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domenica 21 gennaio 2024

Agnese non si guarda (ma succede)

21 gennaio: Sant'Agnese, vergine ma patrona dei bordelli (IV secolo).

Dominichino, Martirio di Sant'Agnese
(In effetti è un po' un bordello).

Prete e prostituta, la coppia impossibile: non possono toccarsi, come Gesù e Maddalena, eppure si completano. Entrambi sono sterili (nel medioevo si credeva – si fingeva di credere - che la specializzazione professionale della prostituta la rendesse incapace di generare); uno raccoglie le confessioni, l'altra gli sfoghi. Entrambi custodiscono la Regola su cui è posata da secoli la civiltà cattolica romana, e che si riassume in una sola magica parola (quella che faceva uscire dai gangheri Lutero): Indulgenza. La Prostituta gestisce il peccato, il Prete amministra il perdono. Siccome ci guadagnano entrambi, il minimo è che si coprano a vicenda...

Ci ho messo un po' per trovare la patrona delle sex worker. Non sono cose che si raccontano al primo tizio che si improvvisa agiografo; serve un minimo di apprendistato, saper leggere tra le righe. Agnese di Roma, che andò incontro al suo martirio giovanissima per sua propria volontà, è considerata patrona "delle vergini, delle fidanzate, dei giardinieri, dei tricologi e dell'Ordine della Santissima Trinità", perlomeno dall'Ente Turismo di Reggio Calabria. Secondo Famiglia Cristiana è protettrice "della castità, dei giardinieri, degli ortolani". All'Aquila però hanno l'aria di sapere qualcosa in più, anche se col tempo hanno voluto dimenticarsene. Il 21 gennaio per loro è la festa delle malelingue. Perché le maldicenze avessero bisogno di una festa, sin dal Medioevo, non è tanto chiaro, ma qua e là si ammette che in un primo momento le malelingue fossero sostanzialmente le malmaritate: donne ai margini della società, talvolta linguacciute ma soprattutto scontente di come la società, dopo averle sfruttate, le manteneva ai margini. Il termine indicava tutte le donne che non si potevano considerare né mogli fedeli né vedove né suore, e in molti casi diventava un eufemismo per ex prostitute. Gente che conosceva i segreti di tutti i maschi in città, e – attraverso i maschi – anche di tutte le signore. È plausibile che la collettività si aspettasse da loro un minimo di riserbo, e lo comprasse in cambio di vitto e alloggio, presso l'ospedale e monastero di Sant'Agnese. In occasione però della festa della santa, le malmaritate potevano uscire, magari imbattersi in qualche vecchia conoscenza: e parlarne male. Ma perché di tutte le sante proprio la candida Agnese, martire a tredici anni, molto spesso raffigurata in compagnia di un tenero agnellino? 

I siti locali stanno cominciando a usare le AI,
già trovare qualcosa di sensato su Internet era difficile prima, ma ora

Prudenzio racconta che prima di farla sgozzare in quanto rea confessa di cristianesimo, il crudele giudice aveva stabilito che Agnese fosse esposta nuda fuori da un bordello presso l'Agone (stadio) di Domiziano. Lo stadio oggi è piazza Navona, e dove stava il bordello sorge la chiesa, appunto, di Sant'Agnese in Agone. Scendendo nella cripta potete leggerlo coi vostri occhi: Ingressa agnes hunc turpitudinis locum angelum domini praeparatum invenit. Quando Agnese entrò in questo luogo di turpitudine, trovò l'angelo mandato da Dio. L'angelo non veniva a salvarle la vita, ma la verginità. I frequentatori del postribolo non avevano il coraggio di guardarla: Sant'Ambrogio scrive chiaramente che Agnese era minorenne. L'unico uomo che osa rivolgerle un'occhiata viene abbagliato dall'angelo come un fulmine e cade stecchito. Forse è già morto: senonché Agnese, pregando il Signore, ottiene gli sia restituita la vista e la vita. 

In seguito Agnese viene messa al rogo, anche stavolta nuda; ma le fiamme si aprono e i capelli le crescono per nasconderne la nudità (ecco perché è patrona dei tricologi, e si invoca più in generale quando ci si pettina). Infine viene sgozzata da un legionario, perché in un modo o nell'altro per essere una giovane martire doveva morire, e un supplizio simile a quello riservato agli agnelli pasquali per questa ragazzina sembrava il finale più congruo. Ai genitori appare poi consolatrice in sogno proprio con un agnello in grembo – ma torniamo un attimo al postribolo. Che il primo miracolo di Agnese, la vergine per eccellenza (sin dalla radice greca del nome, Haghne, purezza), sia rivolto a un guardone che non riesce a impedirsi di dare un'occhiatina, è già indizio di quella doppiezza che ha caratterizzato la sua carriera di santa. 

Sant'Agnese in gloria (Nicolò Stefano Traverso, a Nostra Signora del Carmine, Genova)

Agnese, vergine purissima, in un bordello però c'era stata, e tanto bastava per considerarla patrona ufficiosa delle professioniste. Anche la versione tardomedievale della sua leggenda, fissata da un Iacopo di Varazze che quella sera era in vena, prevede che Agnese faccia risorgere un aspirante cliente, ragazzo scapestrato ma di buona famiglia che si era già invaghito di lei. Iacopo, lo si intuisce, ha in mente le brigate dei giovinastri dei suoi tempi; da buon vescovo ci tiene a eliminare ogni ambiguità, per cui Agnese ottiene la resurrezione del ragazzo soltanto perché è costretta dal padre di quest'ultimo, un prefetto; e il figlio del prefetto, una volta risorto, rinnega subito gli dei e dichiara la sua fede in Cristo. A me piace però la versione di Prudenzio, in cui il tizio è semplicemente un tale che non resiste e dà un'occhiata, e la santa una ragazzina che domanda a Dio: vabbe', ma cos'avrà poi fatto di male? Mi ha guardata, voglio dire, può succedere.

domenica 8 ottobre 2023

Tre Pelagie intorno al cuore

 8 ottobre: Sante Pelagie di Antiochia, di Gerusalemme, facciamo anche di Tarso


Per carità, non voglio insegnarvi il mestiere,
ma io avrei inserito il condannato a morte
prima di accendere il fuoco.

