Il governo italiano ha sospeso gli aiuti ai palestinesi

Il governo italiano ha sospeso gli aiuti ai palestinesi. Noi no. Donate all'UNRWA.
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sabato 8 gennaio 2022

Funky tiratori


Nessuno
:

Ancora nessuno:

Qualcuno sottovoce: eh certo che a questo punto, con lo stallo che c'è in parlamento, si rischia proprio che il presidente della repubblica lo scelga di nuovo Matteo Ren...

IMPROVVISAMENTE, DAL NULLA, MASSIMO D'ALEMA: Ciao ragazzi, che si fa di bello?! Ho deciso che Articolo 1 deve tornare nel PD ormai dematteorenzizzato

Qualcuno: ma chi è questo scusa?

"Come chi è questo, sono Massimo d'Alema, il più grande antimatteorenzi vivente, ho fondato un partito apposta"

"Un partito?"

"Articolo 1"

"Oddio mio che brutta cosa".

"Come che brutta cosa?"

"Ma sì, erano tristissimi dai, cosa cantavano? Tranchi Fanchi? Mamma mi ci vuol la fidanzata? C'è Natalino Otto che si gira nella tomba da trent'anni..."

"Non Articolo 31, Articolo 1, è un partito che è uscito dal PD per contrastare il matteorenzismo".

"Aaah, certo che è facile confondere".

"Comunque, avete preso nota? Sono Massimo D'Alema, ho un curriculum e un'esperienza di primo livello, odio Matteo Renzi, tra qualche giorno si elegge un presidente della repubblica e nessuno vuole davvero che lo scelga Matteo Renzi, no?"

"No, no, certo, nessuno lo vuole".

"Non sarebbe odioso lasciargli l'ultima parola per altri sette anni?"

"Sì, in effetti è già insopportabile adesso. Ma tanto andrà così, chiunque eleggeremo, Matteo Renzi sosterrà comunque di averlo scelto lui". 

"L'unica è scegliere qualcuno su cui Matteo Renzi non possa mettere un cappello. Qualcuno che da sempre odia Matteo Renzi e ne è profondamente ricambiato".

"E vabbe', questo circoscrive l'insieme a una quarantina di milioni di italiani. Togliamo i minori di cinquant'anni, i detenuti..."

"Serve anche una personalità di spicco, qualcuno di autorevole, in cui gli italiani si possano riconoscere a livello internazionale".

"Cioè stai suggerendo..."

"No, io non suggerisco nulla, però..."

"Ma J-Ax li ha già compiuti cinquant'anni?"

martedì 2 novembre 2021

L'invenzione maledetta

 "Come probabilmente sapete, gli automobilisti hanno sempre qualche difficoltà a mettere in punto l'orologio dell'automobile".

"Già, in effetti è così".

"I comandi sono quasi sempre un po' troppo complessi, inoltre l'automobilista è concentrato sulla guida e così tende a rimandare".

"Vero".

"D'altro canto ormai tutte le automobili sono equipaggiate con bluetooth di serie che si collegano allo smartphone dell'automobilista – e lo smartphone come saprete si mette in punto da solo, prende l'ora da internet".

"Ora che ci penso è vero, lo smartphone si mette in punto..."

"Dunque la mia idea... ma non è che sia proprio una mia idea, cioè mi fa un po' strano che non sia già venuta a qualcun altro, anzi a tantissima gente, soprattutto ingegneri, beh... anche lei a questo punto l'avrà capita da solo, no?"

"Cosa dovrei aver capito?"

"L'idea che sono venuto a presentare, è una cosa proprio banalissima se uno ci pensa".

"E cioè?"

"Cioè non ci ha pensato?"

"No, ma la prego, non mi tenga sulle spine, qual è questa sua banalissima idea?"

"Beh, ecco... fare in modo che l'automobile metta in punto l'orologio con lo smartphone a cui si collega via bluetooth".

"Ah, però".

"Banale, eh? Però risparmierebbe tempo, fatica, distrazione... e non c'è nessuna tecnologia da aggiungere, abbiamo già tutto".

"Sì, sì, non male come idea".

"Continua a sembrarmi stranissimo che nessun altro ci abbia pensato".

"Eh ma sa, a volte sono proprio le cose semplici... le faremo sapere, comunque".

"Grazie per la sua attenzione".

"Si figuri, si figuri e mi raccomando, nel frattempo non ne parli con nessuno, segreto industriale".

"Wow. Grazie".

"Inoltre nei prossimi giorni non lasci la città".

"Davvero?"

"Proprio così. A presto".

[Esce il geniale inventore].

[L'ingegnere capo emette un lungo gelido sospiro, e poi prende il telefono]. "Sì, è appena uscito dal mio ufficio, sì, è proprio come temevamo, bisogna farlo sparire come tutti gli altri. No, non un incidente stradale, sarebbe il quinto in una settimana, inventatevi qualcos'altro".

lunedì 18 maggio 2020

Ormai sei grande, puoi uscire solo

"Leo..."
"No".
"C'è da portare fuori l'umido".
"Adesso no".
"Senti io capisco tutto, ma è veramente ora che..."
"Zitto".
"Capisco lo stress da homeworking, lo stress da lockdown, però se davvero se non porti giù questo umido..."
"Ma si può sapere cosa vuoi da me?"
"Eh?"
"Si può sapere cosa pretendi, chi sei, cosa fai in casa mia, si può sapere?"
"Sono l'umido".

lunedì 2 dicembre 2019

La tosse secca

(Un mio amico conosce un pediatra che è la persona più tranquilla del mondo).
"Pronto".
"Buonasera dottore mio figlio sta vomitando sangue e frattaglie da tre ore".
"Età?"
"Cinque anni il mese prossimo se ci arriva".
"Peso?"
"Venti chili tre ore fa, adesso non riusciamo a tenerlo fermo sul piatto della bilancia, emette ultrasuoni e scosse elettriche".
"10 gocce di Bogomil tre volte al giorno dopo i pasti, buonasera".
"No, aspetti, 10 gocce di Bogomil ce li ha dati anche l'anno scorso, si ricordi? quando ha contratto la peste bubbonica".
"Allora gliene dia dodici".
"Va bene ma nel frattempo è levitato e ora è appiccicato al soffitto con la testa ruotata a 180°, come faccio a dargli il Bogomil".
"Prenda quello in supposte da cinque cc".
"Sì, ma come..."
"Ce l'avrà una scala".
"Va bene, però ora sta bestemmiando in antico caldeo e rivelando informazioni sulla fine dei tempi, dice che posso chiamare un esorcista?"
"Ma sì, perché no".
"Però l'ultimo esorcista lo ha mangiato".
"Allora è meglio di no. Buonasera".
"Buonasera, no, aspetti, c'è un'altra cosa, ha anche un po' di tosse secca".
"Va bene, me lo porti domani alle sedici e trentatré. Buonasera".
(Un mio amico conosce un pediatra molto tranquillo).

mercoledì 24 luglio 2019

Neanche la morte ride più

Toc toc
"Chi è?"
"La Morte".
"Ma come la morte".
"Dai, fai la tua battutina, avanti".
"Ma in che senso la morte".
"Nel senso che indovini benissimo".
"Ma proprio adesso, qui, insomma, perché?"
"Boh, mica deve esserci un perché. Sarai uscito nelle ore più calde, non ti sarai idratato abbastanza, adesso fa' pure la tua battutina e andiamo avanti".
"Potrebbe esserci un errore, ci sono molti anziani nel vicinato"
"Nessun errore, dai, non facciamola lunga. Allora la fai la tua battutina o no?"
"Ma quale battutina, non capisco".
"Senti ciccio io è da stamattina che falcio su gente e non ho staccato neanche per pranzo, devo averne fatti un centinaio".
"Giornata dura".
"No guarda, giornata nella media, ma non è questo il problema. Il problema è che non ce n'è stato uno, ti dico che non ce n'è stato uno che non ha cercato di farmi la battutina sul Mandato Zero".
"Aaaaah, *quella* battutina, certo,
"E uno dice "è la mia vita-zero", un altro "è la mia esistenza-zero", tutti originalissimi, tutti simpaticissimi, roba da ammazzarli tutti, non fosse già il mio mestiere. Allora la fai la battutina o no?"
"Sì, in effetti stavo cercando la formulazione più efficace..."
"Seh ciao. Ti do quindici anni se non la fai".
"Venti".
"Aggiudicato".
"Gnnnnn".
"Resisti. Morditi la lingua".
"GNNNNNN".
"Pensa ai tuoi cari".
"NON CI RIESCO".
"Va bene dai, me ne vado prima della punchline. Bevi più acqua".
"MA QUINDI ERA DAVVERO LA MIA MORTE-Z..."
"Lalalaà cosa? non ti sento".

sabato 26 gennaio 2019

I miei amici sono anemici, mi dici

27 gennaio - Sant'Angela Merici, (1474-1540), mistica, fondatrice delle orsoline.
[2013]




“I miei amici sono anemici”, mi dici,
si sono messi ai margini
di foto con cornici.
Non pranzano con gli astici,
si adattano alle alici
che spacciano al convitto di Sant'Angela Merìci1.

I tuoi amici sono cinici, ci dici:
hanno scialato rendite, non certo in dentifrici.
Non serve essere aruspici per trarne infausti auspici:
staresti molto meglio chez Sant'Angela Merìci2.

I miei amici son quei tipici infelici
che han fatto studi classici e ne han tratto i benefici:
non san quadrare i circoli, né estrarne le radici,
proteggerli è un lavoro per Sant'Angela Merìci3.

Ex amici, han messo via i berretti frigi,
i riccioli li rasano per non mostrarli grigi.
Li trovi in ferie a Lerici più spesso che a Parigi,
ma è molto meglio perderli, da’ retta alla Merìci4.

Amici un dì magnifici; ma han chiuso i maglifici,
e senza più bonifici, da Etruschi o da Fenici,
han perso accesso agli attici, non flertan con le attrici,
non sanno a chi votarsi più (non certo alla Merìci)5.

I tuoi amici, inurbati in cupi uffici,
arcigni e tristi artefici di artritici artifici,
strillano strofe stridule a troiette traditrici;
ti prego, trasferisciti in Sant’Angela Merìci6.

Che accolga tra le accolite, le sue benefattrici,
la bimba a cui proselita, con mani protettrici,
la scala verso l'indaco indicava da pendici
che sono competenza di Sant’Angela Merìci7.


