Il governo italiano ha sospeso gli aiuti ai palestinesi

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martedì 29 maggio 2018

Il giorno di Mattarella


(Questo pezzo è uscito ieri su TheVision). 


“Ho fatto tutto il possibile per far nascere un governo politico.” Alle otto e mezza della sera, il Presidente Mattarella è appena entrato in sala stampa. Salvini sta già tuonando su Facebook che rivuole le elezioni; Di Maio e Giorgia Meloni si allenano a pronunciare la parola “impeachment”. Davanti alle telecamere, Mattarella racconta di come è arrivato a una decisione senza precedenti nella storia della Repubblica. La lista dei ministri presentata da Giuseppe Conte è stata bocciata e Mattarella, a domanda, conferma che la trattativa si è arenata su un solo nome: quello del ministro dell’Economia.

Il presidente è visibilmente nervoso, in queste settimane ha ingoiato diversi rospi. Ha atteso più che pazientemente che Cinque Stelle e Lega trovassero un accordo sul programma di governo e sui nomi da coinvolgere. E anche ieri sarebbe stato pronto a firmare la nomina “di un autorevole esponente politico della maggioranza,” purché non fosse “sostenitore di una linea” che avrebbe potuto provocare “la fuoruscita dell’Italia dall’euro.”Non era evidentemente il caso di Paolo Savona, l’autorevole economista ottantaduenne sul quale avevano trovato un accordo Salvini e Di Maio. Savona, che pure si considera un convinto europeista e auspica la nascita degli Stati Uniti d’Europa, con gli anni ha maturato un’opinione sempre più critica nei confronti dell’unione monetaria, e da tempo sostiene la necessità per l’Italia di un “piano B”– l’eventuale uscita, appunto, dall’eurozona. Più che di un’eventualità realizzabile, si sarebbe trattato di un avvertimento da impugnare a Bruxelles: se continuate a imporci il rigore, noi usciamo davvero. Un deterrente, un bluff, ma in economia forse bluffare non è più concesso (continua su TheVision).

È bastato ricominciare a parlare di euro perché lo spread tra i titoli tedeschi e quelli italiani si divaricasse: la nomina di Savona all’economia avrebbe aggravato la situazione in modo forse irreversibile. Questa è almeno l’opinione di Mattarella. Ieri sera ha affermato che tra i criteri che lo devono orientare nella nomina dei ministri ci sia la “tutela dei risparmi degli italiani”: un’interpretazione apparentemente innovativa delle sue prerogative costituzionali, ma Mattarella sa quello che fa: tra le altre cose è stato anche membro della Consulta. Stamattina riceverà al Quirinale Carlo Cottarelli, e probabilmente gli incaricherà di formare quel governo “neutrale” di cui già parlava venti giorni fa. Cottarelli è l’economista che produsse per il governo Letta un rapporto “per la revisione della spesa” di ottocento pagine. È difficile immaginare che intorno a lui e a un Mattarella indebolito dalla sua presa di posizione si possa formare una maggioranza in questo parlamento: ci aspetta dunque un breve governo estivo (nella prima repubblica li chiamavano governi balneari), che traghetti l’Italia verso nuove elezioni ad autunno. Del resto i comizi telefonici e telematici di Salvini e Di Maio ieri sera sono già pura campagna elettorale. Salvini, soprattutto, dà l’impressione di essersi impuntato sul nome di Savona soltanto per mandare all’aria il tavolo, ora che i sondaggi sono dalla sua parte. I Cinque Stelle sembrano più spiazzati: come se ci avessero creduto davvero, nella possibilità di diventare una forza di governo. Tornare alle elezioni per loro significa ammettere che non ne sono ancora capaci (e ridiscutere la questione del doppio mandato). Ma soprattutto, si tratta anche per loro di vedere un bluff.

Mattarella è stato chiarissimo. Lega e Cinque Stelle devono spiegare ai loro elettori se vogliono uscire dall’euro o no. “Se si vuole discuterne”, ha avvisato ieri sera, “lo si deve fare apertamente e con un serio approfondimento. Anche perché si tratta di un tema che non è stato in primo piano durante la recente campagna elettorale”. Su questo punto anche i più critici dell’operato di Mattarella abbiano poco da eccepire: se davvero vogliono proporre la fuoriuscita dall’euro, anche solo come piano B, Salvini e Di Maio lo devono spiegare forte e chiaro ai loro elettori. E invece durante tutta la campagna elettorale erano stati molto cauti sull’argomento, lasciato cadere anche nell’ultima versione del contratto di governo. Se decidessero davvero di presentarsi in coalizione, e di mantenere il nome-simbolo di Paolo Savona, le prossime elezioni equivarrebbero a un referendum sull’Euro. Ma è una possibilità abbastanza remota. Anche se hanno obiettivi comuni, Cinque Stelle e Lega sono due concorrenti che mirano allo stesso bacino elettorale. E se l’obiettivo dei 5S è da sempre al cinquantuno per cento, l’obiettivo di Salvini è più realistico: diventare la forza portante del centrodestra. C’è sulla sua strada però un ostacolo dal quale forse dipende il destino dell’Italia (e dell’Europa): Silvio Berlusconi.

Berlusconi ieri sera ha fatto sapere che “in un momento come questo il primo dovere di tutti difendere il risparmio degli italiani, salvaguardando le famiglie e le imprese del nostro Paese”. Non è solo un esplicito sostegno al presidente Mattarella, anche in questa inedita veste di difensore dei risparmi; è soprattutto un attacco a Salvini. Può sorprendere chi in questi giorni non abbia dato almeno un’occhiata ai talk di Rete4, dove di colpo l’allarme spread ha preso il posto dell’allarme clandestini. Insomma può darsi che la vera notizia di stamattina, 28 maggio 2018, sia che il Centrodestra italiano è finito; che le due forze principali che lo compongono dal 2001, Lega e Forza Italia, si sono ormai incamminati sue strade diverse e inconciliabili. Se l’abbandono dell’euro, da vaga promessa elettorale, diventa una prospettiva concreta, Berlusconi non ci sta; che Salvini possa rivincere le elezioni senza di lui, e senza l’appoggio mediatico della corazzata Mediaset-Mondadori, è quello che nei prossimi mesi andremo a scoprire. La buona notizia è che dovrebbe essere una campagna un po’ meno razzista: perlomeno le fiaccolate anti-stranieri in tv dovrebbero drasticamente diminuire.

Allontanandosi da Salvini, Berlusconi potrebbe essere tentato di puntare sull’altro Matteo, quel Renzi che sui social continua a manifestare il suo orgoglioso europeismo, e che se non riesce a riprendere il controllo completo del Pd in tempi brevi potrebbe decidere di fondare un nuovo partito – una prospettiva che non a caso sembra entusiasmare soprattutto i redattori del Foglio, autorevole palestra di pensiero berlusconiano. Renzi non è più il cavallo vincente che sembrava qualche anno fa, ma forse qualche ospitata a Pomeriggio Cinque potrebbe aiutare a farlo risalire un po’ sui sondaggi: anche perché molti altri cavalli per ora da quella parte non si vedono. Se l’Europa diventasse davvero il tema delle prossime elezioni, e Berlusconi decidesse di difenderla senza se e senza ma, in una prospettiva liberale, la distanza ideologica tra lui e Renzi diventerebbe davvero impalpabile. L’unico problema è che tra gli elettori di Renzi ci potrebbe essere ancora qualche irriducibile antiberlusconiano: ma sono pochi, ormai: e se solo Berlusconi decidesse di fare un mezzo passo si ridurrebbero quasi a zero. D’altronde è Berlusconi, e ormai si è capito che in Italia aver passato gli ottanta non è in generale considerato un buon motivo per fare neanche quel mezzo passo indietro.

Se la pregiudiziale antiberlusconiana è ormai un ricordo del passato, un’altra ben più ingombrante potrebbe sorgere all’orizzonte: la pregiudiziale anti-Putin. Costretto a correre da solo, Matteo Salvini evidenzierebbe ancora di più quei legami col partito putiniano, Russia Unita, che a ben vedere sono già ufficiali, in nero su bianco. Mattarella non ne ha parlato e forse nemmeno se ne preoccupa, ma la stampa estera sì: in Italia, uno dei membri più importanti e dei fondatori dell’Unione Europea, rischia di vincere le prossime elezioni un partito anti-euro che guarda a Mosca più di quanto guardi a ovest. Lasciamo stare se sia un bene o no per l’Italia: può succedere davvero? Per cinquant’anni in Italia la stabilità politica è nata da una conventio ad excludendum: il PCI filo-sovietico non avrebbe mai potuto governare. A partire dalle prossime elezioni forse vedremo nascere una conventio di opposto colore ideologico, ma nella stessa direzione strategica: i seguaci di Putin potrebbero vedersi esclusi dal governo malgrado i buoni risultati elettorali. Ai comunisti è successo per quarant’anni, e Salvini lo sa bene: dopotutto è stato un rosso, prima di diventare verde.

Qualsiasi cosa succederà, oggi è davvero un giorno nuovo per la politica italiana. Da oggi sappiamo che un Presidente può rifiutarsi di nominare il governo indicato da una maggioranza parlamentare; che i leghisti non bluffano, sono davvero anti-euro (oppure, se bluffano, pretendono di essere presi sul serio); che i 5Stelle erano davvero pronti a governare, e oggi sono davvero delusi e arrabbiati per non esserci riusciti; e che ormai tutto è in discussione: l’Unione Europea, la Nato, tutto. Viviamo in tempi interessanti, tanto per cambiare.

martedì 22 maggio 2018

Chi vuol essere Presidente


Stavo pensando che tutto sommato non si sta poi così male così, e se siete d'accordo si potrebbe anche andare avanti per un po'...