A volte è tutta una questione di nomi. Qualcuno decide che ti chiami in un modo, ad esempio Pelagia, e tempo un paio di secoli finisci sul calendario in un tal giorno, un giorno che non dice nulla della tua vita, ma è il giorno in cui hanno ucciso un'altra Pelagia e chi scrive i calendari le ha confuse, o semplicemente ha deciso che quello è il giorno in cui si festeggiano tutte le Pelagie e amen. Oggi appunto è il giorno delle tre Pelagie, anche se i lettori più sgamati ci aspettano già al varco per ricordarci che no, Pelagia di Tarso non si festeggia l'otto ottobre, bensì il 4 maggio. In effetti in Occidente è così, ma nei sinassari bizantini era ricordata anche lei nella data di oggi, come la piacente fidanzata del figlio di Diocleziano che convertendosi repentinamente al cristianesimo ne causa il suicidio; al che l'imperatore, divorato dalla rabbia, avrebbe dichiarato guerra a tutti i cristiani. Come ben sappiamo ne fu infatti il principale sterminatore: e lo sterminio sarebbe cominciato dalla stessa Pelagia di Tarso, che Diocleziano avrebbe fatta chiudere in un toro di Falaride. Cosa sia il toro di Falaride non devo certo spiegarlo a voi, egregi lettori ed ex studenti dei licei che il mondo intero ci invidia – fermi lì, non googlate, stavo scherzando, ve lo racconto in breve: è un leggendario strumento di supplizio, una delle idee più orrorifiche che ci siano arrivate dai cronisti antichi, tale da aver impressionato lo stesso Dante che lo menziona nell'Inferno. Ne parla per primo Diodoro Siculo: Falaride è il tiranno di Agrigento a cui l'inventore Perillo o Perileo sottopone il progetto di questo grande toro di bronzo in cui inserire i condannati a morte per arrostirli. Perileo ha pensato a tutto, compreso un sistema interno di amplificatori per trasformare le grida dei suppliziati nei versi di un toro, e un incensiere per evitare che l'odore di barbecue diventi eccessivamente acre. Falaride sembra intrigato dall'idea e dà a Perillo il via libera per costruirlo, ma quando il toro è pronto ordina che sia lo stesso Perillo a entrarci per il collaudo. Al termine del supplizio, disgustato da tanta crudeltà, fa gettare il toro in mare: ma ormai è troppo tardi, l'idea del toro ci è rimasta in testa e se ne resterà per sempre in qualche angolo, tra le storie d'orrore che non riusciamo dimenticare. Da quell'angolo la deve avere ripescata l'anonimo autore della passione di Pelagia di Tarso, per terminare una leggenda che sembra voler mettere assieme frammenti delle altre due Pelagie che si festeggiano oggi: una vergine suicida e una ballerina pentita.

Di tutta questa abbondanza di Pelagie l'ultima edizione del Martirologio Romano ricorda soltanto quella "ad Antiochia in Siria, vergine e martire, che san Giovanni Crisostomo esaltò con grandi lodi": riferimento più elusivo del solito, dal momento che l'omelia del Crisostomo descrive un vero e proprio suicidio volontario. Pelagia, quindicenne di nobili natali, riceve la visita di una pattuglia di soldati che sono venuti ad arrestarla su ordine del procuratore, con l'accusa di cristianesimo; li accoglie con la cortesia tipica dei martiri che stanno per essere tratti in carcere, chiedendo soltanto qualche minuto per cambiarsi d'abito; ma è solo un pretesto per salire al piano di sopra e buttarsi. Ecco, è precisamente il tipo di storia che il Martirologio Romano contemporaneo preferisce non riportare. Nei secoli successivi gli agiografi sentiranno sempre più l'esigenza di distinguere tra volontà di martirio e azioni suicidarie, evitando il più possibile di menzionare casi in cui è il santo stesso l'esecutore materiale del proprio martirio; la morte, per quanto invocata e desiderata, deve sempre giungere dalle mani di un nemico della fede. Il Crisostomo si fa meno problemi: dà per scontato che le torture in cui sarebbe incorsa la giovinetta ne avrebbero compromesso la verginità, e di fronte a un'eventualità del genere trova non solo giustificabile ma eroico il gesto di gettarsi da un terrazzo. E benché la situazione di partenza sia quella che abbiamo trovato in centinaia di leggende medievali (i miei lettori più sgamati avendo già compulsato centinaia di leggende medievali), l'episodio tratteggiato è molto più crudo e dà l'impressione di essere stato ispirato a un reale fatto di cronaca; il Crisostomo avrebbe potuto inventarsi le avventure di una di quelle sante infrangibili, che resistono a ogni tipo di tortura, e che non vengono violentate neanche quando le si getta in un bordello di marinai, ma non lo fa. Pelagia di Antiochia è solo una ragazza che se la vede brutta e compie un gesto disperato. 

Pelagia di Gerusalemme, viceversa, è un personaggio leggendario, se non già romanzesco. Anche di lei ci parla per la prima volta il Crisostomo (il che può aver causato la confusione), ma in un'altra predica e senza mai chiamarla per nome. La definisce senza mezzi termini una poco di buono, ballerina o commediante, insomma un'entraineuse che rovinava le famiglie e viveva con dissolutezza, pure lei ad Antiochia benché fosse di origine fenicia: del resto ormai abbiamo capito che la metropoli siriana era la Las Vegas del periodo: non sorprende che attirasse le artiste e performer più notevoli. Costei a un certo punto si era convertita, diventando una campionessa della fede e della penitenza quanto prima lo era del vizio, e aveva finito i suoi giorni in un umile monastero. Da questo soggetto, uno scrittore più tardo, tale Giacomo di cui non conosciamo nient'altro se non il nome (e anche di quello dubitiamo), compone una leggenda più movimentata in cui l'entraineuse viene convertita da un vescovo, Nonno, e si ritira in un eremo a Gerusalemme, nei pressi del Monte degli Ulivi, travestendosi da monaco per non attirare l'attenzione. Lo Pseudogiacomo chiama la sua eroina Pelagia, benché la sua storia difficilmente potesse conciliarsi con quella della vergine precipitata; è più probabile che avesse in mente la leggenda di Marina di Bitinia, che si era travestita anche lei da uomo per entrare in un monastero; del resto "Pelagia" in greco significa proprio "marina". 