(1) Il poeta – un mediocre anonimo degli inizi del secolo XXI – ode forse in sogno la figlia primogenita lamentarsi della scarsa vitalità dei propri amici, che infallibilmente li condurrà a un destino oscuro e marginale ("si sono messi ai margini di foto con cornici"), e a una difficile situazione economica, qui descritta evocando una mensa dei poveri (un "convitto di Sant'Angela Merìci").

(2) La figlia continua a lamentarsi che gli amici abbiano delapidato i patrimoni accumulati dai genitori ("hanno scialato rendite") a causa di uno stile di vita non sano ("non certo in dentifrici"). Non è necessario essere pratici di un'arte divinatoria ("non serve essere aruspici") per rendersi conto del disastro, al quale il poeta propone di ovviare con l'immediato trasferimento della figlia in un istituto religioso ("Staresti molto meglio chez Sant'Angela Merìci". Sant'Angela, nata a Desenzano nel 1474 e morta a Brescia nel 1540, è la fondatrice della Compagnia delle Dimesse di Sant'Orsola, volgarmente conosciute come orsoline.

(3) In questa strofa il poeta inizia a rivolgere il pensiero ai propri amici, per i quali non intravede un destino migliore di quello paventato dalla figlia per i suoi: vi sono per esempio quelli che, avendo intrapreso studi classici, si sono rivelati inetti alle discipline scientifiche ("non san quadrare i circoli, né estrarne le radici": il fatto che l'operazione di estrarre una radice da un circolo sia totalmente insensata ci lascia supporre che anche il poeta si inserisca tra questa schiera di "amici", sui quali invoca la protezione di Sant'Angela Merici).

(4) Ad altri amici, che il poeta non considera più tali ("ex amici"), egli rimprovera il tradimento delle velleità rivoluzionarie espresse durante la giovinezza ("han messo via i berretti frigi": il berretto frigio è uno dei simboli della rivoluzione francese). Benché questi amici non accettino i segni dell'invecchiamento, e tentino di camuffarli con un look giovanile ("i riccioli li rasano per non mostrarli grigi") essi hanno ormai accettato le comodità di una vita borghese. Per questo è meno facile incontrarli a Parigi (la città rivoluzionaria per eccellenza, e in generale un punto di arrivo per gli ambiziosi di ogni generazione, cfr. Stendhal, Balzac) che a Lerici, placida località balneare sul Mar Ligure che si raggiunge più facilmente dalle province di Brescia, Mantova, Parma, Modena. La stessa Santa, secondo il poeta, consiglierebbe la figlia di perdere di vista amici del genere.

(5) Vi sono poi amici che in tempo godettero di un grande benessere grazie ai "maglifici", e qui forse il poeta si riferiva a un distretto industriale ormai in via di smantellamento, nella bassa modenese. Questi amici non fanno più affari con gli "Etruschi" (forse i toscani del distretto tessile di Prato) e coi "Fenici", un popolo di origine medio-orientale che nell'Antichità si era specializzato nel commercio, stabilendo basi in tutto il Mediterraneo. Per questo motivo hanno dovuto abbandonare lo stile di vita edonista e spensierato della loro giovinezza: anche loro dovrebbero invocare la protezione di un Santo, ma il poeta dubita che la Merici possa intercedere efficacemente per loro.

(6) Il poeta immagina altri amici prigionieri di una vita di ufficio che li rende sterili: anche ciò che producono è un artificio digitale che rende artritico chi vi si dedica. Costoro sfogherebbero la loro mediocrità intrecciando rapporti frustranti con colleghe fedifraghe (segretarie?) Il poeta ribadisce alla figlia che c'è un solo modo sicuro per sottrarsi a un destino tanto orribile, ed è trasferirsi presso le Dimesse di Sant'Orsola. 

(7) Finalmente il poeta ricorda come alla figlia piacesse, da piccola, durante le visite presso un pio istituto religioso bresciano, salire le scale che conducevano agli alloggi delle Dimesse; e associa il ricordo alla più famosa visione raccontata da Sant'Angela, quella di una scala protesa verso il cielo. Chiede perciò che la santa accolga finalmente tra "le sue benefattrici" (le Dimesse) la sua figlia come "proselita". È infatti la stessa bambina a cui la Santa indicava la scala verso l'"indaco", quando si trovava "alle pendici che sono competenza di Sant'Angela Merici", ovvero a Brescia, città a ridosso dei monti, di cui Sant'Angela è co-patrona.

lunedì 21 gennaio 2019

San Vincenzo, il martire banale

22 gennaio – San Vincenzo di Saragozza (†304, martire citazionista).

San Vincenzo era diacono, come Santo Stefano, presso Saragozza (come San Braulione). Sotto Diocleziano imperatore fu arrestato, come San Sebastano, e interrogato come il suo vescovo, San Valerio. Trovato colpevole di cristianesimo, fu torturato sul cavalletto, come Santa Caterina. Siccome invece di pentirsi ringraziava i suoi torturatori, come Sant’Ignazio, il magistrato decise di arrostirlo, come San Giovanni. Dopo un po’ che era sui ferri ardenti pare che abbia detto anche lui al carnefice “Voltami, son cotto”, come San Lorenzo. Ma a quel punto il magistrato si stancò, e così Vincenzo rimase cotto a metà, il destino di ogni imitazione di un’originale. Le copie più riuscite molto spesso sono le più superficiali.

Ancora una graticola, che banalità.
Vincenzo è il patrono di Lisbona, di Vicenza, del casino di Saint-Vincent, dei vinai e dei vignaioli, e di tutti noi ogni volta che vorremmo dire qualcosa di importante, di potente, anche solo una parola ma definitiva, e tutto quello che ci viene in mente è una citazione. Una frase che ha già detto qualcun altro, pensando ad altro, e che ci è rimasta attaccata addosso. Come diceva Oscar Wilde. Come diceva Voltaire. Come diceva Albert Einstein. Questi uomini insigni passano i loro giorni nell’Ade a tormentarsi e rigirarsi: questa non l’ho detta! questa forse sì, ma intendevo l’esatto contrario! Questa sicuramente, ma ripensandoci era una cazzata. Ieri il presidente del Consiglio Matteo Renzi a Davos ha detto che l’Italia deve investire nel futuro, deve smettere di considerarsi un museo: e per dimostrarlo ha citato un motto di duemila anni fa: Carpe diem! Se avete fatto un liceo italiano (i migliori del mondo) avrete già riconosciuto la citazione di Robin Williams. Il problema è che quella poesia dice l’esatto contrario, maledizione. Dopo Carpe diem viene “quam minimum credula postero“, più o meno “credi al futuro quanto meno puoi”. Altro che investire nel futuro, Leucò, lascia perdere, versami da bere piuttosto. E infatti se ci pensate gli studenti di Robin Williams in quel film non è che si diano troppa pena di alzare le medie del quadrimestre: preferiscono appartarsi con le ragazze, scrivere poesie o suicidarsi direttamente.

Noi non investiamo nel futuro, noi siamo la minoranza dei bei gesti che durano un attimo,
e al sette in condotta ci penseremo poi.
D’altro canto le citazioni sono definite proprio dal loro essere ormai completamente estrapolate dal contesto. Come le parole. In effetti sono diventate parole. Le usiamo nello stesso modo, combinandole in frasi senza più preoccuparci della storia lunga e complessa che ce le ha portate sulla bocca. Diciamo “Faccio cose vedo gente”. Diciamo “ho visto cose”, e non sappiamo nemmeno più che film stiamo citando e perché. Diciamo “digitale” e le dita sono l’ultima cosa a cui pensiamo. Quanto a gennaio, non è più il mese del dio Giano da un pezzo: perché carpe diem dovrebbe sottrarsi all’incessante mutare del tempo, dei significati e dei significanti?

Il fatto di vivere in un mondo saturo di discorsi, dove ogni parola che ci viene in mente è una citazione, forse non dovrebbe tormentarci. Peraltro non è una novità, ci sono stati altri periodi così. Forse tutti i periodi sono così, anche se a posteriori non è sempre facile accorgersene. Alcuni di voi avranno certamente letto da ragazzini il capolavoro del Federico Moccia del secolo XVIII, tal Wolfgang Goethe – in seguito seppe riciclarsi egregiamente come autore di testi per adulti seri, ma nel nostro cuore è sempre stato l’autore di quell’agile romanzetto che lanciò la moda della giacca blu col panciotto giallo – e anche quella dei suicidi tra i lettori più sensibili – i Dolori del Giovane eccetera. Se l’avete letto nel periodo giusto forse ricordate ancora la notte di lampi e tuoni in cui il Giovane Imbucato a una festa di nobili conosce Lotte e s’innamora di lei. L’espressione “colpo di fulmine” forse prima non esisteva, ma il momento in cui il Giovane si infiamma davvero non coincide con un tuono o con un lampo. Il grosso della tempesta è già passato, quando Lotte pensosa alla finestra pronuncia la parola che lo infiammerà, condannandolo a un amore impossibile e alla lunga mortale.

Questa parola è “Klopstock”.

Ciò mi ha sempre fatto ridere.

Nessuno potrà più dire “Klopstock” senza commuoversi.
Provateci. Klopstock. Klopstock. Vedete?
È un riso da scimmia, perché in effetti la situazione può suscitare ilarità soltanto se non si conosce il celebre lirico Friedrich Gottlieb Klopstock; se non si ha la minima idea della poesia a cui sta pensando Lotte in quel momento. Probabilmente fa ancora più ridere se addirittura non so una sillaba di tedesco: se per me è solo un accrocchio di sillabe che gridano “invadiamo la Polonia” anche quando vorrebbero parlare d’amore. Quindi, nel momento in cui Werther s’innamora, tu ridacchi, ah ah ah ah, che ha detto? No, ma sul serio, come ci si fa ad innamorare ascoltando il suono “Klopstock?” Capirei Lessing, Novalis, persino Heine ha ancora qualcosa di languido, ma Klopstock sembra una marca di ciabatte.

Werther invece si innamora, perché ha colto il riferimento. Conosce Klopstock, ha indovinato l'”ode sublime” che Lotte ha in mente. Questo era il significato di “Klopstock” sulle labbra di Lotte, ma nelle orecchie di Werther ha già assunto un significato diverso. Significa: “ode sublime che io so che tu sai”. Significa già “Affinità elettive”. C’è qualcosa tra di noi che la rigida compartimentazione sociale della società tedesca prenapoleonica non potrà toglierci, nemmeno quando per darmi un tono mi farò prestare [SPOILER] le pistole da tuo marito e mi ci bucherò le cervella [/SPOILER]. Nel giro di pochi secondi la parola ha assunto un significato così personale che Werther vorrebbe ritirarla dalla lingua tedesca. “Nobile poeta, se tu avessi potuto vedere in quello sguardo la tua apoteosi! e se io potessi ora non sentir più pronunciare il tuo nome così spesso profanato”.