ANNO IV DELL'ERA GENTILONI

Drin Drin

"Pronto".

"Pronto, qui è la segreteria della Presidenza della Repubblica. Parlo col signor Abrami Davide?"

"Oh cazzo".

"Deve rispondere Sì o No, è la procedura".

"Beh, allora..."

"E deve dire la verità".



"...sono io, sono Abrami Davide".

"Molto bene. L'avvisiamo che dopo un attento esame del suo curriculum..."

"Io non ho mandato nessun curriculum".

"Li scarichiamo direttamente dalla rete. Mi faccia eseguire la procedura. Dopo un attento esame del suo curriculum, lei è stato indicato dai partiti della maggioranza parlamentare come Presidente del Consiglio in pectore. Congratulazioni!"

"Mi posso ritirare?"

"Ovviamente no. Ha visto quel che è successo a Nizzoli Gianfrancesco?"

"Che figura, poveraccio".

"Si era inventato una laurea in medicina, adesso secondo lei quando l'hanno indicato non avrebbe preferito ritirarsi? Ma non si può più".

"Non si può più".

"No".

"Ma perché?"

"Secondo lei?"

"Senta, io non scrivo un curriculum da quindici anni, non ho la minima idea di cosa posso..."

"Il suo curriculum è divertente, ci ha messo anche l'erasmus e l'interrail, piuttosto mi preoccuperei del suo conto, di alcuni bonifici verso il 2005".

"Il 2005? Mi stavo sposando, può darsi che... i miei genitori".

"Molto generosi. Suo padre aveva una piccola attività, mi pare?"

"Sì ecco, faceva l'idraulico"

"Come dice? Non sento".

"L'idraulico".

"BenissiMAHAHAHAHA AHAHAHAHAHAH AHAHAHAHAHAH AHAHAHAHAHAH".

"Mi scusi..."

"No, scusi leiAHA AHAHAHAHAHAHAHAH L'IDRAULICOAHA AHAHAHAHAHAH".

"Questo non è previsto dalla procedura, immagino".

"No, no, la procedura prevede che già in questo momento tutti i suoi dati sensibili siano inviati a tutti gli organi di stampa. Lei è un personaggio pubblico, adesso".

"Ma mio padre..."

"Di solito cominciano a metterla sulla graticola verso le sei del mattino, deve pensare che anche durante la notte ci sono redazioni al lavoro, anche negli USA, sa col fuso orario..."

"Ma che gli frega agli americani di mio padre..."

"Si stanno appassionando, è un format di successo, prima o poi lo esporteremo. Passeranno ai raggi X tutta la sua mediocre carriera, e ovviamente i bonifici non resteranno inosservati. Lei naturalmente può dimostrare che suo padre non stesse adoperando il suo conto corrente per nascondere fondi in nAHAHAHAHAHAHAH AHAHAHAHAH".

"È cardiopatico, perché volete fare questo? Avrà fatto i suoi errori, ma alla sua età... un po' di pietà..."

"Con Renzi l'hanno avuta? Domani verso quest'ora l'avviserò che, per cause di forza maggiore, i partiti della maggioranza hanno deciso di ritirare la sua candidatura e di infierire su un altro poveretto scelto a caso".

"Tutto questo è assurdo".

"Non più di tanto. No. I partiti della maggioranza non vedono l'ora di installare in Italia un governo di Rettitudine e Onestà, e lo faranno, non appena avranno trovato in tutta la nostra penisola un uomo Veramente Onesto, almeno uno".

"Nel frattempo..."

"Nel frattempo resta Gentiloni. La saluto. La telefonata le sarà addebitata, sono cinque euro più due di IVA, totale sette euro".

venerdì 18 maggio 2018

Lo sai anche tu (che non te li darò mai più)

"Oh ciao, ti stavo giusto cercando".

"Già".

"Ti ricordi quei soldi che ti devo..."

"Già".

"Senti, io ci ho pensato molto, e secondo me è ora di uscire dall'ipocrisia".

"Già".

"Cioè lo sappiamo tutti, no? Lo sappiamo tutti che non riuscirò mai a darteli".

"Già".

"Ormai è solo un numero, capisci, un numero astratto che non ha più importanza, potrebbe essere il doppio, potrebbe essere la metà, non ha più tante importanza, no?"

"Già".

"E se dicessimo che è la metà?"

"Già".

"No dai non fare così. Veniamoci incontro. Diciamo che lo abbassiamo di un quarto. Di un quinto".

"Già".

"Duecentocinquanta miliardi. Dai. Tanto lo sai benissimo che non te li darò mai. Dove li trovo? Si tratta solo di... di... di accettare la cosa, ecco, di uscire dall'ipocrisia".

"Già".

"Quindi siamo d'accordo?"

"Già".

"Ecco, vedi? È stato facile. Siamo usciti dall'ipocrisia".

"Già".

"Adesso vado, anzi, senti, scusa, oggi pomeriggio dovrei andare a Bologna, non è che hai venti euro da anticiparmi..."

"No".

"Come no?"

"No".

"Ma certo che ce li hai venti euro, scusa, tu ce li hai sempre".

"Già".

"Ma scusa, proprio adesso che siamo usciti dall'ipocrisia, non mi fai andare a Bologna, cioè non riesci a trovarmi venti miseri euro? Forse credi che non te li restituirò?"

"Già".

"Alla Germania li avresti dati".

"Già".

"E a me no!, vedi, allora lo ammetti".

"Già".

"È tutto un complotto contro di me! I miei genitori hanno fatto tanti debiti e tu te la prendi con me!"

"Già".

"Ma non ti vergogni?"

"Già".

giovedì 17 maggio 2018

Verso il governo Chiunque I

Una settimana fa Di Maio e Salvini chiesero 24 ore per formare il governo. Forse oggi riusciranno a presentarlo a Mattarella. Una bozza di contratto fatta filtrare nelle ultime ore dà l'impressione che l'accordo resti molto fragile. Desta stupore soprattutto l'istituzione di un "Comitato di conciliazione" che dovrebbe essere istituito "per giungere a un dialogo in caso di conflitti". Certo, i vertici a porte chiuse si sono sempre fatti, ma mettere nero su bianco il regolamento su una scrittura privata lascia perplessi. In attesa di scoprire se è costituzionale o no, limitiamoci a trovarlo poco elegante, come certe clausole negli accordi prematrimoniali che ti fanno intravedere il disastro. In questo Comitato, oltre ai due leader, sarebbe prevista la presenza di non meglio precisati "soggetti individuati dal Comitato": e il pensiero corre subito a Davide Casaleggio, che sarebbe così ammesso nelle stanze del potere senza bisogno di passare dalle elezioni. L'idea tradisce la tipica diffidenza Cinque Stelle per gli eletti. Anche per i propri, ai quali il M5S impone un contratto capestro con multe altissime a chi osa abbandonare il gruppo parlamentare o tradire il mandato.

Questa diffidenza non è un incidente di percorso: è uno dei caratteri fondamentali del Movimento. E rischia di essere la sua fondamentale debolezza, ora che prova a cimentarsi con un governo. Il partito che non crede nel principio di delega non ha mai voluto creare una vera classe dirigente. A cinque anni dalla prima clamorosa vittoria elettorale, il M5S è rimasto una truppa di soldati semplici. Anche i volti più riconoscibili alla fine non esprimono che una straordinaria medietà; tutto in loro lascia intendere che chiunque potrebbe essere al loro posto, e in effetti loro sono chiunque; nessuno si stupirebbe se scoprissimo che l'algoritmo di Rousseau li sceglie a caso. Persino i più pittoreschi non tradiscono nessuna particolare personalità: urlano e strepitano perché rappresentano quel tipo di cittadino che urla e strepita. Forse Di Battista era un caso a parte, e per il momento si è dileguato. Roberto Fico sembrava un po' più a sinistra di altri, ma ora ha un incarico istituzionale: promoveatur ut amoveatur.


Quanto a Di Maio, c'è chi gli ha imputato una cattiva gestione della trattativa: ma a mio parere non si sarebbe impuntato per un mese su Palazzo Chigi se non gli fosse stato chiesto di impuntarsi. Di Maio non ha fatto che mettere diligentemente in pratica le direttive che gli erano state impartite. Criticare Di Maio significa riconoscergli una volontà propria, un'individualità che non ha mai dimostrato, anzi: in un partito di uomini qualunque, il segreto del suo successo è proprio il suo essere più qualunque di tutti, persino da un punto di vista somatico. Nessun segno particolare, nessun tic linguistico a parte una nota ritrosia nell'uso del congiuntivo che lo accomuna al 90% della popolazione; Di Maio è talmente standard che non si riesce nemmeno a parodiare. Chiunque ci prova finisce per sembrare uno snob: come fai a prendertela con un segnaposto? Di cosa dovresti ridere, della sua maturità, dei lavoretti estivi, dei congiuntivi? È come ridere di un popolo intero. Si sa che le caricature si realizzano esagerando i tratti più riconoscibili, e Di Maio non ne ha. Se assomiglia a qualcuno, è a George Abnego, il personaggio del racconto Null-P di William Tenn, l'uomo super-medio che diventa presidente degli USA proprio per la sua eccezionale medietà (continua su TheVision)

“La statura e il peso di George Abnego erano identici alla media del maschio americano adulto. Si era sposato all’età esatta – anno, mese, giorno – in cui, secondo le stime degli statistici, lo faceva l’uomo medio; aveva sposato una donna la cui età era minore della sua del numero medio di anni; il suo reddito, secondo quant’era stato dichiarato dalla sua ultima cartella delle tasse, rappresentava giusto il reddito medio di quell’anno. E il numero di denti che aveva in bocca coincideva, per quantità e condizione, col numero medio di denti che l’Associazione Dentistica Americana aveva previsto per un uomo sorteggiato a caso tra la popolazione.” Anche il presidente americano risulta refrattario alla parodia: “Non si può fare satira del vuoto”, lamentano i vignettisti, e non tarderà nemmeno a nominare ministri completamente incompetenti. Null-P è un tipico racconto della fantascienza sociologica anni Cinquanta, per cui a questo punto ci aspettiamo un disastro, ma non finisce esattamente così. Niente guerre o apocalissi: Abnego è il capostipite di una dinastia che trascina nella mediocrità l’intera razza umana. In particolare, uno dei suoi discendenti approva una legge che destina le borse di studio non agli studenti migliori, ma a quelli che ottengono i risultati più vicini alla media. Non mi stupirebbe leggere una proposta del genere, tra qualche anno, depositata in Parlamento.