Il personaggio più memorabile è il vescovo Nonno, persona di rinomata santità, che converte la meretrice. Era un vescovo di passaggio, ad Antiochia per un sinodo, e quando in mezzo a tanti pii colleghi la vede passare a cavallo di un asino "vestita d'oro soltanto" (ma nemmeno così tanto), è l'unico della compagnia a non nascondere la testa tra le mani o nel breviario. Nonno la ballerina la guarda, eccome: sia mentre sta passando, sia quando è già passata. Dopodiché, con l'innocenza dei santi, chiede ai colleghi: ma avete visto che roba? Gli altri vescovi non sanno cosa rispondere (anche perché in effetti non hanno visto molto). Nonno invece è talmente santo da poter guardare la ballerina senza indulgere nella concupiscenza ("ego valde delectatus sum, et placuit mihi pulchritudo ejus"); a colpirlo è soprattutto l'impegno con cui la professionista si trucca e si veste per piacere al suo pubblico ("quantas horas fecit in cubiculo suo haec mulier, lavans et componens se, cum omni sollicitudine animi et intentione ad spectaculum ornans se, ut corporali pulchritudini et ornatui nihil deesset"). E noi ministri della fede, si domanda Nonno, ci impegniamo altrettanto per raggiungere la sposa immortale che ci è promessa nell'Aldilà? Non è una domanda retorica, Nonno si chiede sinceramente se si impegna nell'apostolato tanto quanto Pelagia si impegna nel meretricio. Il narratore è testimone diretto di una notte di tormenti e preghiere, che culmina in un sogno; Nonno racconta di aver sognato una colomba nera di fuliggine appollaiata sull'angolo dell'altare maggiore. Dopo averla presa nelle sue mani, Nonno riesce a riportarla al candore originale. Convinto che il sogno sia di buon auspicio, Nonno arriva in chiesa e attacca con la migliore predica della sua vita. Quella domenica è talmente ispirato che convertirebbe i sassi, anzi converte la stessa Pelagia che si ferma fuori dalla porta ad ascoltarlo, e poi manda i suoi servitori a chiedere udienza. Nonno, abbiamo visto, è privo di ogni malizia ma non è stupido, e accetta di vederla soltanto davanti ai suoi colleghi, che testimonieranno della sincerità del pentimento. Una volta battezzata, Pelagia dona le sue ricchezze alla Chiesa e poi scompare; l'autore sostiene di averla ritrovata anni dopo in un eremo a Gerusalemme, nei pressi dell'orto degli Ulivi, riverita e rispettata dai locali che però la chiamano Pelagio e non sospettano minimamente che si tratti di una donna. In effetti è come se avesse smesso di esserlo. Come nel caso di Marina, lo svelamento avviene soltanto dopo la morte, quando altri monaci vengono a trattare il corpo con la mirra. Pelagia è patrona di tutte le donne bellissime che prima ci fanno perdere la testa e poi la mettono a posto prima di noi, sicché ci precedono pure nel Regno dei Cieli dove, se mai risulteremo nella lista per entrare, possiamo essere sicuri che non ci fileranno di striscio; Nonno invece è il patrono di quel tipo di persona che quando vede una trave nell'occhio del prossimo, pensa: però guarda com'è bravo lui a tenere la sua trave, che stile, che personalità, mentre io con la mia pagliuzza non mi so proprio gestire, son sempre lì che mi stropiccio gli occhi – And I have known the eyes already, known them all.

domenica 31 marzo 2019

Maria, la meretrice nel deserto

Qui è ancora vestita.
1° aprile - Santa Maria d'Egitto (IV-V sec.), ex meretrice e patrona delle medesime.

[2012] Mettete a letto i bambini. Siamo nella Giordania del V secolo, gli anni ruggenti dei martiri sono finiti. Adesso vanno di moda gli eremiti. Gente che va nel deserto e ci resta per anni senza mangiare niente: la gente ne va matta, molti attraversano il Giordano alla ricerca di questi anoressici modelli di perfezione. Tra questi cercatori vi è un monaco palestinese, Zosimo (o Zozima), già stimato e riverito da tutti per la saggezza e la rettitudine. Un giorno una voce gli ha detto: Zosimo, o Zozima che dir si voglia, ma chi ti credi di essere, un Santo? Ma va', va', attraversa il Giordano se vuoi vedere quelli che fanno sul serio. Zosimo obbedisce, e si inoltra nel deserto alla ricerca di qualche "santo padre antico solitario". Dopo venti giorni di nulla, gli appare da lontano un'ombra, un miraggio, si direbbe... una donna, una vecchietta dai capelli d'argento e dalla pelle secca. Zosimo si mette a correre verso di lei, ma la donna gli sfugge. "Perché mi fuggi? Ti prego, fermati, parlami". "Zosimo, abbi pazienza, non vedi che sono nuda? Se vuoi che io parli con te, gettami il tuo palio, acciocché possa coprirmi". Accidenti, pensa Zosimo, questa sa persino come mi chiamo, è una santa seria. E adesso cosa fa? Si è inginocchiata a oriente, ma... per san Girolamo, sta volando! Ehi, ma siamo sicuri che non è un'allucinazione? Dopotutto è da venti giorni che vago nel deserto praticamente senza mangiare né...

"Zosimo, o Zozima che dir si voglia, non dubitare. Io non sono un'allucinazione o uno spirito maligno, ma una femmina peccatrice. Vuoi conoscere la mia storia? A dire il vero ho paura che ascoltandola fuggirai da me, non potendo il tuo cuore reggere tanta iniquità: ma se proprio insisti..."

Flashback! Quarantasette anni prima, su un dock di Alessandria d'Egitto, una donna si accosta a un gruppo di dieci marinai: ehi belli, ve ne salpate di già? Che peccato, e dove andate? Portiamo un carico di pellegrini a Gerusalemme, sai, il Santo Sepolcro. "Ah, ecco cos'era tutto questo movimento in giro, i pellegrini. Sentite, ma mi portereste con voi?" "Se hai il denaro per il naviglio, volentieri". "Il denaro non ce l'ho, ma una volta a bordo sarò io il vostro naviglio, ah ah". Dice proprio così. Qualcuno dei marinai si allontana schifato, qualcun altro sorride magari perché l'ha riconosciuta: costei è Maria d'Egitto, non è una come tutte le altre. Lei, per dirla col poeta, lo faceva per passione:
Diciassette anni fui meritrice pubblica e sì disonesta e libidinosa che non m’inducea a ciò cupidità o necessità di guadagno, come suole addivenire a molte, ma solo cupidità di quella misera dilettazione; in tanto ch’io m’andava profferendo impudicamente e non volea altro prezzo da’ miei corruttori, reputandomi a prezzo e a soddisfazione solo la corruzione della lussuria: onde gli giuochi, l’ebrietadi, e altre cose lascive e induttive a quel peccato, io riputava guadagno; e spesse volte rinunziava al guadagno e ai doni per trovare più corruttori, sicché nullo si scusasse e lasciasse di peccare con meco per non avere che darmi; e questo non faceva io perch’io fossi ricca, ma avvegnach’io fossi indigente, sommo mio disiderio e diletto era stare in risi e in giuochi e in disonesti conviti e ‘n corruzione continova.
La vita di Maria d'Egitto ci arriva in tre versioni. La prima è di san Sofronio, patriarca di Gerusalemme tra sesto e settimo secolo, ed è forte il sospetto che se la sia inventata lui (e complimenti patriarca per la fervida fantasia). L'idea di un eremita che attraversa il deserto per incontrarne uno ancora più santo sembra ricalcata sulla storia dei santi Antonio e Paolo scritta da Girolamo (anche in quel caso i due si scambiavano il pallio). La seconda è un riassuntino di una nostra vecchia conoscenza, Jacopo di Varazze o Varagine. La terza versione è quella che sto citando, ed è già in volgare: avete notato come scorre bene, malgrado la patina medioevale? Perché è di Domenico Cavalca, un domenicano del Due-Trecento che scriveva benissimo. La vita di Maria Egiziaca è considerata il suo capolavoro: Gianfranco Contini la riporta nella sua antologia della Letteratura italiana delle origini, che è dove l'avete letta voi, popolo di laureati in lettere. Ma probabilmente non c'era bisogno di ricordarvelo, probabilmente di quel mattone è l'unica pagina che vi rammentavate, dopotutto Maria è la cosa più hard che succede nella letteratura italiana fino al Boccaccio. Per farla breve, Maria si mette in testa di pagarsi il viaggio in natura, ed è una di quelle situazioni in cui si dice che non conta la destinazione (il Santo Sepolcro de che?), ma come ci si arriva:
E per tutto quel viaggio la mia vita non fu altro se non ridere e dissolvermi in canti e in giuochi vani, e inebriarmi e fare avolterii e fornicazioni, ed altre cattive e laide cose e parole dire e fare, le quali tutte sufficientemente la lingua non può isprimere. E non mi ritraeva da tanti mali né paura di tempesta di mare, né vergogna della gente che v’era; ma era io sì sfrontata e lieve, che eziandio uomini gravi e onesti invitava a corruzione e facevagli cadere, sicchè veramente la mia fetidissima carne era esca del diavolo a tirare l’anime in abisso e in perdizione.
Mentre Maria viaggia nella turpitudine, anche noi ci facciamo un giro nelle fantasie erotiche di un patriarca del settimo secolo, felicemente riprese e rielaborate da un domenicano del quattordicesimo. L’abisso di perdizione è tale che la stessa Maria si domanda com’è possibile che il vascello non vi sia sprofondato, "e inghiottimmi viva viva". Si vede, pensa Maria, che Dio voleva che arrivassimo sani e salvi a Gerusalemme, affinché potessimo pentirci. Nel frattempo chiudeva l’occhio sui gangbangisti in crociera – Dio senz’altro l’occhio lo chiudeva, ma Sofronio e Jacopo e Domenico sbirciavano; a maggior gloria di Dio, ma sbirciavano. Comunque in un modo o nell’altro la nave arriva in porto, e i passeggeri, esausti ma di ottimo umore, si incamminano per il Santo Sepolcro. Basta seguire la folla: vengono da tutto il mondo, il Cristianesimo è religione di Stato e l’Islam non è ancora stato inventato. Maria segue la corrente; ha ventinove anni, pratica il mestiere da diciassette. Ma cos’è dunque quella forza misteriosa che, giunta alla soglia della chiesa più sacra della cristianità, non la lascia passare? Maria non sa neanche bene dove si trova: sa solo che gli altri passano e lei resta bloccata fuori. Ci riprova. Niente da fare. Si mette davanti a un folto gruppo di pellegrini, “mi spingeranno loro”, pensa. Macché. C’è un esercito invisibile che fa quadrato alla porta e non lascia entrare solo lei, di tutti i pellegrini del mondo: solo lei.
E avvenendomi così più volte, e io pure volendomi mettere per entrare, stancai, sicch’io rimasi tutta rotta del corpo e dolorosa e afflitta dell’anima; e così piena d’amaritudine puosimi in un cantone molto istanca, e pensava piangendo per che cagione questo m’avvenisse. E aprendomi Iddio lo cuore, conobbi che per le mie sordide iniquitadi non permettea Iddio che io così immonda e iniqua entrassi nel suo tempio.
Disperata, Maria trova in quel cantone un’immagine della Madonna e si mette a pregare: fammi entrare tu, e prometto che con questa vita ho chiuso.