Chissà se poi Klopstock era così contento di essere diventato una specie di catenaccio di Ponte Milvio del preromanticismo, il McGuffin di un romanzetto per giovani tormentati. Sì, perché alla fine non è così importante di che poesia si tratti. Era davvero così bella? Lotte e Werther avevano davvero il gusto per apprezzarla, o non stavano pescando nel banale come Fiorello quando cantava la Nebbia agli irti colli piovigginando sale? Che importa. Con le citazioni non si sbaglia mai: dici “gatto di Shroedinger” e il tuo interlocutore penserà che tu ne sappia davvero qualcosa di meccanica quantistica. Di fronte allo spettacolo del temporale che si ritira Lotte avrebbe potuto provare a tirar fuori qualcosa di suo, ma se fosse suonata ridicola? La citazione ti risolve. Klopstock.

Ma chi siamo noi per giudicare. L’abbiamo avuta tutti una fase Klopstock, specie se ci è capitato di maturare sentimentalmente negli anni Novanta. A rileggere i libri del tempo, viene la vertigine: tutti i protagonisti passano il tempo a citare altri libri, o fumetti o film o poesie (persino Fiorello). Cosa avevamo in testa tutti? Perché non cercavamo la nostra singola voce invece di ritagliare frasi a caso dai discorsi degli altri? Eravamo solo giovani e stupidi, o c’era qualcosa di più?

Forse c’era qualcosa di meno. I Novanta non sono poi così lontani, ma sembrano ormai un universo parallelo, dove tutto più o meno è uguale a qui salvo che non c’è internet. C’era comunque molta cultura dappertutto, ma non era così immediatamente accessibile: andava comprata, noleggiata, riprodotta, fotocopiata: tutti passaggi che la consumavano e ce la rendevano più nostra. Citarsi addosso era un modo per riconoscerci: da qualche parte in città qualcuno quella sera stava dando una festa in cui a un certo punto una ragazza avrebbe detto “Klopstock”, o “Per un bel pezzo sono andata a letto presto”, o “Preferisco di no”, “Dove vanno le anatre”, o qualche altra frase che tutto il mondo avrebbe trovato ridicola tranne te. Dovevi trovarla. Dovevi allenarti a distillare le citazioni e riconoscerle nei discorsi altrui. Memorizzarle il più possibile e mescolarle con sapienza. Trasformare te stesso in una pratica citazione da snocciolare al momento giusto.

La barra di google ha messo fine a quell’era di abiezione. Non abbiamo smesso di citare, ma lo facciamo in modo più automatico, senza più il timore e il tremore di essere o non essere capiti. Diciamo “Pijamose Roma”, diciamo “Avete scommesso sulla rovina di questo Paese e avete vinto”, ma non è per selezionare i nostri uditori all’ingresso. Ci spuntano ancora sulle labbra per pigrizia, noi non sapremmo mai farne di altrettanto efficaci. Nel frattempo abbiamo anche smesso di immagazzinare contenuti, sia nelle librerie che nel disco rigido che nel nostro stesso cervello. Tanto nella nuvola c’è tutto; l’importante è sapere come cercarlo, cosa cercare, nell’evenienza che ancora da qualche parte arrivi una bufera e noi ci si ritrovi in quella situazione in cui…

“Klopstock”.

“Che hai detto?”

“No, niente”.

“No, ti ho sentito, hai detto qualcosa di una ciabatta”.

“No, non è una ciabatta, è un lirico tedesco”.

“Sicuro? Perché sembrava proprio una ciabatta”.

“È un lirico tedesco”.

“Sei sicuro? Guarda che lo sto già cercando”.

“Si scrive con la kappa”.

San Vincenzo voleva soltanto morire dicendo qualcosa di memorabile, come si conviene a un martire: che colpa aveva di vivere alla fine dell’epoca dei martiri, in un mondo ormai saturo di supplizi e frasi celebri? Tutte le torture e tutte le parole erano già state prese da santi non necessariamente più ispirati. Lui non aveva niente di meno di Santo Stefano o San Valerio o Santa Caterina, ma era arrivato dopo, in quel momento in cui qualsiasi cosa tu dica o faccia fa già parte di un discorso già finito. Qualcosa di simile sarà forse capitato anche a noi. Avevamo solo le parole degli altri, ce le siamo fatti bastare. Per quel che avevamo da dirci, alla fine [2015].

domenica 13 gennaio 2019

La diabolica strategia mediatica

(La notte)

"Va bene, adesso interroghiamo. Nizzoli per esempio, che Paese dell'Africa Occidentale portavi? Mi vuoi parlare del Senegal?"
"No".
"No?"
"No".
"Forse la Gambia?"
"No".
"Di cosa mi vuoi parlare, Nizzoli?"
"Della strategia social di Salvini".
"No".
"Credo che Salvini ci stia fondamentalmente trollando, postando contenuti provocatori che dovremmo invece ignorare..."
"Ok, è un incubo, vero? Adesso mi sveglio".
"Per esempio la Nutella..."
"Oppure guarda facciamo così, adesso bussano ed entra un elefante nella stanza".
"O De Andrè..."
"Ma perché no, va bene, fate entrare De Andrè..."


(Al forno)

"Buongiorno, come va?"
"La strategia social di Salvini non va presa sottogamba".
"Eh? No, no certo. Mi darebbe uno sfilatino ai cereali, per favore".
"Questa sua enfasi sul cibo, per esempio, è una chiara rincorsa al pubblico dei talent, e in generale delle trasmissioni sul food..."
"Ho cambiato idea, scusi, lo prendo senza cereali..."
"Ma secondo me sbagliamo a rispondere sempre alle sue provocazioni".
"Anzi no guarda non lo prendo proprio, mi scusi, mi è passata la fame".
"Per esempio, rifarsi a De Andrè..."
"Addio".



(Dal barbiere)

"Come li tagliamo?"
"Beh, corti".
"Sì però non faccia quella faccia".
"Che faccia?"
"Lei ha la faccia di uno che sta per mettersi a parlare della strategia social di Salvini".
"No le giuro no".
"Dicono tutti così, e poi...  Io tra l'altro faccio un mestiere a rischio, non so se la gente ci riflette, ma sono sempre qui con le forbici in mano".
"Eh, mi rendo conto".
"Un giorno o l'altro succederà, capisce? Uno si siede, mi parla della strategia mediatica di Salvini, della Nutella e di De Andrè e io... zac".
"Un solco lungo il viso".
"No anche un po' più sotto guardi".
Drin
"...Allora se preferisce non dico niente".
"Grazie".
Drin
"Ma stanno suonando?"
"Sì, è l'elefante. Ma io non lo faccio entrare".
Drin
"Bravo".

lunedì 3 dicembre 2018

Il gesuita nella jungla

3 dicembre – San Francesco Saverio, missionario ed esploratore, evangelizzatore di massa

…apud campum babylonicum ducem impiorum in cathedra ignea et fumosa sedere, horribilem figura vultuque terribilem (Ignazio di Loyola, Exercitia Spiritualia, 140)

Suppongo che vi ricordiate quando sono diventato, per un po’, marinaio di acqua dolce.

"Uomo condannato al rogo
dall'Inquisizione di Goa".
Ma cominciamo con ordine. In quel tempo ero tornato a Goa, al collegio. Ufficialmente ero in ritiro spirituale. Stavo cercando di smettere con l’oppio, anche. Non ridete. Me lo aveva prescritto un dottore indiano contro l’ulcera. Senza accorgermene avevo iniziato ad aumentare le dosi. È difficile spiegare a chi non l’ha provato. Ti sembra di entrare in un mondo diverso, che al risveglio non sai raccontare nemmeno a te stesso. Potrebbe essere il paradiso, ma più probabilmente è un altro luogo.

In ogni caso, avevo visto uomini migliori di me partire e non tornare, ed ero determinato a non seguirli. Così mi ero chiuso in una cella col mio Eymerich tascabile e il flagello. Quando i miei nervi cominciavano a tendersi e a chiedere il frutto del papavero, io cercavo di strapparmeli a nerbate. Poi il dolore mi teneva sveglio tutta notte e un po’ d’oppio dovevo prenderlo comunque, per non impazzire. Vedevo le pareti della cella stringersi intorno a me, e pensavo alla giungla. Sentivo di diventare sempre più debole, e vedevo gli idoli diventare sempre più forti – stavo sbagliando metodo, evidentemente.

Goa, fottuto posto. Ma ognuno ottiene quello che vuole, alla fine. Io volevo una missione; e per scontare i miei peccati me ne assegnarono una davvero speciale; una volta conclusa, non ne avrei volute altre.

Non posso raccontarvi tutto, naturalmente. Ricevetti un invito a pranzo che non si poteva rifiutare. Mi buttai sotto un getto d’acqua gelida per togliermi la giungla dalle palpebre, e nel giro di un paio d’ore ero di nuovo un domenicano nel suo saio pulito e bianconero, al cospetto dell’Inquisitore Generale.

Si era fatto arredare un bell’ambientino, nel palazzo di un Khan locale. Il disprezzo per gli idoli, le vacche sacre in particolare, lo manifestava facendone arrostire generose porzioni per gli ospiti.
“Buongiorno padre”.

“Buongiorno fra Marcelo. Ha già conosciuto il Generale?”

“No padre, non di persona”.

“Lei ha lavorato molto in autonomia, è vero?”

“Sì padre, è così”.

“Nel suo dossier si parla di un paio di autodafè nei distretti a nord di Goa”.

“Al momento mi dichiaro non disponibile a parlarne, padre”.

“Lei non ha già lavorato per l’Inquisizione?”

“No padre”.


“Non ha bruciato tre idolatri e due musulmani in un villaggio a venti leghe da qui?”

“Non… non mi risultano le attività da lei menzionate. Né sarei propenso a parlarne qualora tali attività…”

“Cos’è quel brutto taglio sul collo?”

“Un incidente di pesca durante le attività ricreative, Padre”.

“È profondo. Sembra un gatto a nove code. Lei fa uso del gatto a nove code nella sua cella?”