Nel frattempo i Cinque Stelle vanno a governare e io non riesco ancora a preoccuparmene come dovrei. Malgrado i proclami roboanti (ma ormai anche Grillo si è molto rasserenato), sono persone così qualunque che non riesco a immaginarmele mentre distruggono la Repubblica. Ok, è vero, molti di loro credono in cose assurde, né più né meno del vicino di casa, o del collega, o dell’amico al bar, c’è di peggio. Nei miei pensieri noto che il M5S si sta trasformando in qualcosa di diverso: da entità inquietante a poliziotto buono. Ogni volta che penso a quello che potrebbe fare il nuovo governo – “mio dio, la Flat Tax!” – c’è nella testa una specie di valvola di sicurezza che scatta alla ricerca di qualche dose residua di ottimismo: in mancanza di qualsiasi altro appiglio, non resta da pensare che dai, i Cinque Stelle non approveranno mai una misura che porterebbe alla macelleria sociale. Sono dalla parte dei lavoratori, loro (e in effetti ormai si parla di Flat Tax progressiva). Non ci lasceranno menare a sangue dai celerini alla prima manifestazione seria, non potrebbero, ci perderebbero la faccia, hanno famiglia, il grande cuore del Sud, etc.

Tutto questo è patetico e sono il primo a rendermene conto, ma se nel caso succedesse anche ad altri, credo sarebbe il caso di cominciare a preoccuparsi. Perché significherebbe che per diventare una forza di governo credibile, al M5S, basta poco: è sufficiente mantenere un volto rassicurante mentre la Lega picchia duro. Magari c’è gente a destra che si trova nella mia posizione speculare e, senza fidarsi particolarmente né di M5S né di Lega, pensa che ormai l’unico argine concreto al populismo sventato dei primi sia la concretezza dei secondi. Mettiamo poi che il matrimonio scoppi: entrambi potrebbero riscuotere alle urne un credito superiore. La grande debolezza del populismo italiano – l’essersi coagulato in due soggetti concorrenti, invece che in un solo grande partito – ora potrebbe rivelarsi la sua forza, e ogni attacco alla Lega potrebbe rafforzare il M5S e viceversa.

A chi scommette sul divorzio-lampo, ricordo un precedente: il Berlusconi I, che nel 1994 tentò di combinare i leghisti di Bossi al nord coi post-fascisti di Alleanza Nazionale, più radicati nel sud. Vinse con un buon margine, giurò a maggio, si sciolse a Natale. Eppure l’intuizione era buona, e i tentativi successivi avrebbero portato Berlusconi a palazzo Chigi per altri 3000 giorni, record assoluto per la Repubblica. Anche se il matrimonio durasse poco, dunque, non sarebbe per forza un buon segno.

venerdì 11 maggio 2018

Popcorn, vaccini e ghigliottine (100 anni di orgogliose sconfitte)

Sono abbastanza convinto che Renzi non abbia mai detto “Ora tocco a loro e pop-corn per tutti”, come pure ha virgolettato ieri la Stampa. Se poi davvero la frase gli è scappata, sarà successo in una conversazione privata che sarebbe scorretto strumentalizzare, come hanno fatto immediatamente i suoi avversari interni. D’altro canto è per vero che Maria Antonietta non ha mai detto “Che mangino brioches” alla folla che chiedeva il pane (ma l’aneddoto è geniale, una volta sentito non si riesce a dimenticarlo); San Lorenzo non ha mai detto “Voltami, son cotto” ai pagani che lo arrostivano; e Voltaire non avrebbe mai dato la vita per difendere le opinioni dei suoi avversari, poco ma sicuro. Sono tutte storie messe in giro, fake news, e se hanno resistito così tanto è per un motivo che dovrebbe preoccupare anche Renzi. Non sono vere, ma sono efficaci. I popcorn di Renzi in un qualche modo somigliano a quello che per Berlusconi fu “la culona inchiavabile”: una frase mai detta ma che sintetizzava così felicemente il personaggio a cui era attribuita che a un certo punto alcuni berlusconiani la rivendicavano con orgoglio.
E comunque qualsiasi accostamento tra Renzi e il cibo
 in qualche modo funziona.


Io non credo che Renzi abbia parlato di popcorn: neanche in privato. Sarebbe stato come ammettere che il suo rifiuto a ogni trattativa, orgogliosamente rivendicato dal quattro marzo in poi, più che una strategia assomiglia alla reazione puerile di un ragazzo escluso dai giochi, che si siede sugli spalti e spera che i contendenti rimasti si picchino a sangue. “Popcorn per tutti” contiene in sé tutto un mondo di sbruffoneria, introducendo anche l’idea di una piccola corte di amici che i popcorn dovrebbero prepararli e gustarli col capo. È a ben vedere una parodia dell’hashtag #ToccaALoro, e Renzi francamente non sembra così autoironico. Certo, se nei prossimi mesi succederà qualche disastro, è probabile che l’espressione gli sarà ritorta contro: hai voluto i popcorn? In realtà no, Renzi non li ha voluti: ma ha pur sempre lasciato intendere che i disastri erano inevitabili o che il suo Pd almeno non avrebbe mosso un dito per evitarli. Una nuova crisi dello spread, una catastrofe umanitaria nel mediterraneo, sono tutte eventualità non così implausibili con Salvini e Di Maio al governo, ma Renzi non sta dando l’impressione di preoccuparsene più di tanto. Nei piani, questo atteggiamento dovrebbe riconciliarlo con gli elettori, una volta che si stancheranno delle promesse non mantenute da M5S e Lega. Si fa un torto a definire questo scenario “strategia del popcorn”? Magari sì, però funzionerebbe: facile da ricordare, scoppiettante, un po’ irresponsabile e non troppo sano.

Nei prossimi mesi, se il governo Di Maio-Salvini va in porto, due partiti populisti che si presentavano alle elezioni come diretti concorrenti troveranno un terreno comune e occuperanno i palazzi del potere. Gestiranno le forze dell’ordine. Avranno la possibilità di influenzare l’opinione pubblica attraverso la Rai, che tende sempre a riposizionarsi secondo la maggioranza, mentre difficilmente il conflitto di interessi della Mediaset sarà ritoccato. Con o senza il “benevolo” Berlusconi, Lega e M5S avranno tempo e agio per modificare la legge elettorale a loro piacimento: in fondo lo fanno tutti i partiti che vincono le elezioni in Italia. Tutti questi rischi, una buona parte del Pd ha deciso di correrli; ha pensato che ne valesse la pena. Questa idea che l’avversario politico si combatta non ostacolando la sua ascesa al potere, da dove viene? Purtroppo non è un’innovazione dei renziani, anzi: è uno dei tratti che più li accosta alla tradizione della sinistra italiana.



Berlusconi ai tempi del Berlusconi II (2001).

La strategia del popcorn ha nobili precedenti. Il più immediato è il vaccino di Montanelli. Fu proprio il giornalista, ormai diventato un vate dell’antiberlusconismo, a sintetizzarlo in una delle ultime interviste che rilasciò a Repubblica. Era la primavera del 2001: Berlusconi si apprestava a vincere le elezioni per la seconda volta; polizia e carabinieri si stavano già preparando a quella spaventosa dimostrazione di forza che fu la repressione dei manifestanti al G8 di Genova. Dopo aver dichiarato che avrebbe votato per il centrosinistra, Montanelli confessò a Laura Laurenzi che in realtà sperava in una vittoria di Berlusconi, “faccio fioretti alla Madonna perché lui vinca, in modo che gli italiani vedano chi è questo signore. Berlusconi è una malattia che si cura soltanto con il vaccino, con una bella iniezione di Berlusconi a Palazzo Chigi, Berlusconi anche al Quirinale, Berlusconi dove vuole, Berlusconi al Vaticano. Soltanto dopo saremo immuni. L’immunità che si ottiene col vaccino”.