Di colpo la porta del Sepolcro si spalanca anche per lei: Maria corre a venerare la Santa Croce, e poi tutti i luoghi santi, finché tornando all’immagine della Madonna non sente forte e chiara una voce che le dice: “Passa il Giordano”.

Per strada un tizio le regala tre monetine con cui compra tre pani per il viaggio. Le basteranno per 47 anni, di cui i primi 17 veramente terribili, trascorsi a fuggire incessanti pensieri di tentazione, mentre i vestiti le marciscono addosso. In seguito – spiega a Zosimo – le cose erano andate meglio; ma insomma per tutto questo tempo Maria era vissuta in perfetta solitudine, senza incontrare nemmeno un animale.

Zosimo è sconvolto. Prima di conoscere la donna del deserto credeva di essere un santo, ma ora si rende conto che di fronte a un esempio del genere lui non è nulla: niente più che una comparsa in una leggenda di Santi altrui. La donna gli chiede di non dire nulla in giro, e di tornare di lì a un anno, per Pasqua: quindi scompare (con il suo pallio), prima che Zosimo possa chiederle come si chiama. Per tutto l’anno rimane con la curiosità, ma poi quando a Pasqua si rivedono (lei porta ancora il suo pallio) Zosimo le impartisce la comunione ma si dimentica di nuovo di chiederle il nome. Il terzo anno la trova morta, un mucchietto d’ossa nel suo pallio: in fondo aveva ottant’anni e il paradiso è sicuro, però Zosimo ci resta ugualmente male perché… non sa nemmeno come si chiama.

Ora forse è una suggestione, ma l’angoscia di Zosimo per il nome della santa, il desiderio di sapere mescolato alla repulsione a domandare, è un tratto che la letteratura successiva assegnerà spesso al fruitore che si innamora della meretrice. Per fortuna che Zosimo
vide a capo di questo corpo una scritta, che dicea: «Abate Zozima, seppellisci questo corpicello di me misera Maria, e òra per me a Dio, per lo cui comandamento del mese d’aprile passai di questa vita». Per la quale iscrittura Zozima conoscendo lo suo nome, lo quale infino allora non avea saputo, fu molto allegro; e computando bene lo tempo della sua morte, conobbe che incontanente ch’egli l’anno precedente l’ebbe comunicata al fiume Giordano, corse questa santissima al predetto luogo, dove giaceva morta.
Addio (e grazie per il pallio)
Ora si tratta di seppellirla, ma Zosimo non ha niente con sé. Fortuna che in quel momento appare un leone. Zosimo dapprima si spaventa, poi riflette: Maria è stata in questo deserto per cinquant’anni senza vedere una sola bestia, dunque questo leone è chiaramente un miracolo, magari se gli chiedo di darmi una zampa a scavare la fossa, lui collabora. Ovviamente è così. Fine della leggenda.

Perlomeno, a Sofronio e Jacopo e Domenico interessava arrivare qui. Ma io sono un uomo di un altro millennio, ho una scala di valori diversa, io la gente che va a digiunare per cinquant’anni nel deserto non la capisco, semplicemente: non riesco a vedere cosa ci sia di positivo in qualcuno che si tira fuori dalla mischia dell’umanità. Oso dire che se Maria ha fatto qualcosa di buono nella vita, secondo la mia scala di valori, ebbene forse lo ha fatto prima, per esempio, riavvolgiamo un attimo la videocassetta, torniamo al punto in cui il nastro è un po’ più liso.

Dunque, siamo su questa nave. C’è un sacco di gente triste, gente brutta, povera, che al sesso proprio non ci pensa. Non si fa, non si può, non ce lo si può permettere. Guarda il mozzo, è terrorizzato, probabilmente in cambusa si accettano scommesse sul primo marinaio ubriaco che lo sodomizzerà. Quand’ecco arriva Maria, e all’improvviso sono tutti più rilassati e contenti. A sodomizzare il mozzo non ci pensa più nessuno, a meno che non sia lui che prende l’iniziativa, in tal caso ok. E il viaggio passa così, le acque sono tranquille, Dio chiude l’occhio e li aspetta tutti a Gerusalemme per perdonarli, ci fu mai una crociera più felice? Senz’altro non fu il viaggio di ritorno.