“No padre”.

“Lo sa che è proibito?”

“Certo padre”.

“Va bene, si sieda. Ha l’aria di uno che digiuna da un mese. Vediamo quello che abbiamo qui. C’è dell’arrosto, di solito è buono. Ma se vuole provare i crostacei, non dovrà fornirci ulteriori prove di coraggio”.

“Grazie, padre”.

“Mi serve nel pieno delle forze. Ha mai sentito parlare di Francisco de Jasso Azpilcueta Atondo y Aznares de Javier?”

“Nato in Navarra nel 1506, al collegio fu compagno di cella del fondatore dell’ordine noto come Compagnia del Gesù, Íñigo López Loiola. Inviato da questi a Goa nel 1541 su richiesta di sua maestà il re del Portogallo, estese l’opera di evangelizzazione delle Indie fino a Malacca, alle Molucche e a Cipango, battezzando milioni di indigeni e compiendo centinaia di prodigi…”

“…Non tutti risultanti al nostro Sacro Ufficio. Vada avanti”.


Convertili tutti, Dio riconoscerà i suoi
“Nel 1552, desideroso di portare il messaggio di Nostro Signore Gesù Cristo nell’impero della Cina, parte su una giunca diretta all’estuario del fiume delle Perle, ma muore di febbre nell’isola detta di Sanclan. Dio dà, Dio toglie, Dio sia benedetto”.

“Amen. Tutto qui, figliolo?”

“Più o meno sì”.

“È sicuro di non aver sentito altre voci?”

“Niente di rilevante, padre”.

“A proposito di un padre gesuita che addentrandosi nel fiume delle Perle con un carico di fucili, avrebbe portato la coltivazione del papavero nel cuore del Guangdong?”

“Lo apprendo da voi, padre”.

“Francisco Javier è stato uno dei migliori pastori che la Chiesa abbia mai inviato nelle Indie. Un cavaliere e un santo. Spiritoso, intelligente. Ma in un qualche modo non riusciva ad accontentarsi. Lo avremmo voluto più spesso presso di noi, a Goa. Come sa, c’è tantissimo lavoro da fare per le anime dei sudditi indiani del Re, senza andare in capo al mondo. Sappiamo che lo stesso Loyola gli aveva chiesto di fermarsi. E invece… le Molucche, e poi il Giappone, e poi… la giungla. Lei conosce la giungla, fra Marcelo?”

“Ci sono stato”.

“Poi però ha dovuto andarsene… ha conosciuto i tormenti dell’ulcera, mi hanno detto”.

“Cibi troppo speziati”.

“Che altro ha conosciuto?”

L’orrore.

“Si sta ancora curando?”

“No, padre, sono guarito”.

“Me ne rallegro. Stavo dicendo… quando Francisco si addentrò nel Fiume delle Perle, le sue lettere cominciarono ad apparirci… insane. Abbiamo pertanto stabilito di non divulgarle. Eccole qui”.
Con le stesse mani con cui aveva affettato il manzo, mi porse un pacchetto. Se non si stava prendendo gioco di me, dentro c’erano missive inedite di Francisco Javier, l’uomo che aveva in pochi mesi procurato alla chiesa cattolica più anime di quante gliene avesse perse l’immondo Lutero in trent’anni. A Roma si parlava già di beatificarlo.

“A quel che ci risulta, ha rilevato un latifondo nell’entroterra. Dirige una vera e propria impresa commerciale, che rifornisce di oppio i mercati di tutta la Cina meridionale. Gli affari vanno così bene che i prezzi sono crollati persino qui a Goa, ne avrà sentito parlare”.

L’orrore.

“Devo darle un’altra informazione inquietante: pare che i suoi contadini lo temano e lo venerino. Eseguono ogni suo ordine, anche il più assurdo. Nella giungla, come sa, il bene e il male si intrecciano in modi che ancora non capiamo. In mezzo a quegli idolatri persino il più santo degli uomini può essere tentato di credersi… Dio”.

“Dio?”

“In ogni uomo c’è un punto di non ritorno. Francisco Javier è andato oltre, ed è ormai evidente che sia del tutto impazzito”.

Che cosa volevano da me?

“La sua missione consiste nel risalire il Fiume delle Perle a bordo di una giunca. Ottenere un permesso per entrare nel territorio dell’Impero è molto difficile, e in ogni caso non intendiamo dare nell’occhio. Pertanto indosserà gli abiti di un bonzo. Lungo il tragitto raccoglierà informazioni. Una volta trovato padre Francisco deve infiltrarsi nella sua impresa e… porre fine al suo comando”.

“Porre fine a… padre Javier?”

“Quell’uomo è ormai completamente fuori controllo. Porre fine con estrema determinazione. Ha capito, sì?”

“Sì, padre”.

Da un po’ stava armeggiando con un attrezzo di cui avevo sentito già parlare, senza averlo mai visto. Una cannuccia di legno con un minuscolo fornellino all’estremità. Ora che finalmente all’interno aveva preso fuoco qualcosa – spargendo nella stanza un odore non sgradevole – si mise in bocca l’altra estremità. Sembrava che succhiasse.

“Lei non fuma, vero figliolo?”

“Mi perdoni?”

“Un po’ la invidio. È un vizio nuovo, che ci arriva dalle indie occidentali. Un’alternativa assai più sana al masticare oppio. Vuole provare?”

“Grazie, no”.

“Le sarà chiaro, fra Marcelo, che questa missione non esiste. Francisco Javier è morto nel 1552 di febbre sull’isola di Shangchuan, dopo aver convertito milioni di fedeli. Nelle Indie tutti parlano dei suoi prodigi. Dio l’assista”.

“Sempre sia lodato”.

Quando accettai la missione non ero certo un educando. Quante persone avevo già ucciso? Cinque, sei? Avevo ancora addosso l’odore di bruciato delle loro carni sul rogo. Stavolta però si trattava di uccidere un santo. Accettai la missione: che altro potevo fare? Ma non sapevo ancora come mi sarei comportato al suo cospetto.

(Continua…)

domenica 2 settembre 2018

Novità in libreria! (settembre 2018)

Un'altra estate è andata, autunno è alle porte, le vetrine delle librerie sostituiscono i best-seller cartonati da leggere in spiaggia con... cosa? Secondo gli esperti del mercato in autunno la leggibilità passa in secondo piano; le classifiche di vendita premiano altri parametri. Ecco una breve incursione tra le più interessanti uscite del mese.


DJ CONTENTO: I canti e altre poesie di Giacomo Leopardi, Copycut editrice.

Si fa ancora chiamare Dj, ma i tempi di CRISTO-MIA-ZIA! sono ormai un ricordo lontano. Contento non è più il bimbominchia spiritato che movimentava la scena dei primi anni Zero copia-incollando pagine dei classici della letteratura senza neanche darsi la pena di leggerli. L'importante era il groove, amava ripetere mentre mescolava versi di Carducci alle memorie di Natalia Ginzburg; e per un po' le classifiche dei download gli diedero ragione. Chi avrebbe mai immaginato che Contento negli anni diventasse uno degli autori più interessanti della sua generazione? A partire da Le Satire di Montale ma anche un po' di Giovenale (2011), Contento ha iniziato a usare sempre meno forbici e sempre più colla - digitale, s'intende - scivolando più o meno consapevolmente dalla poetica del Remix a quella dadaista dell'Objét Trouvé, centrata in pieno con la sua opera più conosciuta, Le città invisibili di Italo Calvino. Se il successivo I Promessi Sposi di Alessandro Manzoni pativa forse di un'eccessiva lunghezza, coi Canti e altre poesie di Giacomo Leopardi Contento ci offre forse il vertice della sua produzione. È straordinario come il suo copia-incolla riesca a trasformare composizioni ormai consunte da secoli di uggiosa consuetudine scolastica in qualcosa di nuovo: A Silvia, Il Sabato del Villaggio, perfino L'Infinito, grazie all'intervento minimale di Contento, brillano di una luce contemporanea che finalmente ce le fa apprezzare, regalandoci tutte quelle sensazioni che simulavamo al liceo per fare buona impressione sull'insegnante. Ormai è settembre, credo di potermi sbilanciare: I canti e altre poesie di Giacomo Leopardi di Dj Contento è il miglior libro italiano del 2018.

ALEX BHUPAL: Gli abissi fluviali, edizioni Adelfi.

Per la stagione autunno-inverno le edizioni Adelfi ripropongono un classico: la copertina lillà scuro, impreziosita da un'illustrazione. che attinge al catalogo un po' abusato (ma di pubblico dominio) delle avanguardie storiche. Il prezzo, come sempre, è la caratteristica più interessante del prodotto. Le Adelfi si sono imposte negli ultimi anni come l'alternativa di fascia bassa all'Adelphi – una volta sistemate sulla mensola sembrano identiche, benché costino meno della metà. Il contenuto boh, ho provato a sfogliarne un paio di pagine ma si scollavano, ho la sensazione che sia un manuale di ittiologia copiato da internet e impaginato in un Baskerville molto aggraziato. Insomma il libro ideale per dare un senso a quella mensola in alto che non sapete come riempire, o da portare su una panchina quando si vuole far colpo sulla tizia con gli occhiali che passa tutti i pomeriggi a pisciare il cane.