Berlusconi in effetti vinse, con un buon margine che gli consentì di governare praticamente indisturbato per cinque anni. I disastri non mancarono: il già citato G8, e poi una lunga battaglia sull’abolizione dell’articolo 18 che su concluse con una ritirata strategica (dieci anni dopo Renzi completò l’opera). Gli interventi in Afganistan e in Iraq. L’ennesima riforma della scuola che nascondeva i tagli più drastici. La finanza creativa di Tremonti. Perdemmo molto tempo prezioso in quei cinque anni in cui avremmo potuto modernizzarci e invece ci berlusconizzammo definitivamente. Ma almeno come vaccino funzionò? Non risulta. Dopo cinque anni Berlusconi si ripresentò nel 2006 contro l’Ulivo di Prodi ottenendo un sostanziale pareggio; e nel 2008 stravinse di nuovo. Eppure quando Montanelli nel 2001 aveva suggerito di inocularci un po’ di berlusconismo benigno, molti avevano trovato l’immagine felice e calzante. Gli inglesi lo chiamano wishful thinking, gli psicologi razionalizzazione: visto che Berlusconi appariva ormai inevitabile, ci siamo convinti che ci sarebbe servito, che si sarebbe rivelata un’esperienza formativa. Marx aggiungerebbe che la Storia si ripete sempre in farsa e che Montanelli, inconsciamente, non stava che “evocando con angoscia gli spiriti del [suo] passato per prenderli al servizio”: se alla sua generazione erano serviti vent’anni e una guerra mondiale per immunizzarsi dal fascismo, non era poi così peregrino pensare che qualche anno di Berlusconi al governo ci avrebbe guarito dal male.


Ma forse non è nemmeno vero che ci siamo immunizzati dal fascismo. Montanelli non poteva non conoscere la pagina più famosa di uno degli eroi più limpidi dell’antifascismo liberale, Piero Gobetti: l’Elogio della Ghigliottina, pubblicato pochi giorni dopo la Marcia su Roma. È uno di quei testi che raccontano così bene l’Italia da dare l’impressione (magari sbagliata) di essere attuali in qualsiasi momento li si vada a riprendere.


“Né Mussolini né Vittorio Emanuele hanno virtù di padroni“, scrive Gobetti, “ma gli Italiani hanno bene animo di schiavi. È doloroso dover pensare con nostalgia all’illuminismo libertario e alle congiure. Eppure, siamo sinceri fino in fondo, c’è chi ha atteso ansiosamente che venissero le persecuzioni personali perché dalle sofferenze rinascesse uno spirito, perché nel sacrificio dei suoi sacerdoti questo popolo riconoscesse se stesso. C’è stato in noi, nel nostro opporsi fermo, qualcosa di donchisciottesco. Ma ci si sentiva pure una disperata religiosità. Non possiamo illuderci di aver salvato la lotta politica: ne abbiamo custodito il simbolo e bisogna sperare (ahimè, con quanto scetticismo) che i tiranni siano tiranni, che la reazione sia reazione, che ci sia chi avrà il coraggio di levare la ghigliottina, che si mantengano le posizioni sino in fondo. Si può valorizzare il regime; si può cercare di ottenerne tutti i frutti: chiediamo le frustate perché qualcuno si svegli, chiediamo il boia perché si possa veder chiaro”.

Il giornalista e militante che chiede le frustate – e le otterrà, fino a morirne – ha appena ventun anni: non arriverà a compierne ventisei. Il fascismo al potere gli sarebbe sopravvissuto di altri quindici. Tra il suo Elogio e l’odierno dibattito sui popcorn c’è ormai un secolo, in cui la Storia ha avuto il tempo di ripetersi in forme sempre più farsesche. Però in un qualche modo inconscio e distorto sembriamo ancora vittime dello stesso pattern: Gobetti chiedeva che i tiranni fossero tiranni perché gli italiani si pentissero di averli lasciati marciare indisturbati fino ai palazzi del governo; Montanelli pregava che gli italiani votassero Berlusconi affinché capissero che votare Berlusconi era sbagliato; Renzi, se pure aveva un minimo margine per impedire che due partiti populisti diretti concorrenti trovassero un accordo, ha preferito andarsi a sedere sulla riva del fiume. Se dice che non si è portato un sacchetto di popcorn, è giusto credergli. Allo steso tempo, come si fa a non immaginarlo mentre sgranocchia.

domenica 6 maggio 2018

Players win and Renzi plays

Matteo.

Un attimo.

Matteo dovresti andare via.

Ho detto un attimo.

È già da molto tempo che sei qui.

Sto per andarmene.

E hai già perso molto.

Sì ma all'inizio avevo vinto molto.

Hai perso più di quello che hai vinto.

È così...

È così.

...se me ne vado adesso.

No, Matteo, no.

Perché se invece adesso vinco...

Ma non vinci più Matteo.

E perché non dovrei vincere, sentiamo.

Non funziona così.

Hai visto come ho ridotto Di Maio? Il M5S? Hai visto come li ho mandati a sbattere?

Non li hai mandati a sbattere.

Si sono rimessi a chiedere il referendum sull'Euro, capisci? Li ho fregati.

Hai chiuso al M5S e loro a questo punto si preparano a un'altra campagna elettorale. Slegano il Beppe, è normale.

è orgoglioso
Grazie a me.

Cos'hai ottenuto, Matteo?

Stavano mettendosi a ragionare, e io...

Stavano calando nei sondaggi.

Li ho mandati a sbattere!

Gli hai fatto slegare il Beppe. Così risaliranno nei sondaggi. E se si va a votare?

E se si va a votare magari vinco io.

Non vinci tu, Matteo.

Ho dimostrato di essere più affidabile.

Non è una gara che vince il più affidabile.

E chi lo sa. Magari al prossimo giro...

È patologica questa cosa, Matteo.

Ma ti ricordi che all'inizio vincevo?

È un po' questo il problema. Quella voce nella testa che ti dice...

Se all'inizio vincevo, perché non posso vincere di nuovo?



C'è gente che si è rovinata ascoltando quella voce, Matteo.

Stai insinuando che mi lasciassero vincere per illudermi? Perché sapevano che comunque alla fine avrei lasciato alla cassa anche la camicia? Stai dicendo che sono stato un pollo tutto il tempo?

Sto solo dicendo che dovresti andartene.

Se ora me ne vado sarebbe come ammettere che sono stato un pollo tutto il tempo.

Mentre se resti...

Mentre se resto e faccio un ragionamento serio sulle forze in campo, io...

Quali forze in campo, Matteo? Hai tagliato i finanziamenti ai partiti e stai giocando contro il primo gruppo editoriale italiano e una startup che per prendere un voto spende un decimo di quel che spendi tu. 

Ma che ragionamenti sono.

Sei tu che volevi fare un ragionamento serio sulle forze in campo. Alle ultime elezioni non avevi i soldi per i manifesti.

Le elezioni non si vincono più coi manifesti. C'è internet.

Tu non stai usando internet benissimo, Matteo.

Forse c'è qualcosa da rimettere a posto, ma...

Va bene, allora esci un attimo a rimettere a posto le cose. 

Se esco un attimo non mi fanno rientrare più. Ci avrò fatto la figura del pollo.

Mentre se giochi un altro gettone...

Magari è quello buono.

Neanche se fosse una slot, Matteo. Neanche se ti stessi giocando i tuoi soldi, e non l'immediato futuro di un Paese popoloso. Neanche se fossi da solo in un bar alle cinque del mattino con quel che resta dello stipendio che hai tirato la settimana scorsa, Matteo. Neanche in quel caso...

Io ci provo.

...Sarebbe una buona idea

Cosa ho da perdere?

Now I'm down a little, in fact, I'm down a lot
I'm on a roller coaster ride that I can't stop
Yeah, my luck has changed, but she'll come back
That's the beauty of a game of chance
I can't lose forever, but I'm doomed to try
Because I keep on hearing a voice inside

Players win and winners play
Have a lucky day

martedì 17 aprile 2018

Democratico, troppo democratico


Piccolo esperimento mentale. Supponiamo che da un momento all'altro un economista italiano di un certo rilievo dichiari il suo appoggio per il Movimento Cinque Stelle. Riuscite a immaginare lo stesso economista, dopo pochi giorni, tentare di dettare la linea al Movimento, magari minacciando di stracciare una tessera appena presa? Nel M5S sarebbe impossibile.


Infatti è appena successo nel Pd, onorato all'indomani della sconfitta elettorale dall'adesione via twitter del ministro Calenda. Dopo poche ore Calenda già spiegava al Pd cosa doveva fare e non fare per non perdere la sua preziosa adesione. Provate a immaginare la stessa situazione nella Lega, o in Forza Italia – non ha senso. Nel Pd non è nemmeno la prima volta. Ogni tanto arriva qualcuno, prende la tessera e spiega agli altri cosa deve fare il partito.


La stessa avventura renziana, in fondo, è cominciata così: appena otto anni fa anche l'allora sindaco di Firenze era sostanzialmente un outsider. Quel che è successo dopo, a ben vedere, non ha molti precedenti nella storia dei partiti italiani: in una manciata di anni, grazie a un paio di consultazioni di base (le Primarie!), l'outsider si è preso il partito di cui è tuttora, malgrado le dimissioni ufficiali, il leader più rappresentativo. È una traiettoria impensabile in partiti-azienda come Forza Italia o M5S; molto improbabile nella Lega, che ormai è a tutti gli effetti il partito italiano più vecchio in parlamento, l'unico che mostri ancora vagamente una struttura tradizionale novecentesca. Forse è la prova che il Partito Democratico è davvero democratico; di certo è la dimostrazione che è un partito straordinariamente scalabile: che chiunque abbia una visione e un po' di sostenitori – e di finanziatori – può davvero entrare e cominciare a dettare la linea. Gli altri partiti non sono così e gli altri partiti, bisogna ammetterlo, non perdono così tanti voti (più di sei milioni in dieci anni). A questo punto si tratta di capire se quello che doveva essere il punto di forza del Partito Democratico non si sia rivelato la sua principale debolezza: se i segni di vitalità che ci sta mostrando in questi giorni (incontri, dibattiti, correnti che nascono) siano un segno promettente o gli ultimi rantoli di un'entità che non si rassegna al declino. Il Pd non è certo l'unico partito a strutturarsi in correnti, ma è l'unico in cui le correnti diano la sensazione di poter nascere, agglutinarsi, defluire, nel giro di pochi anni o mesi. Matteo Richetti ne ha appena tenuta a battesimo una, "Harambee", affrettandosi a spiegare che si tratta di una parola swahili che non ha un vero e proprio senso: una generica affermazione di volontà e unione, una specie di "daje", "oh issa": non che l'"I care" di Veltroni e il "Big Bang" di Renzi alludessero a significati molto più complessi, ma insomma la sensazione è che siano finiti non soltanto i contenuti, ma ormai anche i nomi per chiamarli.