Me li immagino, tutti contenti di tornare a casa belli purificati dal peccato, compresa Maria… no, Maria non c’è. Dov’è? Non si trova. Ah, peccato. Però. Mandiamo qualcuno a cercarla? È già partito il mozzo. Volevo ben dire. Ma è appena tornato! Cosa dice? Che l’hanno vista sconvolta, fuori dal Sepolcro, diceva che voleva cambiar vita. Un vecchio gli ha venduto tre pani e gli ha mostrato la via per il Giordano. Il Giordano? Ahi! Perché, che roba è questo Giordano? È un fiume, un fiume della Bibbia. Dall’altra parte ci stanno gli eremiti del deserto, quelli che non mangiano e non bevono e non fanno all’amore. Ah. E quindi? E quindi niente, si vede che Maria ha deciso così, buon per lei, no? Ed è meglio anche per noi, niente niente che in mezzo al mare ci venisse l’uzzo di risporcarci l’anima, andava a finire che eravamo andati fino a Gerusalemme per niente. Giusto, con quel che costano i viaggi per mare. Quindi partiamo, no? Sì, partiamo.

“Certo che però Maria…”
“Cosa vuoi farci, la santità è così. Una voce che ti chiama e tu vai”.
“Sì, però… un po’ egoista, no? Lei sente la voce… e noi?”
“E noi cosa?”
“No, dico, noi”.
“Noi ce ne torniamo belli puliti a casa nostra, meglio così no?”
“Già”.
“Ma senti, hai visto il mozzo in giro?”
“È in cambusa”.
“Grazie”
“Ma devi metterti in fila, comincia dietro il cassero di prua”.
“Grazie ancora”.

lunedì 7 marzo 2016

Litigare con le femministe

Qualche giorno fa, quando ho espresso la mia opinione sulla gravidanza surrogata, affermando che ogni donna è libera di gestire come vuole il suo corpo, e quindi anche di concedere il proprio utero affinché nasca un bambino che altri alleveranno come un figlio, qualcuno mi ha fatto notare che le femministe non sono d'accordo. In discussioni come questa, evocare l'opinione delle femministe equivale a scatenare l'inferno col napalm perché, insomma, chi è che ha voglia di litigare sull'utero con le femministe? Pare che ne abbia voglia io.


Non avessi niente di meglio da fare. Diciamo che potendo eviterei - infatti quando posso lo evito - però è innegabile che le mie modeste opinioni siano a volte, come dire, in frizione con quelle di alcune femministe. Ho detto 'alcune', e indovino già l'obiezione: stai tentando di dividerci. Sì. Le femministe sono tante, e non la pensano tutte allo stesso modo. Lo si è visto anche in questo caso: ci sono le femministe di Se non ora quando che fanno appelli contro la maternità surrogata; c'è Michela Murgia che risponde con obiezioni, a mio avviso, puntuali ed esaurienti - per cui se siete alla ricerca di un discorso serio, andate pure di là.

Tra i tanti femminismi, mi è comodo sintetizzarne un paio e immaginarmeli divergenti, se non proprio opposti. Il primo è libertario e pragmatico: quando dice "l'utero è mio" non intende un'idea platonica di "Utero" e un'altra idea platonica di "Mio", ma si riferisce in concreto all'utero che si ha in grembo, di cui si reclama l'immediato possesso. Una donna che ha il diritto di fare ciò che vuole col suo corpo, non potrà liberamente scegliere di metterlo a disposizione di una coppia che per vari motivi non può avere un bambino? Io dico di sì (altri dicono di no: impossibile che una scelta del genere sia "libera". Dev'essere per forza condizionata dalla miseria). Offrire in "affitto" una parte del proprio corpo non sarà sfruttamento? Se ne può discutere, ma questo vale per ogni prestazione lavorativa: non c'è una frattura mistica tra la mano che uso per lavorare alla fresa e l'utero che posso usare per dar vita a un bambino: entrambi sono sottoposti a usura, entrambi possono guadagnarmi da vivere, e in entrambi i casi il salario può essere da fame e configurarsi come sfruttamento.

Invece, sapete quando possiamo essere abbastanza sicuri che ci sia sfruttamento? Quando tutto avviene nell'illegalità perché una legge proibisce lo scambio. E questo a mio avviso è l'argomento finale contro il divieto - contro gran parte dei divieti: il proibizionismo non funziona. Non funzionò con l'alcol, non funziona con la droga, non risolve il problema dell'aborto, non si vede in che modo possa arginare il fenomeno delle gravidanze surrogate. Possiamo decidere di assisterle o normarle o possiamo chiudere gli occhi, definire il tutto immorale, e lasciare che chi può permetterselo corra qualche rischio in più. C'è un tipo di femminismo che preferisce questa seconda opzione. Un femminismo benpensante - possibile?

Tutto è possibile. Si parlava sopra del proibizionismo: è abbastanza antipatico ricordarlo, ma fu uno dei risultati dell'allargamento del voto alle donne (prohibition movements in the West coincided with the advent of women's suffrage). L'atteggiamento benpensante nasce di solito dall'impossibilità di adeguare il proprio mondo ideale alle cose che effettivamente accadono. In questo caso c'è un femminismo che reclama l'utero non come parte del corpo, ma come urna sacra della femminilità. Quel che accade lì dentro, spiegano, è una cosa che non può essere paragonata a nient'altro (e non è che abbiano tutti i torti: qualsiasi paragone è difettivo: ma in questi casi hanno l'aria di considerarlo una bestemmia). Le donne potranno anche cedere l'uso delle mani, degli occhi, dei piedi; ma l'utero è su un altro piano. Ci sono donne che consentono liberamente, senza compenso? Impossibile. Ci sono donne che volontariamente scelgono, in cambio di denaro? Sono state obbligate. Nessuna cifra, del resto, potrebbe valere una gravidanza. Sostenere il contrario sarebbe neoliberismo.

Le esponenti di questo tipo di femminismo, di solito, hanno una concezione abbastanza tortuosa del diritto all'aborto. Benché abbiano lottato per l'interruzione di gravidanza, non cessano di ricordare quanto essa sia traumatica, un male magari necessario, ma un male. E si capisce: se santifichi l'utero, poi non puoi ammettere che esista gente che abortisce semplicemente perché le fa comodo. No, devono tutte abortire tra le lacrime. Ora, sono il primo a incazzarsi quando leggo le puttanate del Foglio sulle tizie che abortiscono per andare in vacanza. Però l'idea che ogni donna debba sempre sentire ribrezzo per l'aborto è una proiezione morale. Ci saranno anche donne che hanno abortito senza grossi patemi, che non l'hanno vissuta "come tutta ‘sta tragedia che pare necessario continuare a raccontarsi". Dobbiamo far finta che non esistono?

Corriere.it

Col tempo ho trovato un altro parametro che mi sembra ormai infallibile. Di solito le femministe con cui vado d'accordo hanno un'idea abbastanza piana del fenomeno della prostituzione: sebbene in molti casi sia una forma di sfruttamento, reprimerlo non avrebbe senso. Peraltro se è un diritto della donna (e dell'uomo) disporre del proprio corpo come vuole, questo diritto contempla anche la possibilità di prostituirsi. Occorrerà quindi aiutare le vittime dello sfruttamento e sostenere i diritti delle sex-workers.