E. L. JAMES: Cinquanta sfumature di viola, c'è scritto Mondadori ma è un fake.

La trilogia sado-soft di E. L. James è già oggi uno dei testi più parodiati di tutti i tempi. Cinquanta sfumature di viola va più in là della semplice presa in giro, collocandosi a metà tra 'geniale operazione situazionista' e 'abominevole truffa'. Sotto lo pseudonimo "E. L. James" stavolta si nasconde un collettivo di femministe dall'umorismo molto discutibile, che si aggirano per le migliori librerie italiane sistemando il loro volume (assolutamente simile ai tre ufficiali) in posizioni strategiche. Le sprovvedute lettrici che si porteranno a casa Cinquanta sfumature di viola convinte di leggere il quarto episodio della saga, resteranno fortemente scioccate: la trama del romanzo prevede infatti che Anastasia, rapita da un misterioso nemico del marito, sia orribilmente torturata dalla prima all'ultima pagina, mentre attende fiduciosa l'arrivo di Grey - solo per scoprire che quest'ultimo in realtà si sta godendo lo spettacolo via webcam. Facendo tesoro della lezione del Sade più narrativo e meno teorico, il collettivo E. L. James non chiude mai uno spiraglio di speranza sull'ingenua protagonista, riuscendo a mantenere l'attenzione del lettore orripilato fino al ributtante finale che non vi anticipo perché, mio dio, poveri criceti. E questa è roba che smerciano alle ragazzine. Un'amica di mia nipote l'altro giorno per sbaglio ha iniziato a leggerlo, adesso non esce più di casa e la notte urla i criceti i criceti. Le librerie dovrebbero essere chiuse, tutte, con gli scrittori dentro.

sabato 18 giugno 2016

Perdere Roma per vincere cosa

"Ciao Leonardo".
"Ciao, scusami".
"Di cosa?"
"Insomma, ti piombo così in casa senza preavviso e..."
"Ma figurati, è anche casa tua".
"Ma hai capito chi sono io?"
"Certo".
"Io sono te".
"Quel taglio non ti dona".
"Non capisci... io non sono semplicemente una copia di te stesso, io..."
"Tu vieni dal futuro".
"Da cosa lo hai capito?"
"Sei più brutto".
"Mi dispiace".
"Ma figurati, è colpa mia. Dovrei cominciare una dieta sul serio, uno di questi giorni".
"Lo dici sempre".
"Già".
"Senti, avrei tante cose da dirti su di noi, ma il tempo stringe, in tutti i sensi, e non è questo il motivo per cui sono qua. Se ho calcolato bene dovrebbe essere..."
"Diciotto giugno 2016".
"Sta per avvenire la singolarità. Tra poche ore avverrà qualcosa che avrà un effetto..."
"...catastrofico sulla storia dell'umanità?"
"Come hai fatto a capire?"
"Di solito i viaggi nel tempo si fanno per motivi importanti".
"Non ti ricordavo tanto sveglio".
"Mi hai sempre sottostimato".
"Forse. Senti, nel mio presente siamo disperati. Le speranze di cambiare qualcosa sono minime, pure bisogna tentare in ogni modo. Tra poche ore a Roma..."
"...si apriranno i seggi per il ballottaggio".
"Già..."
"E vincerà la Raggi".
"Ma la vuoi piantare? Sono io quello dal futuro".
"Hai ragione, scusa, il fatto è che..."
"Lo sai che sei insopportabile? Te l'hanno mai detto che sei insopportabile?"
"In tanti, ma se lo dici tu è diverso".
"Dunque. Cosa stavo dicendo. Vincerà la Raggi, con un largo margine, e questo avrà ripercussioni fatali".
"Bene. Cioè, no, male".
"Vuoi tirare a indovinare queste ripercussioni?"
"Beh, immagino che la città, governata da un pugno di incapaci eterodiretti, andrà al collasso".
"Proprio così".
"Salvo che è già al collasso, cioè, non credo che uno si metta a collaudare i viaggi nel tempo per dirmi che il traffico sulla Prenestina..."
"Un'epidemia di peste ti può bastare?"
"Ecchecazzo, la peste?"
"Ora non ricordo bene, ma credo che già ai tuoi tempi si chiacchierasse del fatto che c'erano parecchi topi, laggiù".
"E quindi insomma alla fine il Movimento Cinque Stelle è crollato?"
"Il che?"
"Il Movimento Cinque Stelle, quello che governava Roma..."
"Ah già, me l'ero praticamente dimenticato. Nessuno ne parla più".
"E Renzi?"
"Renzi guida un esecutivo di emergenza con poteri speciali".
"Insomma, perdere a Roma è stato davvero un investimento".
"Non scherzare, per favore. Centinaia di migliaia di morti".
"Poi ha vinto le elezioni, immagino".
"Non... non si fanno più".
"Non si fanno più?"
"Un plebiscito ogni tanto".
"Ahi".
"E in più la peste".
"Ok, insomma, ho chiaro il messaggio, il me del futuro dice che bisogna votare Giachetti passaparola".
"Siamo disperati".
"Sì, sì, certo".
"Non ti sento molto empatico".
"Hai ragione, scusa, è che... come faccio a spiegarti senza turbare il continuum spazio-tempo..."
"Guarda che sono io quello dal futuro".
"Lo so".
"Sono io che turbo il continuum".
"Lo so, però vedi... è appena stato qui il mio io del futuro".
"Eh? Sono io il tuo io del futuro".
"Di un altro futuro".
"Stai scherzando?"
"È per questo che non sono affatto sconvolto, vedi... tu sei già il secondo, oggi, comincio a farci l'abitudine. Lui veniva dal futuro in cui io e te a questo punto ci facevamo un selfie, poi un video, li mettevamo su fb, si attivava un passaparola pazzesco e alla fine Giachetti vinceva le elezioni".
"Fantastico!"
"Con poteri speciali per sterminare i topi".
"Quindi ha funzionato!"
"Anche troppo".
"In che senso?"
"Un mix di veleno per roditori filtrerà nelle condutture idriche e renderà l'urbe inabitabile".
"Perché adesso che cos'è?"
"Non scherzare. È una cosa seria. Miliardi di danni. Migliaia di morti".
"Sempre meglio della peste".
"Pare di no, visto che hanno deciso di inventare la macchina del tempo e a mandare il me stesso del futuro ad avvisarmi, un'ora e mezza prima che arrivassi tu".
"Aspetta. Aspetta. Qualcosa non va".
"Lo dici a me? Mi state facendo perdere un pomeriggio. E a me Roma neanche piace".
"Io non dovrei essere qui".
"Cioè bella, per carità. Ma non ci vivrei".
"Concentrati. Se tu davvero hai ricevuto una visita da quel me stesso del futuro... il futuro è cambiato".
"Già".
"Giachetti ha vinto le elezioni e io... non dovrei essere qui".
"In effetti quell'altro non era sicurissimo che saresti arrivato. Nel suo futuro i cronoviaggi sono una cosa nuovissima, non si è ancora capito come funzionano".
"Anche nel mio".
"Dunque tu arrivi da una linea temporale che in teoria non esiste più, perché è stata cambiata".
"Appunto".
"Ma forse non è affatto cambiata. Forse alla fine ha vinto la Raggi".
"E allora non sarebbe dovuto arrivare quell'altro".
"Infatti a un certo punto si è dissolto e... scusa, chiamano al citofono".
"Chi è?"
"Perdio, no".
"Un altro di noi?"
"Dice che bisogna assolutamente evitare che al ballottaggio vinca la Meloni".
"La Meloni?"
"Deve aver sbagliato linea temporale".
"Eh, diglielo".
"Parlagli tu che sei più esperto... ma senti, ma proprio me dovete venire a disturbare, tutti quanti? Dovreste pure saperlo che giugno è un casino".
"Ssst, non capisco cosa sta dicendo quell'altro".
"Ci sono gli esami, gli invalsi, mi ha appena chiamato il Caf che c'è da riaprire la dichiarazione dei redditi, e adesso pure cambiare il futuro. Non posso fare tutto io sempre".
"Vuoi star zitto? Sembra che abbiamo fatto un casino".
"Voi lo avete fatto. Io oggi non ho combinato niente".
"Ancora no, ma... senti, se ho ben capito quel che sta succendendo ora io mi dissolverò".
"Meno male".
"E sarò sostituito da una versione di me che ha le istruzioni per trapiantare un nuovo cuore a Berlusconi".
"Che c'entra Berlusconi, adesso?"
"Pare che in una linea temporale fino a qualche tempo fa abbastanza improbabile, Berlusconi sia l'unico in grado di sconfiggere la tirannide di un Renzi-re-dei-topi geneticamente modificato".
"Ah, ok, sto sognando".
"Mi sento mancare... concentrati, ti prego".
"Dimmi almeno chi ha vinto l'europeo".
"L'Ibernia".
"La che?"
"Forse abbiamo sottovalutato l'effetto papillone".
"Intendi l'effetto farfalla?"
"Cos'è una farfalla?"
"Ora mi sveglio".

lunedì 18 aprile 2016

Il mattino ha Gramellini in bocca

Come forse saprete, la settimana scorsa un giudice ha revocato il regime di semilibertà a una detenuta che lo aveva ottenuto dopo nove anni, perché Massimo Gramellini aveva reso noto sul suo Buongiorno che la detenuta si era fatta delle foto in cui sorrideva, e le aveva messe su facebook (account privato sotto pseudonimo). Secondo Gramellini questo è una prova che non era stata abbastanza in galera: e siccome se lo pensa Gramellini lo pensano in tanti, anche il giudice molto presto se n'è convinto. 

[Update: mi hanno fatto notare che l'articolo di Gramellini è stato pubblicato nello stesso giorno in cui il giudice ha revocato la semilibertà, e che quindi la sua opinione se la deve essere formata su articoli precedenti, e non sul Buongiorno di Gramellini].

Il fatto che un giudice possa revocare un regime di semilibertà dopo aver sentito il parere di Gramellini, se ci pensate, è uno di quei piccoli fatti assurdi, e tipicamente italiani, che appena li scopre Gramellini ci scrive sopra un Buongiorno: invece stavolta no, è passata quasi una settimana e G. non ha ancora voluto riparlarne. Come mai? La redazione di Leonardo, coi suoi subdoli mezzi, è entrata in possesso di un leak straordinario: la cartella bozze di Gramellini. La pubblichiamo così com'è, uno sguardo senz'altro indiscreto ma interessantissimo nel cestino della carta straccia di un grande giornalista italiano. 

Mai mi sarei aspettato che 

Ok, sono stato uno stronzo

Anche il magistrato però -


Cioè il faccio il mio mestiere, non è che ne vada fiero ma

Mai mi sarei aspettato che il mio Buongiorno di due giorni fa causasse la revoca di un regime di semilibertà. Cioè io alla fine sono solo un cazzone giornalista che ogni giorno deve trovare una storiella e farci la morale, l'altro giorno dovevo scegliere tra il dibattito sul quorum referendario e un'assassina rumena in semilibertà che si spara i selfies. Mettetevi nei miei panni. Il giornale qualcuno lo deve anche vendere.

Cioè io scrivo un fondo e un giudice revoca una semilibertà? Ma è impazzito? Ma siamo tutti impazziti?

Da: gramellini@lastampa.it
a: *********@*******.it
Scusa se ti disturbo, ho appena letto che l'avvocato della Matei dice che il regolamento non le vietava espressamente di accedere a facebook da cellulare, e che quindi al giudice mancherebbe anche questo appiglio per revocare la semilibertà. Hai modo di controllare questa cosa? Vorrei tornare sull'argomento ma capisci che comincia a sentirsi odore di

Il Buongiorno di mercoledì è stato molto criticato. Qualcuno mi ha accusato di volermi sostituire al giudice, se non al legislatore. Avrei voluto rispondere nel mio solito modo sornione, quando un mentecatto di un giudice ha deciso di darvi ragione rimettendo la rumena in galera, ma in che cazzo di Paese viviamo cioè davvero io non lo so. 