Il fatto è che in questi dieci anni di vita ormai il Pd le ha provate tutte... (continua su TheVision). Con Veltroni ha tentato di superare l’antiberlusconismo, e gli antiberlusconiani gli hanno preferito le adunate di Grillo. Con Bersani ha provato per un istante a tornare sui suoi passi, ma poi la crisi dello spread lo ha definitivamente trasformato nel partito della responsabilità e dei sacrifici: la principale stampella di Monti, che ha fatto perdere consensi a sinistra, ma appena ha potuto comunque fondare un altro partito rosicchiando un altro po’ di spazio al centro. Dopo il disastro elettorale del 2013, almeno, il Pd aveva un piano B: Matteo Renzi. Cinque anni dopo, anche quello che è stato l’ultimo elemento propulsivo del partito sembra diventato una zavorra. Renzi non vince più, ma nemmeno può scomparire dall’oggi al domani – è il problema dei leader giovani: quando perdono non sai come smaltirli. La sua strategia attendista è probabilmente la migliore per lui, ma non per il partito che in teoria non guida più.

L’altra opzione più praticabile – appoggiare un governo Di Maio – è molto rischiosa, e richiede un’assunzione di responsabilità che nessun dirigente del Pd in questo momento è in grado di esprimere. Il congresso, a quanto pare, ci sarà in autunno, ma se questo stallo proseguirà si potrebbe anche tornare alle urne, prima ancora che il Pd abbia trovato il tempo di nominare un segretario. Il partito che in tante occasioni si è rivelato persino troppo liquido, in questa crisi, di fronte a un’emergenza nemmeno così imprevedibile, si dimostra non abbastanza elastico. Tanto che qualcuno propone seriamente di sostituirlo con un comitato elettorale renziano – così come è successo con Macron. Insomma dopo aver trasformato il Pd a sua immagine e somiglianza, Renzi dovrebbe fuoriuscirne e creare qualcosa di ancora più renziano che a quel punto, proprio in virtù di questa super-renzianità, dovrebbe convincere chi il Pd ha smesso di votarlo. Un’idea che per quanto possa sembrare assurda a chi non ha condiviso la sbornia renziana, e non ne sta soffrendo i postumi, non è così insensata: se davvero i partiti tradizionali sono in crisi, perché insistere?

Certo, Renzi ci ha messo del suo, ma il centrosinistra europeo è in crisi dappertutto: il partito socialista francese Psf è ai minimi storici, quello socialdemocratico tedesco, Spd, è una stampella sempre meno rilevante del governo Merkel, e così via. Tanto vale fondarsi il proprio club, presentarsi alle elezioni, e vada come vada. Come i Casaleggio e i Berlusconi. Certo, il secondo ha le tv, e il primo, grazie a Internet, è riuscito a creare una rete di attivisti che sta erodendo il consenso del Pd anche nelle province dove era più radicato. Un movimento renzista duro e puro, invece, non potrebbe nemmeno più contare sulle infrastrutture delle feste dell’Unità.In questi giorni sui quotidiani sono ricomparse allarmanti inchieste sulla struttura del M5S, non un “partito-azienda”, come spiega Luciano Capone sul Foglio, ma un'”azienda-partito”, il che a quanto pare è molto più pericoloso: un soggetto politico che è sostanzialmente proprietà di Davide Casaleggio. Ecco, se uno vive abbastanza, riesce a vedere il Foglio che denuncia la pericolosità delle aziende-partito intestate a singoli proprietari. La requisitoria è in parte condivisibile: quello che è riuscita a mettere in piedi in pochi anni una piccola azienda a conduzione famigliare come la Casaleggio Associati è davvero inquietante. 

Però tante cose che i Casaleggio hanno fatto in questi anni altri le avevano tentate prima di loro. Rousseau, la fantomatica piattaforma grillina, rischia di diventare una fondazione, denuncia Capone: a quel punto i fondi a cui attinge potranno essere gestiti con molta più discrezione! Già. Che poi è uno dei motivi per cui i dalemiani avevano fondato Italianieuropei, e i renziani la Fondazione Bigbang. La principale differenza è che fin qui il modello di Casaleggio si è rivelato il più efficiente, come lui stesso ha fatto notare: i nostri voti sono costati molto meno dei voti altrui.

Che aggregazioni opache e blindate dall’esterno possano essere pericolose per la democrazia non c’è dubbio: hanno però il grosso vantaggio di sapersi difendere dagli attacchi e di sapersi riorganizzare dopo una sconfitta. Dieci anni dopo il Vaffanculo Day, il M5S è ancora saldamente nelle mani di un Casaleggio, proprio come Forza Italia, di cui non ci si riesce a immaginare un dopo-Berlusconi. Era proprio il Foglio, ai tempi di Veltroni, a sognare un partito leggero, “all’americana” si diceva allora, addirittura senza tessere. E malgrado qualche resistenza, soprattutto da parte degli ex esponenti Ds, il Pd lo è davvero rimasto, un partito leggero: un partito in cui il voto di un tesserato alle Primarie valeva quanto quello del semplice passante disposto a mettersi in fila e sborsare un euro per scegliere il suo leader o il suo candidato alle elezioni. Rousseau è molto, molto più selettiva all’ingresso. Non c’è dubbio su quale dei due sistemi sia più democratico e aperto: e però non è la prima volta nella storia che un piccolo partito compatto e organizzato si dimostra più efficiente di un grande partito che crede di essere moderno e aperto quando è solo destrutturato.

venerdì 30 marzo 2018

Di Maio e Salvini: due populisti inconciliabili?

In seguito magari avremo il tempo per domandarci se un governo M5S-Lega sarebbe stato evitabile: se l’asse tra le due forze populiste non si sarebbe potuto in qualche modo scongiurare. Fin qui però l’impressione è quella opposta. Anche perché chi avrebbe ancora qualche carta in mano per evitare un accordo tra Salvini e Di Maio sembra deciso a non volerla giocare. Berlusconi e il Pd, in particolare, sembrano ormai rassegnati, se non sollevati, all’idea che i populisti e i sovranisti assumano il controllo delle operazioni. Il Pd li guarderà dalla sponda del fiume, mentre Berlusconi addirittura potrebbe appoggiarli.



Berlusconi, lo si è visto nei giorni delle elezioni dei presidenti di Camera e Senato, è un po’ troppo sfibrato per mettersi contro un’ondata che avanza. E poi lo conosciamo: a lui le ondate piace cavalcarle, e proverà a montare anche su questa. Finirà probabilmente disarcionato, ma è la sua natura. Per ora i tg Mediaset hanno smesso di soffiare sull’emergenza criminalità e l’emergenza invasione, un segno abbastanza eloquente. Quanto al Pd, non è proprio sull’Aventino, ma poco ci manca. La linea è ancora quella del segretario dimissionario, ovviamente riassunta in un hashtag: #ToccaALoro. Lasciamoli governare. Vediamo quello che combinano. Sottinteso: non riusciranno a combinare niente, e molto presto ci ricondurranno alle urne. Questo per ora sembra essere l’unico schema del Pd – è anche l’unico schema che preveda una sopravvivenza politica di Matteo Renzi. Ma sembra più il frutto di un’infantile fantasia di rivalsa che di una serena valutazione delle forze in campo. L’idea è che la miscela di Lega e M5S sia talmente instabile da deflagrare prima di trovare un suo equilibrio, come successe per esempio al primissimo Polo delle Libertà del 1994, quello che si spezzò nel giro di sei mesi, portando alla vittoria elettorale dell’Ulivo di Prodi, due anni dopo. Al Pd sembrano pensare che stavolta tutto esploderà anche prima. Eugenio Scalfari su l’Espresso ha aperto i dialoghi di Platone e ne ha tratto auspici favorevoli: facciamogli scrivere una legge elettorale (un’altra!), e poi via che si torna alle urne, anche a ottobre. C’è da dire che lo Scalfari divinatore non va sottovalutato, predisse anche la rielezione di Napolitano al Quirinale. Anche lui sembra convinto che il populismo sia un fenomeno passeggero, intrinsecamente instabile, che appena gli dai un po’ di corda si impicca. Ma alla prova dei fatti non è mai andata così... (continua su TheVision)

I leghisti sopravvivono ad alterne fortune da quasi trent’anni ormai, e il M5S è decisamente più solido di quel che sembrava a prima vista. I suoi avversari hanno sempre amato pensare che si sarebbe contentato di restare all’opposizione, e che non avrebbe retto alla prima prova dei fatti. Ma ci sono sindaci M5S che ormai stanno serenamente terminando il loro primo mandato, e che probabilmente saranno confermati. Anche quando entrano in rotta col Movimento (come Pizzarotti a Parma, o Marco Fabbri a Comacchio), gli elettori continuano a preferirli alle alternative di centrosinistra e centrodestra. A Livorno c’è ancora Filippo Nogarin, a Torino Chiara Appendino e a Roma è ormai chiaro che la giunta Raggi durerà più di quanto è durata la giunta Marino. Insomma malgrado incidenti di percorso anche gravi, il M5S non perde il sostegno dei suoi elettori nei municipi. Perché dovrebbe perderlo quando comincerà a occupare qualche ministero? Non è poi così difficile trovare ministri più simpatici di Pier Carlo Padoan o di Valeria Fedeli, e non devono essere per forza più capaci. Se saranno giovani e abbastanza telegenici gli elettori perdoneranno volentieri l’inesperienza.