Invece per le femministe con cui non vado d'accordo è tutto un racket. Non esiste una prostituta libera: sono tutte sfruttate. Sempre. Una volta mi spiegarono che anche oggi, in Italia una qualsiasi donna libera che volesse tentare l'esercizio della prostituzione senza far parte di un racket sarebbe stata immediatamente raggiunta dagli emissari del racket medesimo, e fatta schiava. Perché non si dà prostituzione senza sfruttamento e schiavitù. Chi potrebbe mai acconsentire liberamente a pratiche così intime in cambio di denaro? La prima volta che ho sentito un discorso così ho alzato le spalle, vabbe', si vede che viviamo in due universi paralleli. Poi mi è caduto l'occhio sulla legislazione repressiva di alcuni paesi che eravamo abituati a considerare fari di civiltà - che so, la Svezia - paesi in cui un certo tipo di femminismo aveva avuto un po' di voce in capitolo. Anche in quel caso, si punisce il cliente perché non si ritiene una donna in grado di scambiare liberamente sesso in cambio di denaro. Qualsiasi cliente acceda a una prostituta la sta adescando, la sta corrompendo, la sta sfruttando. Affermare il contrario - affermare che una donna possa liberamente scegliere di affittare parti del corpo in cambio di denaro - significa cedere a una mentalità economicista, neoliberale.

Potrei obiettare, e l'ho già fatto, che l'economia almeno esiste, è un modo di descrivere gli scambi tra le persone: mentre questa mistica della femminilità, tra il romantico e il pagano, secondo me si adatta molto meno a descrivere il mondo in cui vivo. Ma devo anche confessare un sospetto. L'economia non è che spieghi tutto, ma potrebbe spiegare anche il fenomeno di un gruppo di donne che non sopporta l'idea che altre donne scambino sesso in cambio di denaro; né l'idea, ancora più estrema, che una donna possa dietro compenso mettere a disposizione il proprio utero. Quella che chiamate barbarie, altri potrebbero definirlo dumping.

giovedì 28 maggio 2015

"Non pagherai per il sesso": la prostituzione nel mondo post-romantico

Dunque secondo me (ne parlavo l'altro ieri) prostituirsi non può essere proibito, perché è qualcosa che si fa col proprio corpo: e la collettività non può impedire al singolo di disporre del proprio corpo. A questo punto l'obiezione è la solita: che libertà è, se si mette sul mercato?

E non è l'economia stessa una forma di costrizione, di coercizione, di violenza? Persino in inglese, la lingua del mercato globale, libertà e gratuità sono omonimi. E nei fatti, in molte epoche e spesso ancora oggi, mettere il proprio corpo sul mercato significa cederlo a uno sfruttatore.

Che posso rispondere? Immagino che il mercato debba avere dei limiti, fissati per legge, oltre ai quali diventa sfruttamento e schiavitù. Ma non credo che si possa abolire il mercato. Si può al limite negare che esista e voltare la testa dall'altra parte, come abbiamo fatto in Italia da 60 anni. Ma il mercato è fatto di scambi, e gli scambi esistono da quando esiste l'uomo. L'odioso modo di dire "il mestiere più vecchio del mondo" contiene questa constatazione: sia il sesso che lo scambio esistono da quando esistiamo noi, a differenza dell'amore romantico che, pur essendo il presupposto del matrimonio contemporaneo, è un'invenzione recentissima.

In passato il lato economico del matrimonio si considerava con più serenità. Un uomo offre un bene x a una donna in cambio di un rapporto: se il rapporto è occasionale, si chiamava prostituzione; se era continuativo ed esclusivo - se alla donna veniva impedito di avere rapporti al di fuori di quelli regolati da quel contratto, per tutta la vita - si chiamava matrimonio. Il primo scambio è sempre stato ritenuto "discutibile sul piano morale", ma non in quanto scambio: a turbare l'uomo pre-romantico era la natura occasionale e non continuativa dello scambio in questione; e soprattutto la non esclusività, che faceva la differenza tra uno scambio benedetto da Dio e uno scambio peccaminoso (c'era anche un'ovvia riserva di ordine sanitario, e c'è ancora).

Oggi la questione è più sfumata: facciamo fatica a intendere persino il matrimonio come contratto esclusivo. Forse la nostra difficoltà a incasellare l'attività della prostituzione è parte di una più generale difficoltà a capire come gestiamo, oggi, il sesso. Sicuramente abbiamo grosse difficoltà a considerarlo come un bene di scambio. Allo stesso tempo, nessuno nega che sia un bene. Forse viviamo in un mondo post-romantico in cui il sesso si è messo al centro di un gioco sociale: più un premio che una merce. Sono poche le pressioni sociali che avvertiamo tanto come quella a mantenerci il più possibile attrattivi e affascinanti, anche quando la biologia non lo richiederebbe più. Il grande sottointeso collettivo è che potremo avere accesso a tutto il sesso che vogliamo, se ce lo meritiamo.

Però non possiamo pagarlo.

mercoledì 27 maggio 2015

La prostituzione non è illegale (ma è tassabile?)

A Rimini pare sia successa questa cosa curiosa: l'Agenzia delle Entrate, dopo aver rilevato che una signora si era comprata una mercedes, ha dato un'occhiata al conto corrente e ha stimato un reddito di 24.700€: poi ha inviato una cartella esattoriale. A quel punto la signora ha preso un avvocato, perché, benché ritenga giusto pagare le tasse, sostiene che lo Stato non le fornisca gli strumenti adeguati per farlo: in effetti l'attività professionale che esercita - la prostituzione - non è normata in nessun modo. Non è neanche illegale, come alcuni credono (tanto che ne chiedono la "legalizzazione"): una sentenza della Cassazione del 2011 afferma che essa, "seppur contraria al buon costume, in quanto avvertita dalla generalità delle persone come trasgressiva di condivise norme etiche che rifiutano il commercio per danaro del proprio corpo, non costituisce reato". Un anno prima la stessa corte aveva affermato che i proventi della prostituzione dovrebbero "essere sottoposti a tassazione, dal momento che pur essendo una attività discutibile sul piano morale, non può essere certamente ritenuta illecita". Insomma i giudici della Cassazione ci tengono molto a far presente che la prostituzione è contraria al buon costume, è trasgressiva, è discutibile: nel mentre che ammettono che no, non è illecita.