Ma avete idea di cosa vuol dire - non puoi parlare male di Renzi e non puoi parlare male degli avversari di Renzi. Se parli male dei vigili, i vigili si lamentano. Se parli male degli insegnanti apriti cielo. Alla fine vi stupite se una mattina mi scappa di prendermela con una rumena in semilibertà. Non si scrive mica da solo quel cazzo di Buongiorno tutte le mattine.

Vorrei chiedere scusa a Doina Matei, di cui ho voluto approfittare una mattina in cui non avevo niente di meglio da dire perché perché perché i  miei lettori sono dei fascisti di merda e io gli devo dare da mangiare tutte le mattine tutte le mattine spalare merda nelle fauci di quei fascisti cannibali basta dio basta. 

Chiedo scusa a Doina Matei: mai mi sarei aspettato che il mio Buongiorno di quattro giorni fa la riportasse tra le sbarre. Io volevo solo lisciare un po' il pelo a quei fascisti dei miei lettori riflettere su quel mistero che è la certezza della pena in Italia. Ma l'idea che le mie parole siano investite di tanto potere da poter riportare una persona in prigione - anche un'assassina, d'accordo, ma se avessi voluto fare il giudice avrei studiato giurisprudenza e adesso non starei diluendo fascismo per i lettori benpensanti. 

Argomenti Buongiorno aprile

  • Chiedo scusa alla Matei
  • Il libro di Sorgi in cui vendono il Colosseo (originaaaaale!) "Il libro di Sorgi minaccia di aprire un filone. Il Colosseo sì e la Torre di Pisa no? "
  • Il cazzo di dibattito sull'astensione
  • Chiedo scusa alla Matei
  • L'app del Comune di Roma è un flop
  • Mi vergogno a chiedere scusa alla Matei
  • Dicono che è l'aprile più caldo di sempre ma ieri tirava vento, mi sta colando il naso


Voi però non avete idea di cosa voglia dire, venti righe al giorno. E devono sempre essere lisce, parallele all'encefalogramma di voi lettori, non avete idea. Sto andando in analisi, rendetevi conto. L'altro giorno mi ha detto: "Ma cerchi di rimettersi un po' in connessione col mondo, si legga un po' i giornali" "Ehm, dottore, guardi che..." "No, sul serio, sui giornali c'è gente che ogni giorno riesce a scrivere qualcosa di simpatico e non troppo pessimista" "Ma veramente, dottore..." "Il migliore secondo me è uno che scrive sulla Stampa, un certo Gamellini, Garmellini..." "Gramellini". "Esatto". "Dottore, sono io Gramellini". "Ah... però, complimenti!" "Grazie". "E di cosa scriverà domani?" "Pensavo di rivelare al mondo che una tizia che è rimasta in galera per nove anni per aver causato la morte accidentale di una donna durante una colluttazione, ebbene questa tizia dopo aver ottenuto grazie alla buona condotta un regime di semilibertà è andata in spiaggia - dopo nove anni! - e si è fatta un selfie mentre sorrideva". "E allora?" "Pensavo di dire che evidentemente è stata in galera troppo poco, altrimenti non sorriderebbe". "Ma non trova che sia un po' esagerato? In fondo qualche lettore potrebbe anche provar pena per una donna che ha scontato già nove anni di..." "È rumena". "Ah, vabbe', allora".

Tra l'altro a rileggerlo che Buongiorno di merda.

"Quelle immagini indignano e il moralismo non c’entra". No macché, non c'entra proprio, guarda. "Neanche il desiderio di vendetta" Ma infatti. "C’entra la sensibilità". La sensibilità di un voyeur che va a cercarsi il profilo segreto di una detenuta in galera da nove anni, per controllare se per caso non c'è uno scatto in cui sorride, così lo mette sul giornale e poi magari va a domandare ai parenti della vittima cosa ne pensano, e questo è il mio mestiere. Il mio mestiere. Buongiorno. Buongiorno.  

Cari lettori, credo che questo sarà il mio ultimo Buongiorno. Tanto tra un po' faranno un foglio unico e al mio posto ci possono pure mettere Michele Serra che si scola i fiaschi di Petrini. Da piccolo, quando sognavo di fare il giornalista, speravo di cambiare il mondo. Ci sono riuscito, per esempio la settimana scorsa una donna poteva farsi un selfie davanti al mare, poi sono arrivato io e adesso è tornata in galera: il mondo si cambia anche così. Cose di cui andar fiero. Volevo dirvi che parto per un paese più semplice, uno dove non ci siano troppi specchi che riflettano la mia facciona da c

Gli scienziati dicono che è l'aprile più caldo di tutti i tempi (ma come faranno poi a saperlo?) Anche marzo è stato il marzo più caldo di tutti i tempi. Anche febbraio. E gennaio. Insomma, il trend va avanti da un po'. Eppure ieri sono uscito in maniche di camicia e dopo un po' starnutivo anche se

già, i piumini. 

Il mattino ha l'oro in bocca il mattino ha l'oro in bocca

"Mi scusi, però, c'è qualcosa che non mi torna..."
"Dica".
"Come fa a sapere che questa rumena si è fatta un selfie?"
"Lo ha condiviso su facebook".
"Su un profilo pubblico?"
"No, privato".
"E lei quindi è suo amico su facebook?"
"Io? E perché mai. No, no".
"Ma allora, mi scusi, come può sapere che la signorina si è fatta un selfie?"
"Alcuni miei colleghi sono riusciti a trovare l'account".
"Ah già, del resto basta avere nome e cognome".
"No, usava uno pseudonimo".
"Il che forse è illegale?"
"Non hanno saputo dirmelo".
"Ma insomma, giusto per capire... i suoi colleghi sono riusciti a rintracciare un profilo di una detenuta, hanno trovato foto in cui sorride, e le hanno pubblicate?"
"Sì".
"Non è reato?"
"Non hanno saputo dirmelo".
"E lei userà queste foto per..."
"Per fare la morale, sì, è il mio lavoro".
"Direi che la seduta è finita".
"Non è un po' presto?"
"Può darsi. Ah, è finita anche la terapia".
"Cioè sono guarito?"
"Direi di no, ma lei mi sta facendo troppo schifo perché io possa continuare a lavorare con lei, capisce".
"Capisco, sì".
"Potrebbe andarsene immediatamente? Il sentimento di repulsione che nutro per lei cresce a ogni istante".
"Vado, vado. Buon..."
"Taccia per favore, addio".

Cara Doina,
fino all'altro giorno non mi conoscevi, adesso probabilmente mi odi. Vorrei dire che ti capisco, è normale, anch'io un po' mi odio. Come forse avrai capito, io non intendevo istigare un magistrato a rimetterti in galera. Dovevo soltanto fare il mio spettacolino quotidiano, a uso e consumo dei lettori. 
Cara Doina, odiami pure, ma considera una cosa: tra qualche anno tu sarai libera. Non abbastanza libera da poter aprire un account su facebook a tuo nome, quello probabilmente mai: ma abbastanza libera per rifarti una vita. Quel giorno io sarò ancora qua, alla mia postazione, a sudar freddo per distillare il mio milligrammo quotidiano di fascismo per il mio pubblico benpensante. Ci credi se ti dico che un po' t'invidio? No, non ci credi, perché sono un giornalista italiano. Non hai tutti i torti. Anzi non ne hai nessuno. 

giovedì 17 settembre 2015

The Great Game

Ai lettori di Libero che in stragrande maggioranza si sono detti favorevoli a un "blitz militare" in India per liberare i marò vorrei esprimere i sensi della mia commozione, accompagnati alla speranza che una così meravigliosa fiducia nelle capacità delle forze armate italiane non sia mal riposta.

La mia obiezione non riguarda tanto i dettagli del piano (un po' vecchiotto), né l'eventualità di una crisi diplomatica che in caso di intervento militare non potrebbe che portare a un conflitto con una nazione di un miliardo e alcune centinaia di milioni di abitanti - del resto, immagino che lettori e redattori di Libero non si nascondano l'entità dalla sproporzione tra noi e l'Unione Indiana. Forse però non hanno riflettuto con la dovuta attenzione sul vecchio adagio che dice: il nemico del mio nemico è mio amico. Senz'altro possiamo muovere guerra a una potenza nucleare popolosa come venti Italie - per il nostro onore questo e altro - ma così facendo non rischiamo di farci... degli amici? Pensiamoci bene. Chi è l'eterno rivale dell'Unione Indiana? Chi ha combattuto contro di essa praticamente sin dal giorno dell'indipendenza, trascinando una disputa territoriale e religiosa per più di settant'anni?

Il Pakistan.

La seconda nazione musulmana più popolosa del mondo - l'unica nazione islamica membra ufficiale del club nucleare. Sul serio vogliamo averla come amica? Quelli che hanno ospitato Bin Laden mentre Bush lo cercava sotto ogni singolo sasso dell'Afganistan. Sul serio vogliamo allearci con loro? Eppure è chiaro che se attacchiamo l'India, spezzandole inevitabilmente le reni, i pakistani non esiteranno ad approfittare del collasso del suo apparato difensivo e ad occupare il Kashmir. Sul serio gli stimati lettori di Libero vogliono questo? Le mani degli islamici sulle pregiate capre da maglione?

Io credo di no.

Con questo non voglio dire che un blitz militare contro l'India non vada portato a termine: ma va calato in un preciso contesto geopolitico. Vale a dire: se attacchiamo l'India bisogna che attacchiamo anche il Pakistan. Par condicio. Del resto la nazione che può permettersi di muovere guerra a una potenza nucleare di un miliardo di abitanti, che difficoltà dovrebbe avere contro un'altra potenza nucleare di appena 180 milioni? Facciamo trenta, tanto vale far trentuno. Tanto più che a Suez hanno appena aperto la seconda corsia. Da lì è tutto dritto fino ad Aden, poi si divide la flotta in due spezzoni. La Cavour col grosso dei sottomarini procede spedita verso il golfo di Bengala; la Garibaldi con un po' di cacciatorpediniere si attarda nel Mar d'Arabia, finché nell'ora x -

Un momento.