C’è anche chi, pur riconoscendo la stabilità degli ingredienti Lega e M5S, ritiene che la miscela si riveli esplosiva. Benché condividano qualche battaglia e qualche parola d’ordine, Lega e Movimento hanno proposte inconciliabili (flat tax e reddito di cittadinanza), espressioni di classi in conflitto (il nord industriale umiliato dalla crisi, il centro-sud piagato dalla disoccupazione). Insomma non funzionerà, non durerà. Come si diceva una volta: le contraddizioni scoppieranno.

Da parte mia non dico che non sia prevedibile e persino auspicabile; e capisco anche chi, giocando al tavolo di Salvini e Di Maio, a questo punto ha una gran voglia di scoprire il bluff. Ma questo non è un normale giro di poker, è la politica italiana: un gioco alquanto più subdolo in cui le contraddizioni tendono a non scoppiare mai, anzi. Il Pd era liberista e socialdemocratico, Berlusconi era miliardario e populista, la Balena Bianca di Moro e Andreotti era conservatrice e (moderatamente) progressista, Mussolini era nazionalista e socialista, e così via. Potremmo risalire fino a Cavour, fino ai Gracchi forse, dappertutto contraddizioni che invece di scoppiare si ingrossano fino a schiacciare gli avversari. Lega e M5S sono le due facce, solo in apparenza inconciliabili, di un unico movimento, che assume diverse incarnazioni in tutta Europa e in Nord America, e che per comodità chiamiamo populismo – la parola più giusta potrebbe essere “sovranismo”. Da Trump a Orban lo schema è simile e prevede l’arroccamento nei propri confini geografici e psicologici, insieme con l’individuazione di un nemico che minaccia la nostra integrità e ci impedisce di essere grandi come nei bei tempi andati. Make America Great Again, grida Trump; l’Italia torni a essere la prima potenza europea, echeggia Salvini senza preoccuparsi troppo del senso del ridicolo. Di solito, però, il nemico individuato è sia esterno che interno: i nemici della grande America di Trump non sono soltanto la Cina e l’Iran ma anche i democratici che hanno stretto con Cina e Iran patti vergognosi.

Anche in Italia i populisti hanno proceduto da tempo all’individuazione del nemico: ma il nostro caso è particolare perché invece di coagularsi intorno a un solo polo, come negli Usa e altrove, c’è stato un curioso sdoppiamento. Da una parte un populismo endogeno, che si è raccolto intorno al M5S e cerca i nemici del popolo esclusivamente al suo interno, identificandoli nella Ca$ta dei politici corrotti e collusi. Dall’altra un populismo esogeno che ha occhi solo per le minacce esterne, vere o presunte (l’Euro, la tecnocrazia di Bruxelles, Soros, Bilderberg); i suoi ispiratori per un po’ hanno pascolato anche nei territori grillini, ma ormai sono stati quasi del tutto reclamati dalla Lega di Salvini. Così succede che nei momenti più propizi per dare addosso agli immigrati, gli uomini di Grillo si sottraggono mostrando spesso il lato più umano (votarono per depenalizzare la clandestinità); viceversa ogni volta che si scoperchia qualche scandalo romano, i leghisti si dimostrano molto meno arrabbiati, molto più garantisti dei grillini – in fondo in trent’anni almeno una tangente l’hanno presa anche loro.

Messi insieme, Grillo e Salvini produrrebbero il populista perfetto: sarebbe davvero una gran fortuna se si rivelassero inconciliabili. Ma è più facile immaginare che siano complementari, e che lo sdoppiamento tra populisti endogeni ed esogeni sia stato causato, piuttosto, dall’altra grande anomalia italiana, Berlusconi. Quel che ha allontanato fin qui leghisti e grillini, infatti, non è un destino ineluttabile, ma la figura dell’ex capo supremo del centrodestra italiano: sostenuta dai primi, invisa ai secondi. E ora che Berlusconi tramonta, c’è il grosso rischio che i populismi apparentemente inconciliabili di Salvini e Di Maio si svelino complementari. Un pericolo che gli avversari dovrebbero sventare a ogni costo. Ammesso che ci siano avversari, ormai.

venerdì 23 marzo 2018

Beppe Grillo, obsoleto e felice


Il M5s, quelli del “Grillo fondi un partito e vediamo quanti voti prende”, sono diventati a tutti gli effetti una forza di governo – o almeno potenzialmente. Chi pensava che si sarebbero accontentati del ruolo tutto sommato confortevole di oppositori duri e puri al sistema ha avuto il tempo di ricredersi: i grillini ci vogliono provare davvero. Ci stanno già provando, a livello locale: non si sono tirati indietro nemmeno in municipi importanti (Torino, Roma), per nulla scoraggiati dagli inevitabili errori di percorso. Se non sarà Di Maio stavolta, sarà qualcun altro la prossima, ma prima o poi avremo ministri a Cinque stelle. Conviene rassegnarsi, come si è già rassegnato, per esempio, Beppe Grillo. Già, a proposito: quando andranno al governo, cosa succederà a Beppe Grillo?

Qualcosa, a dire il vero, è già successo, anche se forse non abbiamo ancora capito cosa. A un certo punto sembrava addirittura che Grillo avesse lasciato il movimento da lui fondato e lanciato dieci anni fa. Non è esattamente così, o meglio, una scissione c’è stata, ma non nel senso politico del termine. A scindersi sono stati due siti web, lo storico beppegrillo.it e il Blog delle Stelle, che ormai ha tutta l’aria di essere il blog ufficiale del Movimento. Si tratta di una partenogenesi difficile da documentare: Grillo e i suoi redattori hanno infatti sempre approfittato della possibilità di intervenire sugli archivi del blog riscrivendo il passato. Fino a qualche mese fa, la testata “Il Blog delle Stelle” compariva ancora in cima a beppegrillo.it, sopra lo storico sottotitolo, “il primo magazine solo on line”. Dopo le parlamentarie, il 23 gennaio, è avvenuta la famigerata scissione e il Blog delle Stelle è diventato un sito a parte che ha mantenuto la denominazione di “primo magazine solo on line”, mentre all’indirizzo beppegrillo.it è comparso un nuovo blog – è lo stesso Grillo ad ammettere che si tratti di una novità. Più leggero, più rilassato. Senz’altro meno politico.

La prima cosa di cui ci siamo accorti tutti è l’assenza, sul nuovo beppegrillo.it, di qualsiasi riferimento al Movimento 5 Stelle, il che ci ha fatto immaginare chissà quale scontro col vertice e con Roberto Casaleggio; uno scontro completamente smentito dalla partecipazione di Grillo agli ultimissimi eventi della campagna elettorale, e da almeno un’intervista rilasciata dopo le elezioni. Grillo non è più il “capo politico” del M5s, ma non ha ancora tradito un solo accenno polemico nei confronti della nuova dirigenza e del nuovo corso. Quel che è evidente è che nel nuovo sito non ha nessuna intenzione di parlare di politica: persino quando pubblica quel che può sembrare un doveroso ringraziamento agli elettori, evita con attenzione di parlare di voto e anche solo di nominare il Movimento. Beppegrillo.it è diventato uno di quei salotti tranquilli in cui può discutere amabilmente (per modo di dire, visto che i commenti sono stati chiusi), con un’olimpica serenità che davvero non ci si aspetterebbe dal bizzoso fondatore di un movimento che ha appena vinto le elezioni, ma che per ora non ha i numeri per formare un governo. Si ha quasi l’impressione si sia trattata di una svolta dovuta a motivi più “clinici”: Grillo più volte aveva lamentato la stanchezza, lo stress di dover rivestire un ruolo politico per il quale non si sentiva tagliato.

Ora che non deve più dibattersi nelle schermaglie quotidiane tra sostenitori di Salvini, Berlusconi e Renzi, il comico genovese ha più spazio per occuparsi di tante cose, come in fondo ha sempre fatto. Si guardi anche solo al sommario dell’ultima settimana, “una delle più interessanti da quando siamo partiti con il nuovo blog”: c’è di tutto. Accanto a riflessioni sconclusionate, che per ammissione dello stesso Grillo sono il parto di una notte insonne (“Abbiamo il polo nord, il polo sud… Ma il polo est e il polo ovest dove sono?”) ci sono le solite mirabolanti notizie dal mondo dell’hi-tech, tipo che in Arizona stanno per arrivare i taxi che si guidano da soli; due ricercatori del Mit hanno fondato una start-up che vuole fare “il back-up della tua mente”, il primo passo verso l’“immortalità cerebrale”?

