquecento euro agli insegnanti, il canone Rai in bolletta, qualsiasi cosa: il Pd ha veramente pensato a qualsiasi cosa prima di pensare alle gite d’istruzione dei nati all’est del fiume Prut. Non dico che sia giusto o sbagliato: alcune leggi valevano la pena, altre no, ma insomma per il Pd erano tutte più prioritarie dello Ius Soli. 


Persino quelli storicamente abituati a venire per ultimi, ovvero i gay: persino loro hanno ottenuto una legge pur annacquata come il ddl Cirinnà, e l’hanno avuta un anno prima che lo Ius Soli finalmente approdasse (si arenasse) in Senato. 


A proposito: ricordate che ci fu un momento, un po’ più di un anno fa, in cui un sacco di gente sembrava terrorizzata dall’idea che i gay potessero sposarsi e addirittura condividere la patria potestà di un figlio? Fiaccolate contro le scuole dove misteriose maestre, sobillate da George Soros, avrebbero modificato l’identità sessuale dei loro bambini? Addirittura in una scuola un bambino aveva portato un rossetto, era la fine! Tutta una bolla di chiacchiere che ingigantiva intorno a noi e infatti a un certo punto, puf, è sparita. I gruppi editoriali che lasciavano circolare queste puttanate, fateci caso, sono gli stessi che adesso ci raccontano di un’invasione di stupratori e veicoli di epidemie. 


Eppure, nonostante le sentinelle in piedi e i vescovi in apprensione, un anno fa una legge così difficile passò. Un anno dopo (spero di sbagliarmi) per lo Ius Soli sembra troppo tardi. La deadline simbolica magari era il 15 settembre scorso, il giorno in cui 600 parlamentari hanno maturato il cosiddetto vitalizio (più banalmente è una pensione che matura a 65 anni). È il momento in cui alla maggioranza parlamentare si inceppa l’Arma di Fine di Mondo, anzi di Fine di Legislatura: la fiducia. Un anno fa i centristi della maggioranza non potevano permettersi di andare a casa: un anno dopo, qualche spicciolo si è rimediato e tutti comunque stanno già organizzandosi per la campagna elettorale. Perfino i grillini hanno già il candidato pronto. Insomma è andata così. La politica è anche fatta di scelte, di priorità, e i tre governi che si sono succeduti dal 2013 non hanno mai dato la sensazione di considerare lo Ius Soli la priorità. 


E allora perché sul Corriere c’è un tizio che scrive l’esatto contrario?


Ok, è solo un tizio che ha scritto una mail. E infatti non ce l’ho con lui. Ma il Corriere, che tra *centinaia* di mail ha scelto proprio quella - con tanto di risposta di Severgini che, bontà sua, ne approfitta per avvertire che lo Ius Soli “è da fare prima o poi” - campa cavallo - cosa ci vuole dire?


Quel che io vedo sulla rubrica di Severgnini è il tipico siparietto poliziotto buono / poliziotto cattivo. C’è un tizio qualunque, platealmente male informato, che insiste che gli stranieri non li vuole e il Pd dovrebbe smetterla di pensare solo a loro (il Pd negli ultimi mesi ha bloccato i flussi dalla Libia mediante la creazione di campi di detenzione in loco, roba di cui tra una generazione ci vergogneremo come ci adesso ci vergogniamo di… delle nostre guerre coloniali? beh, quindi non ci vergogneremo un granché). E poi c’è il buon Severgnini che invece lo Ius Soli lo vuole, ma con juicio, con calma: quando è proprio la calma che ha ucciso lo Ius Soli. E mentre lo soffocava, gli editorialisti del Corriere stavano a guardare, scuotendo la testa, come a dire: non possiamo farci niente. Sapete, noi leggiamo le mail. O come scriveva Cazzullo lo scorso 15 luglio: “È vero però che un provvedimento del genere, in questo momento storico, sarebbe a torto o a ragione considerato un segnale di apertura, di accoglienza; in un momento in cui i sentimenti dell’opinione pubblica, come verifico ogni giorno leggendo la posta dei lettori, sono di segno opposto”.


Mi dispiace per aver citato ben tre righe di Cazzullo, prometto che non succederà più, però secondo me contengono l’immenso equivoco del giornalismo italiano: un giornalismo alla rovescia che invece di spiegare le cose se le fa spiegare dai lettori. Cioè se per Severgnini e Cazzullo lo Ius Soli è una cosa giusta, perché non provano a spiegare perché è giusta, con dati e argomenti? Invece fanno il contrario: leggono le mail e si fanno interpreti di una specie di sentimento popolare. Ci sono addirittura comunicatori che si lamentano perché lo Ius Soli è stato comunicato male, ad esempio Aldo Grasso il 23 luglio ha avuto la pazienza di spiegarci che la legge stava perdendo l’appoggio degli italiani perché era stata fraintesa fin dal principio. “La cittadinanza automatica a chi nasce qui non era prevista. Ma nessuno lo ha detto”. Beh avrebbe potuto dirlo, per esempio, Aldo Grasso, visto che ha un posto di rilievo sull’homepage del Corriere. Ma forse non era nemmeno la sua priorità. Grasso accusa l’ex ministra Cécile Kyenge di avere per prima seminato “sconcerto”, “parlando del passaggio dallo «ius sanguinis» allo «ius soli» senza spiegare «come»”. A dire il vero la Kyenge lo ha sempre chiamato “Ius Soli temperato”. Ha passato gli ultimi cinque anni a ripetere che la sua legge prevedeva uno Ius Soli temperato. Tempo forse buttato via, visto che molti giornalisti semplicemente non sono stati ad ascoltare. 


E quindi? Forse smetterò di andare in gita all’estero - per altro ormai la Costa Azzurra non la reggo più. Meglio farsene una ragione. Forse lo Ius Soli era davvero un obiettivo troppo ambizioso per una maggioranza di sinistra-centro che al Senato traballa se sbattono una porta. Sicuramente fu un visionario Enrico Letta, quando pensò che il ceto cosiddetto riflessivo, quello che legge i giornali, avrebbe tollerato la visione di una ministra della repubblica di evidente origine africana. Forse questa enorme bolla di xenofobia che abbiamo intorno forse crescerà per sempre e non scoppierà mai. Forse siamo un popolo un po’ razzista, anche se qualche volta colpevolmente ce lo dimentichiamo. Fortuna che ci sono i giornali a ricordarcelo. Certi giorni sembra proprio che sia la loro missione. Loro lo sanno, sapete. Leggono le mail. 

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