Non credo che a Libero ignorino la cosa. Se spezziamo le reni all'India e pugnaliamo contestualmente le spalle al Pakistan, se davvero decidiamo di umiliare i due storici litiganti... c'è il grosso rischio che il terzo goda. E sappiamo tutti qual è il terzo, no?

Il Bangladesh. Appena 156 milioni di abitanti, su un territorio più piccolo dell'Italia e prevalentemente paludoso - pane fradicio per i denti dei nostri Lagunari. E va bene.

Ricapitolando: si passa per Suez, si sbarca in Pakistan, si marcia spediti verso l'Indo - nel frattempo la Folgore potrebbe occupare Sri Lanka e Maldive per prevenire eventuali interferenze nello spazio aereo. Se abbiamo un tris di carte si può fare, io non temporeggerei. E se i dadi ci dicono bene, si può anche provare ad attaccare il Siam.

Con tre carri armati.

mercoledì 26 agosto 2015

Le domande più frequenti sul mondo dei procioni

1. Dobbiamo avere paura di loro?

No. Vivevano a un migliaio di anni luce da noi. Si sono estinti prima di captare o decifrare le nostre prime trasmissioni.

2. Se si sono estinti, perché ogni giorno ci arrivano nuove trasmissioni?

Sono i programmi che loro inviavano nello spazio circa un migliaio di anni fa. Sappiamo che hanno smesso di mandarceli, ma ne riceveremo ancora per un secolo o più.


(Questo pezzo non avrebbe molto senso se non partecipasse, come fa, alla Grande Gara degli Spunti! - prosegue la traccia di La fine del mondo dei procioni! Se vuoi provare a capirci qualcosa, leggi qui. Puoi anche controllare il tabellone).

3. Come facciamo a essere sicuri che si siano estinti?

Abbiamo captato perturbazioni negli sciami tachionici che...

4. Eh?

Ok. Tutte le informazioni che ci arrivano dal loro pianeta viaggiano alla velocità della luce. C'è una sola particella che riusciamo a percepire anche se viaggia a velocità superiore, e si chiama tachione. Gli sciami di questi tachioni ci portano informazioni di qualche secolo più recenti rispetto alle loro trasmissioni televisive. E non sono informazioni buone.

5. Cosa potrebbe essere successo?

Non è che i tachioni ci possano dire tanto, ma di solito perturbazioni del genere ci arrivano da stelle che stanno per esplodere o collidere. Anche se la loro stella non sembrava così instabile. Quindi in effetti non sappiamo cosa sia successo, ma sappiamo che dev'essere stato un disastro per tutto il loro sistema stellare.

6. Qualche procione potrebbe essere sopravvissuto, magari in una stazione spaziale o su un altro Pianeta...

Ho detto: tutto il loro sistema stellare. Se esplode la stella, non sopravvive un bel niente.

7. In un'astronave uscita dal loro sistema...

Tieni conto che noi umani, con tutta la nostra tecnologia, non siamo ancora riusciti a portare un uomo più in là della Luna. Per uscire dal loro sistema avrebbero dovuto iniziare a programmare la missione secoli prima, e dalle trasmissioni che riceviamo non ci risulta. Quindi è molto improbabile che siano riusciti a uscire dal nostro sistema.

8. Quanto improbabile?

Ti do una possibilità su diecimila.

9. Quindi sono tutti morti al 99,99%.

Sì.

10. Dev'essere successo un bel casino. Potrebbero essere stati loro?

La prima risposta che mi viene è: no, perché avrebbero dovuto fare qualcosa di così stupido?

11. Anche noi umani siamo stati a un passo dall'autodistruzione, con gli ordigni nucleari e coi gas serra.

Ma alla fine siamo ancora qui. E comunque si parla di una catastrofe di proporzioni immensamente più grandi. Quindi dovrei dirti di no: oltre a non avere nessun motivo plausibile, non avrebbero mai potuto avere l'energia sufficiente.

12. E invece?

Per quanto sia folle, non possiamo del tutto escludere questa possibilità. Vedi, abbiamo davanti a noi due eventi eccezionalmente rari. Un sistema solare che ospita forme di vita e intelligenza, e una stella che esplode o comunque perturba i tachioni in modo molto strano. Possibile che non siano in qualche modo correlati?

13. Riusciremo mai a capire cos'è successo?

Da qui a cento, duecento anni cominceremo a captare le trasmissioni in cui loro si accorgono che qualcosa non va - e forse così capiremo. Prima è impossibile sapere.

14. Torniamo alle loro trasmissioni. Perché inviavano nello spazio cose tanto stupide? Telenovelas e festival canori? Non avevano niente di più interessante da offrire alla Galassia?

Ci sono un paio di equivoci. Primo: quelle che noi abbiamo subito identificato come "telenovelas", non sono affatto stupide - quello che le rende così ridicole ai nostri occhi è dovuto soprattutto allo straniamento di vedere procioni in pose melodrammatiche. Abbiamo diversi elementi per ritenere che in realtà si tratti di materiale di alto interesse culturale per i procionidi, qualcosa di simile all'epica omerica o alle tragedie shakespeariane. Se loro avessero potuto vedere degli ominidi del XXI secolo recitare Shakespeare (ma non possono), probabilmente li avrebbero trovato demenziali. Anche i festival canori in realtà sono qualcosa di vagamente equiparabile alla nostra opera lirica.

Secondo equivoco: telenovelas e festival non sono che una minima parte delle trasmissioni che abbiamo ricevuto - ma sono state tra le prime che siamo riusciti a decifrare, e soprattutto quelle che hanno avuto una straordinaria popolarità sulla Terra. Gran parte delle trasmissioni erano a contenuto più 'serio', e proprio per questo molto meno decifrabile (stiamo facendo grossi passi avanti con i programmi didattici riservati ai cuccioli, che però l'Agenzia preferisce non divulgare per i contenuti piuttosto impressionanti - la pedagogia procionide è radicalmente diversa dalla nostra).

15. Perché le loro canzoni sono così orribili?

Ci perdiamo tutti gli infrasuoni. Ora stiamo provando ad abbassare tutto di diverse ottave, e poi accelerare senza aumentare la frequenza. Secondo alcuni dovremmo riuscire a percepire le canzoni come le percepivano loro. Ne ho ascoltato un paio giusto ieri.

16. Come sono?

Ancora orribili. Probabilmente ci sono cose che non abbiamo ancora capito.

17. Come spieghi il fenomeno del prock?

È tutto un equivoco. I ragazzi ascoltano suoni distorti e privi di tutti gli infrasuoni, si convincono che quella sia la musica dei procionidi, si mettono a rifarla con gli strumenti umani, e dopo un po' qualcuno - dotato di un gran masochismo, come accade spesso nelle comunità giovanili - comincia ad apprezzarla. Evidentemente c'era in giro un gran bisogno di input nuovi, ma ti garantisco che se un procionide di Brahe sentisse un pezzo prock non ci capirebbe nulla.

18. Ma è vera questa cosa della stagione degli amori?

Non sappiamo quanto sia vera e quanto ritualizzata o drammatizzata. Partiamo da un presupposto: la vita quotidiana dei procionidi è molto diversa da quella che mostrano nelle loro trasmissioni. I procionidi 'veri' non vivono nelle foreste - anche se la loro architettura cerca di ricreare spazi simili. Hanno un pelo molto meno folto e indossano quasi sempre vestiti. Effettivamente hanno un mese di vacanza in primavera che è consacrato ai rituali dell'accoppiamento, ma secondo la maggior parte degli esperti si tratta solo di un retaggio culturale.

19. Aspetta. Mi stai dicendo che i procioni si vestono?

Nelle zone temperate sono vestiti per la maggior parte del tempo.

20. Ma in tv sono sempre nudi!

È una convenzione. Noi umani ci trucchiamo quando andiamo in tv. Loro si spogliano - in certi casi abbiamo la sensazione che alcuni indossino pellicce. C'è un nesso forte tra qualità del manto e carriera nel mondo dello spettacolo - insomma in tv ci va solo chi ha un manto fuori dal normale. Gli altri si vedono di rado. E tieni sempre conto che il modo in cui usano loro la tv è leggermente diverso dal nostro: per loro serve a trasmettere una visione ideale del mondo, non a specchiare la realtà.

Se vuoi andare avanti e scoprire cosa abbiamo capito della pornografia procionide (non molto), muovi quelle zampette e vota per Le domande più frequenti sul mondo dei procioni, che oggi si batte ai quarti contro Il notebook del nonno. Puoi cliccare sul tasto Mi Piace di Facebook, o scrivere nei commenti che questo pezzo ti è piaciuto. Grazie per la collaborazione, e arrivederci al prossimo spunto.

venerdì 21 agosto 2015

Non ho mai visto Carcassonne

Ricapitolando: nel '35 il nuovo governo sciovinista francese (che nei libri postbellici non risulta) comincia a deportare i catari in Corsica e Algeria. Quelli che almeno in un primo momento erano stati concepiti come campi di prigionia diventano campi di sterminio in seguito alla vicenda del Languedoc, un vecchio transatlantico affondato dalla marina francese dopo che i deportati catari ne avevano preso il controllo. Tutto questo ufficialmente all'insaputa della popolazione. E va bene.

I catari avevano sempre avuto molti nemici, in Francia e altrove. Ma anche molti amici. Com'era possibile che nessuna potenza straniera fosse intervenuta? La cosa più difficile da mandar giù era il ruolo di Roosevelt. Aveva veramente finanziato il New Deal coi patrimoni sequestrati ai banchieri catari? I campi di concentramento per i cittadini giapponesi erano davvero nati cinque anni prima per segregare gli americani di fede catara? Più facile da capire l'indifferenza di Hitler, che stava preparando qualcosa di analogo in Germania. L'Italia in un primo momento aveva lasciato aperta la frontiera ai profughi (con grande disappunto della Santa Sede). Mussolini sperava in un qualche modo di poter usare la "questione catara" per uscire dall'isolamento internazionale seguito all'invasione dell'Etiopia. Nella versione non censurata del discorso del 10 giugno, il dittatore accenna più volte alla causa dei Catari. Forse era esistito un progetto per trasformare un settore della Corsica in un "Foyer catarà". In realtà Mussolini non si era sbilanciato più di tanto, ma il risultato fu l'adesione indiscriminata di molti profughi catari al fascismo - a differenza che in Spagna, dove si erano schierati contro Franco pagandone le conseguenze. Dopo l'otto settembre gran parte dei catari italiani erano rimasti fedeli all'Asse: entrando chi nell'esercito repubblichino, chi direttamente nelle SS. E tra il 1945 e il 1946 erano scomparsi. Evaporati.