Anche il vecchio blog dava molto spazio all’innovazione tecnologica, ma a essere cambiato è l’approccio, oggi più sereno, fiducioso. Da quando calca le scene, Grillo ha sempre usato due maschere: quella tragica e apocalittica in cui gridava “ma siamo impazziti?”, e quella dai tratti più concilianti del guru futurologo che annuncia le grandi promesse del domani, che ok, il mondo presente è un disastro, ma le cose stanno per cambiare. Stampanti 3D, veicoli che si guidano da soli, bio-washball e così via. Grillo ha sempre promesso ai suoi seguaci un paradiso tecnologico oltre il disastro imminente; ora che il Movimento si avvicina alla prova dei fatti, quell’orizzonte per Grillo è sempre più vicino. È anche un modo di dare un senso al suo ruolo di guida della rivoluzione: se non può e non vuole fare il leader politico, può sempre dare un contributo additando la direzione dal balcone virtuale del suo blog – oggi ai militanti M5s, domani ai ministri. Qualcosa di simile al ruolo di Mao negli anni precedenti alla rivoluzione culturale cinese. Non sono certo il primo ad accostare grillismo e maoismo; è un paragone irresistibile anche perché Grillo sul suo blog scrive pensieri sempre più semplici e lineari, leggibilissimi, ormai molto vicini allo stile elementare del Libretto Rosso (L'obsolescenza felice di Beppe Grillo continua su TheVision).



Ad esempio, nel momento in cui tutti discutono di reddito di cittadinanza e il Blog delle Stelle pubblica un intervento molto articolato del ministro M5s in pectore, Grillo risponde con un breve post intitolato Società senza lavoro, il cui senso sembra chiaro già dal titolo. Il lavoro sta per finire, spiega la Guida. Inutile preoccuparsi del come, “politici ed economisti” dibattono e Grillo non ha nessuna voglia di introdursi in quel dibattito. Prima o poi i tecnici capiranno come mai le previsioni anni ‘90 di Jeremy Rifkin sulla fine del lavoro non si siano ancora del tutto realizzate. Nel frattempo, lui mostra la direzione: il “reddito per diritto di nascita”. “Soltanto così la società metterà al centro l’uomo e non il mercato,” dice. Tutto molto chiaro, anche se il “reddito per diritto di nascita” di Grillo, a ben vedere, non è il reddito di cittadinanza che Di Maio &co. hanno venduto agli elettori durante la campagna elettorale. Quest’ultimo, a dire il vero, è persino più sfuggente, un prodotto che ha sbaragliato la concorrenza proprio perché assumeva diverse forme a seconda del punto di vista degli elettori. È possibile verificarlo, incrociando le critiche: da destra i liberali si lamentano che si tratta di una misura iper-assistenziale, senza copertura, che favorirà il sommerso; da sinistra i post-comunisti temono che il reddito promesso dal M5s distrugga il welfare. Probabilmente è piaciuto sia agli elettori che non disprezzano il sommerso, sia a quelli che non si fidano troppo del welfare.



Sia come sia, per ora il Reddito del M5s è solo vaporware: se e quando Di Maio e soci andranno al governo, si tratterà di svilupparlo e confezionarlo. A quel punto, è inevitabile, si scoprirà che il contenuto non soddisfa le attese di tutti. E non sarà un momento facile per l’elettorato grillino. In quel momento però, potranno contare sul conforto di una Guida che li esorta a sperare, a non soffermarsi troppo sulle inevitabili delusioni della politica spicciola, a guardare oltre, a puntare verso il futuro. È il ruolo che Grillo si è ripreso: senz’altro il più adatto a lui.

mercoledì 14 marzo 2018

Muoia Sansone e... chi sono i Filistei?

Sansone, martire di Israele


Contro Sansone, eroe biblico dalla forza erculea, i Filistei nemici di Israele non avrebbero avuto nessuna possibilità: finché Dalila non glielo fece trovare addormentato sulle sue ginocchia, e non ne rivelò il segreto: la forza di Sansone era tutta nei capelli. I Filistei lo rasarono, lo incatenarono, lo accecarono e lo portarono nel loro tempio per bullarsi. Poi siccome erano i cattivi di un libro della Bibbia – e quindi sostanzialmente stupidi – si dimenticarono di rasarlo con regolarità e ovviamente il risultato fu che Sansone riacquistò le sue forze e durante una festa, sollevando l’architrave del tempio, ne schiacciò più di quella volta che ne aveva fatti fuori un migliaio a mascellate d’asino. Ma soprattutto in quell’occasione ebbe modo di dire: Muoia Sansone con tutti i Filistei.

Sansone è l’esempio biblico dell’eroe che si auto-immola per creare più danni possibili al nemico. Qualcosa di più violento e radicale del paolino Cupio dissolvi: desidero essere annullato, sì, ma solo per annullare insieme a me un più grande male che mi circonda. Mi è impossibile non pensare a Sansone in questi giorni, quando leggo affermazioni di dirigenti e militanti Pd, tutti comprensibilmente un po’ accecati dallo choc di una sconfitta (che in realtà non era così imprevedibile: però fa male lo stesso). Gli elettori ci vogliono all’opposizione, sento dire. Ancora una volta mi sembra che venga frainteso il senso di un’elezione parlamentare: non è un referendum sul governo. I cittadini eleggono dei rappresentanti alla Camera e al Senato: a questi rappresentanti spetta la decisione di sostenere o no un governo. Esistono coalizioni di governo in tutto il mondo, in particolare in gran parte delle democrazie parlamentari europee, composte anche da partiti che hanno preso percentuali inferiori al 19% del Pd (gli alleati della Dc nel Pentapartito prendevano molto meno e governavano senza che nessuno trovasse la cosa anticostituzionale).


Se cerchi “Sansone” nell’archivio del Post trovi Hedy Lamarr,
ok, non ho obiezioni.
È pur vero che gli elettori non hanno espresso una maggioranza assoluta per il Pd, ma era anche inverosimile che succedesse; tanto che già prima delle elezioni molti si aspettavano una possibile convergenza post-elettorale tra Pd e Forza Italia: una cosa che avrebbe ripugnato molti elettori di entrambi i partiti, ma che si sarebbe comunque fatta senza troppi piagnistei. Gli elettori non l’hanno voluta, ma se è per questo non hanno scelto nemmeno quel governo M5S+Lega che molti rappresentanti del Pd ora sembrano invocare così come Sansone invoca la fine per sé e per i Filistei. Gli elettori di sicuro quando hanno votato a fine inverno non hanno espresso nessun desiderio di tornare a votare a fine primavera: ma se Salvini non vuole governare né col M5S né col Pd, e il Pd non vuole governare né con Salvini né col M5S, che altro possiamo fare?

Possiamo restare calmi. A dispetto di tutti i commenti urlati di questi giorni, uno stallo di questo tipo non ha nulla di eccezionale: è abbastanza normale ogni volta che il voto popolare si coagula intorno a tre o più poli di attrazione invece che due (e no, la soluzione più sensata e democratica non è regalare un premio a chi arriva primo anche per uno scarto minimo: non è Formula 1, è democrazia). In Germania, dopo un risultato elettorale un po’ meno complicato del nostro, ci sono voluti sei mesi per trovare un accordo di governo tra i Cristiano-democratici della Merkel e i socialdemocratici che, almeno all’inizio, sembravano non aver lasciato nessuno spiraglio. In Italia una crisi al buio di sei mesi non si è mai vista: persino nei momenti più spensierati della prima repubblica, quando l’Europa non ci stava addosso e il debito pubblico cominciava a essere abbastanza grande da badare a sé stesso, non è mai capitato di tornare alle urne senza aver tentato nemmeno un governicchio di un anno o due. Questo magari non significa niente. Però i precedenti ci lasciano pensare che nelle prossime settimane molte porte che sono state sbattute in modo teatrale si riapriranno, in modo discreto, anche se il cigolio potrà urtare chi dai politici si aspetta prima di tutto coerenza. Molto dipende anche da come andranno i mercati: il famoso spread potrebbe tornare a farsi sentire e a innervosire elettori ed eletti (forse più dell’instabilità politica italiana dovrebbero preoccuparci le bizze protezioniste del presidente USA: qualsiasi governo avremo tra tre mesi, se scoppia una guerra commerciale saremo comunque nei guai).

Se è veramente troppo presto per capire come andrà a finire, possiamo nel frattempo registrare una notevole mutazione in atto: il PD, il partito che fino a qualche giorno fa era considerato il partito della responsabilità, del Principio di Realtà, dopo il pessimo risultato sta cambiando completamente pelle – sembra aver indossato la pelliccia leonesca di Sansone. Non perché Renzi si sia dimesso (peraltro, anche dimesso, continua a dettare la linea), ma perché nel giro di poche ore si è trasformato nel partito della ripicca, della recriminazione, della fantasia di rivalsa. Gli stessi dirigenti che per mesi ci hanno preparato emotivamente a una scelta dolorosa ma responsabile (pensavano che avrebbe vinto Berlusconi, e che si sarebbero messi d’accordo con lui), quando hanno vinto Salvini e Di Maio hanno improvvisamente mandato all’aria la responsabilità, il bene del Paese e tutto quanto. Governino gli altri, e vediamo di cosa saranno capaci. “Aspetto con ansia ius soli, stepchild adoption per le coppie gay e lesbiche e legge contro l’omotransfobia”, annuncia Ivan Scalfarotto, e il suo sarcasmo lascia un po’ perplessi: non solo immigrati e gay non avranno nulla di ciò (è colpa loro se il Pd ha perso?), ma è abbastanza facile immaginare che un governo Salvini revochi quei pochi, soffertissimi passi avanti che erano stati fatti fin qui: quante speranze ha di resistere il Ddl Cirinnà?

Ogni richiamo alla responsabilità – e capisco che possano suonare stucchevoli, spesso da personaggi che nemmeno hanno votato il Pd – viene respinto al mittente con un tono esasperato che imbarazza lo spettatore: sembra di avere davanti un quarantenne in crisi di mezza età che dopo una delusione professionale o sentimentale si tappa in casa dei suoi: vediamo cosa fa il mondo senza di me. Chi si comporta in questo modo di solito è realmente convinto che il mondo non possa fare senza di lui: uno psicanalista prestato alla cronaca politica potrebbe trovare definizioni molto drastiche (dov’è Recalcati quando serve?) Quel che da lontano può sembrare narcisismo potrebbe però rivelarsi una scelta strategica sensata: chi in questi giorni soffia sulle braci del rancore piddino, sbarrando la strada a qualsiasi possibilità di collaborazione col M5S, cosa immagina che succederà? Qual è il suo piano?