Dunque andrebbe normata e normalizzata: ma è una fatica enorme che probabilmente ci risparmieremmo, se la crisi non ci chiedesse appunto sforzi immani, anche di fantasia: così, mentre inseriamo nel Pil il fatturato delle mafie (che d'altro canto, è innegabile, sono inserite nel tessuto economico, offrono servizi, creano ricchezza), dall'altro ci riduciamo a tassare le escort. Se fin qui non l'abbiamo mai fatto - perlomeno dalla legge Merlin in poi - non è certo per distrazione, né per calcolo. Lasciare la prostituzione in un limbo normativo è stata una scelta che a un certo punto la società italiana ha deciso di fare. Ovviamente non eravamo tutti consapevoli, ma alcuni sì. Ogni comunità poi sviluppa le sue ipocrisie, ma quelle fiorite intorno alla prostituzione mi sono sempre parse affascinanti (molto più della prostituzione in sé, che invece mi ispira una certa repulsione). Faccio un esempio: dalle mie parti ogni tanto i carabinieri chiudono un bordello cinese, e la notizia va in prima pagina sui giornali locali. In fondo agli stessi giornali ci sono gli annunci di altri bordelli cinesi. Non c'è niente di strano, in fondo un giornale assolve a diverse funzioni e si rivolge a pubblici diversi. Però non riesco a non pensare a un lettore-tipo che in prima pagina esulta perché finalmente la città è stata ripulita, e una mezz'ora dopo sta già cercando un posto dove rilassarsi.

Quando si parla di prostituzione è molto facile litigare.

venerdì 18 luglio 2014

Papi Silvio è innocente, Papi Silvio è indecente

Potrei anche non ricordarmi bene; è passato del tempo e un mondo di cose più serie a cui pensare. Comunque:

La sera del 27 maggio 2010, una signora che credo si chiami Michelle Conceicao - e che in seguito ammetterà di essersi prostituita - sta scrollando nervosamente la rubrica del suo telefono, alla ricerca di un numero che corrisponda al nominativo PAPI SILVIO BERLUSCONE. Si tratta del cellulare del presidente del consiglio dei ministri, on. Silvio Berlusconi. Però se mi chiedete se sia un reato dare il proprio numero di telefono a una prostituta - anche solo lasciare che il vostro numero finisca sulla sua rubrica - beh, no, non è un reato, ci mancherebbe, no.

Michelle Conceicao sta cercando l'on. Silvio Berlusconi perché ha un problema: una sua conoscente, Kahrima El Mahroug, è trattenuta presso una questura, sospettata di furto. Non ha i documenti con sé. In questo caso chi non si adopererebbe per un'amica. La Conceicao non è forse, propriamente, un'amica di Kahrima (verranno violentemente alle mani qualche giorno dopo), ma comunque cerca di avvertire la persona più potente che conosce: e si dà il caso che abbia in rubrica una persona davvero molto potente. Papi Silvio Berluscone.

Anche Silvio Berlusconi non è, propriamente, un 'amico' di Kahrima El Mahroug: l'ha vista a qualche festa - il che non costituisce reato. Ovviamente sa che frequenta Michelle, evidentemente sa che mestiere fa Michelle; ma non sa (questo è cruciale) che Kahrima è minorenne. Quando riceve la telefonata, Berlusconi potrebbe fare compiere tanti passi per aiutare questa ragazza; il passo che decide di compiere è far chiamare la questura per informare il personale che Kahrima non dev'essere arrestata: ragioni di Stato. Si tratta infatti della nipote di Hosni Mubarak, allora presidente egiziano. Tutto questo costituisce reato?

No, se in quel momento Berlusconi è davvero convinto che Kahrima sia la nipote del presidente di un Paese amico. Infatti in tutti i gradi del processo ha dovuto sostenere questa versione: quella sera ne era convinto. Anche i parlamentari della maggioranza che lo sosteneva dovettero affermarlo, in una votazione che rimane a verbale. Per tutti loro Kahrima è stata, per qualche tempo, una probabile nipote del presidente egiziano Hosni Mubarak. Per questo motivo era meglio che uscisse dalla questura al più presto, accompagnata da Nicole Minetti. Quest'ultima, poi, pur sapendo ormai che Kahrima è minorenne, decide di affidarla alla Conceicao, forse non la più affidabile tra le tutrici.

In seguito Berlusconi fu accusato di avere avuto rapporti sessuali con Kahrima, detta Ruby; addirittura di aver commesso l'odioso reato di favoreggiamento della prostituzione nei suoi confronti. Per difendersi raccontò diverse cose, che ora forse non risultano: depilatori laser e altre sciocchezze. Raccontò - e la cosa è discutibile in sé - che non avrebbe mai potuto intrattenere relazioni con prostitute, in quanto fidanzato: e in capo a un paio d'anni in effetti una fidanzata spuntò. Tenere nascoste le fidanzate è forse un reato? Ma ci mancherebbe altro. E millantare di averne una quando non è vero? Per carità, toccherebbe aprire carceri contigue a ogni bar sport. Cerchiamo di essere persone serie.

Dunque può benissimo darsi, come ha stabilito il giudice in appello, che Berlusconi non abbia commesso nessun reato. Probabilmente non è un reato fare pressioni per liberare una persona, se tu pensi che quella persona sia la nipote di un importante alleato del tuo Paese. Non è un reato lasciare un numero privato a una prostituta; non sarebbe nemmeno un reato andarci a letto - a meno che non si tratti di minorenni - ma Berlusconi dice che non lo sapeva - e comunque non risulta che ci sia mai andato. Fine. E la famosa persecuzione giudiziaria? Pare che non esista; forse bastava trovarsi dei buoni avvocati, e dopo vent'anni di procedimenti a suo carico B. finalmente li ha trovati. Bene. Tutto qui?

No.

Berlusconi è innocente. Va bene. Non ha mai incoraggiato una minorenne a prostituirsi. Può darsi. E però rimane, per sempre, Papi Silvio Berluscone. Il presidente del consiglio che una prostituta milanese poteva chiamare quando voleva. Il punto di riferimento della corte dei miracoli delle olgettine e dei loro vari impresari. Non dev'essere processato per questo. Non costituisce reato. È semplicemente un dato imbarazzante, che ne avrebbe determinato la fine politica, in altri Paesi - no, aspetta, anche in questo Paese, se invece di chiamarsi Silvio Berlusconi si fosse chiamato, poniamo, Sircana o Marrazzo. Se a sua disposizione non avesse avuto, oltre a buoni e meno buoni avvocati, la potenza di fuoco di tre emittenti televisive e decine di quotidiani compiacenti. Sappiamo poi, ormai, che parte di quelle emittenti e quella compiacenza se l'è guadagnata illegalmente. Ma cerchiamo di essere persone serie davvero.

Fa molto caldo oggi, trovate? potrei anche pensare di uscire da casa in mutande. Non sarebbe necessariamente un reato. Ma non lo farò. Non aspetterò nemmeno che sia un giudice a stabilire, tra qualche anno, se è o non è un'offesa al pudore. Non credo che sia il giudice a dover stabilire cosa sia o non sia decente: in certi casi il buon senso dovrebbe essere sufficiente, oltre che necessario. Un presidente del consiglio che mantiene le Olgettine; uno che se Michelle Conceicao lo chiama perché ha un problema scatta subito sull'attenti e mobilita il capo di gabinetto di Palazzo Chigi; uno che adopera per certe missioni Nicole Minetti; uno che sostiene di aver potuto scambiare Ruby Rubacuori per una nipote di Hosni Mubarak (personaggio peraltro odioso); uno che, dopo aver saputo che Ruby è minorenne, lascia che sia affidata a Michelle Conceicao; uno così non è decente. È in mutande per strada, se non peggio. Un giudice può anche stabilire che non sia un reato, ma non è questo il problema. Quel signore in mutande non si sta comportando in modo degno del suo ruolo, né, soprattutto, ragionevole. Sembra un maneggione ormai alla mercé delle necessità quotidiane della costosa corte dei miracoli che sta finanziando. Non dovrebbe avere responsabilità di governo. Non dovrebbe essere ancora nelle condizioni di dettare riforme costituzionali.