Ai catari di Nagasaki non era andata molto meglio. Come mai una bomba più potente di quella di Hiroshima aveva fatto - secondo i resoconti ufficiali - metà delle vittime? E perché era stata scelta proprio Nagasaki? Com'era possibile che nessuno, nemmeno Truman, avesse dato un ordine preciso? Per quanto folle, tutto a un certo punto sembrava quadrare. I soprabiti neri di Pirandello, che in una prima stesura del racconto (poi censurata) prendevano vita e raccontavano l'orribile storia del loro popolo. La funebre allusione tra le righe di quella canzone di Brassens. "Non ho mai visto Carcassonne". Il massacro dei catari era la pagina di Storia che gli Alleati avevano deciso di strappare a Jalta. Imbarazzante per la Quarta Repubblica e per gli USA, irrilevante per Stalin. Dal suo punto di vista due milioni di individui non dovevano sembrare che un trascurabile episodio.

Se davvero vuoi vedermi proseguire in questo delirio, occorre che tu voti per Carcassonne, che oggi gioca contro La pace separata. Puoi farlo mettendo Mi piace su facebook, o esprimendoti nei commenti. Grazie per l'attenzione e arrivederci al prossimo spunto.

lunedì 16 maggio 2011

Non siamo malati

Chi è tuo fratello

“Allora, come l'hai trovato tuo fratello?”
“Peloso”.

...

“Uh, sì, comincia a mettere qualche pelo sotto il naso, è l'età...”
“Verranno anche a me dei peli così?”
“Può darsi, ma non ti devi preoccupare”.
“Quando mi vengono me li posso togliere?”
“Certo”.

...

“E lui perché non se li toglie?”
“Credo che abbia scelto di tenerseli”.
“Ma è brutto”.
“Non è brutto. È tuo fratello. Sta crescendo e ci tiene molto a mostrarlo. Magari tra qualche mese non si piacerà più e se li taglierà”.
“Allora può fare quello che vuole?”
“Con i peli che ha sotto il naso? Certo. Sono suoi”.
“Ma se può fare quello che vuole, perché non torna a casa con noi?”
“Tesoro, ne abbiamo parlato già. Tuo fratello non può vivere con noi. Non avrebbe abbastanza posto”.
“Poteva stare nella mia camera, come quando io ero piccolo”.
“Ma adesso tu non sei più piccolo, hai bisogno di più spazio, e anche tuo fratello ne ha bisogno. Ne abbiamo già parlato. Le persone come tuo fratello non possono dormire nelle stanze con gli altri bambini”.
“Perché diventano cattivi?”
“Ma no... non diventano cattivi. Chi ti dice queste cose”.
“Salima97 dice che mio fratello quando vede la luna diventa un lupo e morde la gente, ma io non ci credo tanto”.
“Fai bene, perché non è vero. Tuo fratello non diventa un lupo”.
“E allora perché non può venire a casa con noi? È malato?”
“Non è ammalato. Tuo fratello sta benissimo. Ma è un maschio. Non c'è niente di male. Però non può stare con noi”.
“Ma cos'è un maschio, mamma?”
“Ti ricordi quando abbiamo preso l'aeromobile e siamo andati in campagna, a vedere la stalla?”
“Sì”.
“Ti ricordi gli animali?”
“C'erano le oche, le anatre, i maiali, le galline, un cane e poi tutti gli animali con le corna”.
“Ecco. Ti ricordi come si chiamano gli animali con le corna?”
“Quando sono piccoli sono tutti vitelli, e poi mettono le corna e diventano: mucche, buoi e tori”.
“E che differenza c'è?”
“Le mucche sono le femmine, fanno i vitelli e gli danno il latte”.
“E i buoi?”
“I buoi sono neutri, sono buoni da mangiare e abbastanza forti per trainare i carretti. Però adesso invece dei buoi si usano i trattori a idrogeno”.
“Invece i tori...”
“I tori sono i maschi, sono forti ma non trainano i carretti perché sono cattivi, e mettono incinte le femmine”.
“Ti ricordi quante mucche hai visto nella stalla?”
“Quindici”
“E quanti buoi?”
“Dieci”.
“E i tori?”
“C'era un solo toro ma ce l'hanno fatto vedere da lontano”.
“Ecco”.
“Perché il signore ci ha detto che il toro era cattivo, crede che le mucche siano solo sue e aveva paura che noi gliele portavano via”.
“Ed è la sua natura, capisci? Il toro non ci può far niente. È fatto così”.
“E anche mio fratello è fatto così?”
“Lo conosci tuo fratello. È sempre lui, anche se sta mettendo i baffi. È simpatico, ti vuole bene, ti fa fare le capriole, però è un maschio. Se lo metti in mezzo alle altre persone, diventa nervoso, capisci? Pensa al toro. Cosa succede se vede una femmina?”
“Se un toro vede una femmina, pensa che è sua”.
“E se vede un maschio?”
“Pensa che è venuto a rubargli le femmine”.
“Ecco”.
“Ma mio fratello non è mica stupido così”.
“Tesoro, non è una questione di intelligenza. È una questione di istinto, capisci”.
“Cos'è l'istinto?”
“L'istinto è... quello che tutte le creature sanno fare senza che nessuno glielo spieghi. Per esempio, io sono la tua mamma. Nessuno mi ha insegnato come si fa, anche se tanti mi hanno dato dei consigli. Io ti vorrò sempre bene e cercherò sempre di difenderti, perché me lo dice l'istinto. Tuo fratello, invece, sta cominciando a guardare le ragazze”.
“Le ragazze sono stupide”.
“È l'istinto che lo guida. Non sarà contento finché non avrà trovato una ragazza con cui stare, e quando ne avrà trovata una si stancherà e ne cercherà un'altra, e così via. A te può sembrare strano, ma per lui è normalissimo”.
“Ma allora è vero che è cattivo?”
“Sei stato con lui tutta la giornata: ti è sembrato cattivo?”
“No, a me sembra sempre mio fratello”.
“Ecco. E sarà sempre tuo fratello. E ti vorrà sempre bene. L'importante è tenerlo lontano dagli altri maschi”.
“Perché gli altri maschi gli fanno paura?”
“Non è paura. È un istinto di competizione. Quando stanno assieme, i maschi sempre la lotta per decidere chi è il più forte”.
“Ma che senso ha?”
“Non ha nessun senso per te, ma per i maschi serve a decidere chi va con le ragazze”.
“Ma non possono andare tutti con ragazze diverse?”
“Adesso sì, perché di maschi ce ne sono pochi”.
“Una volta non era così?”
“No, una volta c'erano tanti maschi quanti femmine, e i neutri come te non esistevano”.
“E come facevate con così tanti maschi?”
“Eh, come facevamo... evidentemente le cose non andavano tanto bene. I maschi iniziavano a farsi la lotta da ragazzini e poi continuavano per tutta la vita. E siccome erano tanti, comandavano loro e facevano fare la lotta anche a noi femmine”.
“Comandavano loro?”
“Facevano i presidenti, i giudici, i poliziotti, i soldati... tutti i lavori più pericolosi”.
“Ma dai mamma, scusa, come faceva un maschio a fare il presidente?”
“Te l'ho detto, era un grosso problema. Infatti scoppiavano continuamente delle guerre”.
“Cos'è una guerra?”
“Una guerra è quando tutti i maschi di una nazione attaccavano i maschi di un'altra nazione, con le armi”.
“E perché dovevano fare una cosa del genere?”
“Tesoro, per milioni di motivi... però col tempo ci siamo resi conto che il motivo principale era l'istinto, appunto. I maschi si fanno la lotta fra loro: sono fatti così. L'unico sistema era... farne molti di meno, e tenerli separati dal resto della società”.
“Ma anche le donne si fanno la lotta”.
“Sì, tesoro, non siamo mica delle sante. Ma noi di solito lottiamo per difendere la nostra tana, la casa, la famiglia. I maschi invece, quando comandavano, erano molto più violenti e distruttivi. Ed erano sempre insoddisfatti, capisci? Perfino quelli più importanti... i presidenti, i colonnelli, i direttori delle banche mondiali... persino all'apice del loro potere, continuavano a dare la caccia alle donne, come dei selvaggi. Noi donne per molto tempo abbiamo pensato che fossero malati. Poi abbiamo capito che non era una malattia: erano semplicemente troppi. E così abbiamo deciso di farne meno”.
“Cos'è una banca mondiale?”
“Adesso un maschio come tuo fratello vive in un collegio. L'anno prossimo sarà considerato maturo e gli sarà assegnata una circoscrizione che contiene più o meno un centinaio di femmine di ogni razza ed età. Tutto quello che gli serve per essere felice senza diventare cattivo e senza fare la guerra a nessuno”.
“Ma come avete fatto a fare meno maschi?”
“Ti ricordi due anni fa, quando sei stato all'ospedale?”
“Sì, che sono stato in vacanza per una settimana e siamo stati anche a disneyland”.
“Ecco. Ti ricordi cosa ti hanno tolto all'ospedale?”
“Le palline”.
“Ecco. Se te le avessimo lasciate saresti diventato un maschio, come tuo fratello, e tra qualche anno avresti messo i peli come lui”.
“Che schifo!”
“Ma no, non sta così male”.
“Però non mi sarebbero piaciute le femmine!”
“Probabilmente sì”.
“Ma solo per via di due palline? Se uno ce le ha corre dietro alle femmine e se non ce le ha non gli interessano? Non ha senso”.
“Non deve avere senso, tesoro. È la natura”.
“Ma perché invece a mio fratello gliele hai lasciate? Non lo volevi tenere?”
“Tesoro no, come puoi dire una cosa del genere! Non sono stata io a scegliere. Quando siete piccoli, in ospedale vi fanno tutta una serie di esami. In base a questi esami tuo fratello è risultato più adatto a fare il maschio. Io nei primi anni non ero tanto convinta, sai. Ma poi sono rimasta incinta di te e ho pensato che forse era un segno”.
“Mamma, scusa, ma chi ti ha messo incinta?”
“Non lo conosci. Era il maschio della nostra circoscrizione, è andato in pensione cinque anni fa. Hai il suo naso”.
“E questo signore quindi... è mio padre?”
“Dove hai sentito questa parola?”

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