Riforme, peraltro, che tradiscono ancora lo stile con cui si comportò quella sera: scritte con una certa sventatezza, una certa indecenza, una decisa sfacciataggine. Uno che ti racconta che la tal ragazza è la nipote del faraone, e pretende che tu la bevi, la prossima volta ti racconterà che per un governo democratico può bastare il 37% del parlamento, e se non la bevi si offenderà. Ci scusi tanto, Papi Silvio, ma continuiamo a non fidarci di lei.

mercoledì 13 novembre 2013

Giovane, carina, molto occupata

Giovane e bella (François Ozon, 2013).

Vi state sensibilizzando sull'odioso fenomeno della prostituzione minorile?
Isabella ha compiuto 17 anni ed è uno schianto. Ha una madre che non le fa mancare niente, un patrigno che l'ama come un padre, un fratellino che si strugge per lei e forse non riuscirà a toccare nessun'altra donna. Isabella è giovane e meravigliosa e tutti si aspettano da lei una serie di mosse precise: perdere la verginità una notte in spiaggia con un ragazzo straniero bellissimo, e poi tornare a Parigi e tra una lezione e una festa trovarsi un fidanzato, magari innamorarsi davvero, comunque cominciare una liaison benedetta dai parenti da interrompere prima della laurea (quando incontri il padre dei tue due figli, da cui divorzi verso i 35). Perché più o meno è quello che fanno tutte le belle ragazze di buona famiglia nei romanzi e nei film, e i genitori lo sanno, si tengono al corrente, hanno già cominciato a lasciarti i preservativi in bella vista in bagno. Peccato che a Isabella di tutta questa trafila postpuberale contemporanea non freghi nulla.

Isabella ha appena compiuto 17 anni e le piace far sesso con gli sconosciuti. Non tanto il sesso in sé, ginnastica a tratti piacevole ma generalmente noiosa. Ma dare appuntamenti a voci misteriose con un cellulare clandestino; viaggiare nel ventre di Parigi con una missione segreta; cambiarsi nei bagni, diventare più grande e poi di nuovo più piccola; intrufolarsi come un agente segreto negli alberghi esclusivi, ottenere da mani trepidanti una misura precisa della propria bellezza (cinquecento euro a botta), tutto questo è senz'altro pericoloso e sconsigliabile e a Isabella piace. Jeune et jolie è stato presentato a Cannes come La vita di Adèle, cui somiglia come un fratello cattivo: all'amour fou delle ragazze di Kechiche, Ozon oppone la frigidità sentimentale di Isabella. E tanto appassionato è il regista di Adèle (ai limiti dello stalking) tanto stavolta sembra glaciale Ozon. Non importa quanto vecchi od odiosi saranno i clienti di Isabella: nulla riuscirà a sporcarla, nulla è irreparabile.

Sbrigatevi a sensibilizzarvi, ché lei entro le sei dev’essere a casa.

L’avessi visto in qualsiasi altro momento, Jeune et jolie mi avrebbe innervosito per il distacco con cui abbozza un tema così attuale e pesante senza darsi la pena di cercare moventi sociali, morali, psicologici – niente, pare che a Ozon interessi soltanto impaginare la giovinezza di Marine Vacth in meravigliosi fotogrammi. Ma è il novembre del 2013, e oltre al fatto che gli sono ancora debitore di uno dei film più belli dell’anno, in queste due settimane ho fatto talmente il pieno di accorati opinionismi sulla prostituzione che l’impassibilità di Ozon mi è gradita come un balsamo, un necessario colpo di spugna profumata su tante chiacchiere benpensanti e puzzolenti. Ah, per inciso, viva la Francia; dove se tua figlia si prostituisce, la polizia viene a spiegarti con molto tatto che è meglio se metti la password ai computer di casa; dove un’assistente sociale spiegherà a tua figlia che prostituirsi è pericoloso da un punto di vista igienico; il tutto senza pazziate imbarazzanti che non servono a niente e a nessuno, senza Barbare D’Urso corrucciate e croniste d’assalto appostate. I compagni non sospetteranno niente; Isabella avrà ancora un po’ di tempo per crescere e capire il rischio che ha corso (un rischio fisico, concreto, non il “degrado antropologico morale” con cui i nostri esperti marchiano vittime e genitori).


Chissà se poi funziona così davvero, non lo so. Magari è una Francia di sogno, in tal caso viva la Francia dei sogni di Ozon e miei, un luogo dove persino un ponte pieno di lucchetti non è più un oggetto degno di derisione: Ozon non ha bisogno di ironizzare su Moccia o il moccismo per sentirsi superiore; ammira la giovinezza così com’è, con la sua arroganza e il suo sprezzo del pericolo, e i suoi errori di percorso. Anche se per apprezzarla davvero bisogna tenersi un po’ distanza, sennò ti si spezza il cuore come a Kechiche, o anche in modi meno metaforici. Un caro vecchio avatar del regista interverrà verso la fine per dirci che Isabella, alla fine, è solo una ragazza che ha avuto un po’ troppo coraggio: il coraggio di non inventarsi un amore quando l’amore in effetti non c’è, il coraggio di fare sesso se ne hai voglia e di farci i soldi se ne hai voglia. Tutto qui? Tutto qui. È un film immorale? Non più di tanti altri. È un film che restituisce un’immagine fuorviante della prostituzione? Senza dubbio, di sicuro non sono tutte così carine e prive di preoccupazioni economiche. Potrebbe mettere idee sbagliate in testa alle ragazzine? Mah, prima di prendervela coi film mettete una password ai laptop di casa. È un bel film? Non lo so, ma dopo Adèle ne sentivo un po’ il bisogno.


Gonna give you some terrible thrills.

Ah, quasi dimenticavo: per me la prostituzione minorile è una brutta cosa. Ma non perché sia sintomo di degrado antropologico o cazzate del genere. A me sembra inevitabile che ci siano automobili per strada, ma non vorrei che le guidassero i sedicenni. Mi rendo conto che si tratta di un pregiudizio non del tutto razionale – in fin dei conti un sedicenne ha riflessi e vista migliori dei miei – ma ritengo che sia più sicuro, più igienico che i sedicenni non guidino. Non so se prostituirsi sia più pericoloso che guidare: senz’altro è pericoloso. Si possono contrarre malattie, si possono incontrare psicopatici, il rischio di subire violenze è altissimo. Questo è l’unico discorso sensato che io farei a Isabella, e mi piace che qualcuno glielo faccia nel film.

Giovane e bella questa settimana è al cinema Fiamma di Cuneo, nei giorni feriali alle 21; al sabato alle 17.35, alle 20.15 e alle 22.35; la domenica alle 15.15, alle 18.10 e alle 21.00.