L’altro ieri c’è stata una direzione del Pd e Matteo Renzi, segretario dimissionario, non c’è andato. In compenso ha concesso a Cazzullo, sul Corriere, un’intervista che lascia perplessi, in cui conferma le sue dimissioni e… nel frattempo detta la linea, poi ribadita in direzione dal reggente Martina: no a qualsiasi alleanza, staremo all’opposizione. Ma è un altro il punto dell’intervista dove Renzi svela la sua prospettiva: non quando racconta a Cazzullo che nei prossimi anni ha intenzione di fare il senatore (“non ci crede nessuno”, reagisce Cazzullo, e noi con lui), ma quando afferma, un po’ a sorpresa, che nessuno dei due schieramenti vincitori ha intenzione di tornare subito al voto perché “prenderebbero la metà dei parlamentari che hanno adesso”.

Un’affermazione piuttosto azzardata (continua sul Post). Perché Renzi è convinto di una cosa del genere? Ha dei sondaggi? Che calcoli fa? Prendiamo il M5S: l’opinione unanime degli osservatori è che abbia vinto (al Centro e al Sud, ma non solo) perché è riuscito a individuare un tema concreto e sentito: il reddito di cittadinanza. Anche ieri, mentre Salvini e il Pd finivano sui giornali per lo più per le alleanze che rifiutavano, il blog del M5S pubblicava un intervento molto articolato, e apparentemente ragionevole, del ministro ombra grillino dell’economia. Come a dire: gli altri si preoccupano delle poltrone (anche solo per rifiutarle), noi dei veri problemi. È un messaggio che sta passando. Se tra qualche mese tornassimo alle elezioni, perché chi ha sostenuto il M5S in marzo dovrebbe bocciarlo in giugno o settembre? Il reddito di cittadinanza ormai era a portata di mano, sul Blog delle Stelle sembrava di toccarlo: non è certo colpa di Di Maio e compagnia se gli avversari politici hanno preferito tornare alle urne.


Anche gli elettori del centrodestra, perché dovrebbero improvvisamente abbandonare Salvini, prima che abbia il tempo di realizzare le sue mirabolanti riforme economiche, flat Tax e (forse) No euro? Viceversa, è più probabile che su Salvini in seconda battuta convergano anche i voti di chi l’ultima volta ha puntato su un Berlusconi ormai spompo. Eppure Renzi è candidamente persuaso che basterebbe tornare alle urne tra breve per dimezzare il consenso sia di Salvini sia del M5S. Ma se in maggio non votassero né per l’uno né per l’altro, per chi dovrebbero votare questi milioni di italiani già disillusi? Evidentemente Renzi, e molti dei suoi, pensano che tutti questi voti debbano finire al Pd.

Ma perché?

Temo che il ragionamento di Renzi sia questo: se tra un mese o due o tre non ci sarà un governo, l’Italia sarà nel caos. Quando gli italiani saranno nel caos, capiranno che errore hanno commesso a non votare sì alle mie riforme costituzionali. Finalmente riconosceranno che avevo ragione un anno fa, e verranno a cercarmi (nella mia cameretta), mi diranno: Renzi torna! E io magari all’inizio dirò no, perché non mi meritano, ma poi… Ecco. Il “tanto peggio tanto meglio” che tante volte ho riconosciuto dietro le riflessioni di chi a sinistra votava per i partiti anti-sistema da Rifondazione in poi, oggi lo ritrovo nelle parole del segretario dimissionario del Pd. Crolli pure tutto, così i Filistei imparano a incatenarci. I Filistei magari imparano, ma Sansone muore. Renzi forse non ci ha riflettuto: è comprensibile che i rovesci di fortuna degli ultimi anni lo abbiano accecato. Ma il Pd? Può davvero condividere i sogni di rivalsa di chi ancora non si dà pace per la sconfitta al referendum del 2016? Tra un po’ sarà il 2019 e non sarebbe male arrivarci con un governo stabile.

Nota bene: non c’è bisogno di cullarsi in fantasie di vendetta per rifiutare una coalizione con il M5S (o con Salvini); ci sono motivi molto più sensati che suggeriscono, per ora, di non compromettersi. La fedeltà ai propri principi, la coerenza, la stessa opportunità. Però le cose cambiano, a volte anche molto rapidamente: i mercati potrebbero innervosirsi, gli elettori potrebbero mandare dei segnali, Trump potrebbe fare davvero qualsiasi cosa, eccetera. Non sta certo a me spiegare al Pd cosa deve fare in un momento tanto difficile (tra l’altro non l’ho nemmeno votato). Il mio non è nemmeno un appello alla responsabilità, ma a quell’istinto che un partito dovrebbe condividere con associazioni e forme di vita assai più basilari: l’autoconservazione. Se il Pd pensa di poter stare per qualche mese o anno tranquillo sulla riva del fiume, mentre qualcun altro manda il Paese alla malora, forse il Pd sta sottovalutando la portata del fiume, e la situazione critica di quelle dighe, a monte, che sta ancora amministrando. Poi magari i Filistei vengono travolti, il che sarebbe fonte di gran soddisfazione per i lettori, se fossimo su una pagina della Bibbia; ma siamo nella realtà, quel libro più lungo e complesso in cui capita a tutti, prima o poi, di essere i Filistei di qualcun altro.

sabato 10 marzo 2018

Perché ci siamo stancati così presto di Matteo Renzi?


Come ha fatto Matteo Renzi a bruciarsi così presto? Appena quattro anni fa portava trionfalmente il Pd oltre la soglia storica del 40% alle europee (con un’affluenza all’epoca del 58%, contro il 73% delle recenti politiche). Berlusconi era un relitto, la Lega stava al 6%, gli stessi Beppe Grillo e Gianroberto Casaleggio sembravano ormai due vecchi guru disorientati che avevano fatto il loro tempo. La vera novità era Renzi. Il Pd ormai era il suo partito, ben presto anche Palazzo Chigi sarebbe stato suo.
Qualcosa deve evidentemente essere andato storto, perché quattro anni dopo, lo stesso Pd è fermo sotto il 20%, e Renzi sembra diventato una macchietta triste, su cui i giornalisti infieriscono impietosi. La spiegazione più accreditata è che stia scontando l’esperienza di governo: il potere logora, nessun centrosinistra europeo viene confermato alle elezioni, eccetera. Questo spiegherebbe una sconfitta, ma forse non una batosta del genere.

Aggiungi che l’azione di governo di Renzi è stata tutt’altro che disastrosa, e malgrado Bruxelles gli lasciasse esigui margini di manovra, è riuscito a redistribuire qualche risorsa. Ha infilato 80 euro nelle buste paga dei dipendenti, altri 500 nel bonus cultura dei 18enni, ha tolto l’Imu sulla prima casa – misure e misurine non sempre raffinate, ma che qualche effetto sull’aumento dei consumi possono averlo avuto. Ha anche abbassato il canone Rai (aumentando il gettito, un piccolo capolavoro che agli evasori storici però non è piaciuto). Ha ottenuto risultati notevoli nella lotta all’evasione fiscale (e nel frattempo chiudeva l’odiata Equitalia); ha investito nell’edilizia scolastica e nel sostegno della natalità. Non è tutto oro quel che luccica, in particolare il Jobs Act e la Buona Scuola sono leggi molto controverse, ma un bilancio provvisorio non potrebbe essere che positivo. Il Pil è aumentato, la criminalità è diminuita.
Tutti questi risultati Renzi avrebbe dovuto difenderli in campagna elettorale, ma non ci è riuscito. La spiegazione ufficiale è la solita, c’è un problema di comunicazione. Renzi & co. fanno un sacco di cose buone, ma non riescono a spiegarle alla gente. Forse era più facile quattro anni fa, quando Renzi era ancora un rottamatore all’assalto di un partito tradizionale, mentre adesso si trattava di giocare in difesa, di rassicurare. Ma i tempi in cui Mitterand vinceva con lo slogan “La forza tranquilla” sono ormai passati, e nel grande mercato delle notizie i messaggi rassicuranti funzionano meno degli allarmi strillati in tv e sui social. Minniti può adoperarsi in tutti i modi per dimezzare gli sbarchi, ma la gente non smette di credere che dall’Africa sia in atto un’invasione, o che la disoccupazione stia aumentando vertiginosamente malgrado l’Istat registri un lieve calo. Vince chi strilla, e Renzi – pur nato strillatore – una volta al governo doveva per forza cambiare registro, ma a quel punto non ha più trovato il suo. Se è così, la sua sconfitta era inevitabile, così com’è inevitabile la sconfitta di chiunque governerà da marzo in poi, leghista o grillino o chissà. Uno può anche pensarla così.

Io la penso diversamente. Su una cosa sono d’accordo con Renzi e i suoi: è vero che c’è stato un serio problema di comunicazione. Ma non perché Renzi non sia capace di comunicare. È che secondo me stavolta non ha proprio comunicato (continua su TheVision).

Ai talk show c’è andato, l’ho visto anch’io. Ma i talk servono più che altro per predicare ai convertiti. Qualche spot elettorale in giro si è visto (e non erano nemmeno i peggiori spot della storia del Pd). Ma erano pochi, e quanti li avranno visti? Anche per quanto riguarda i manifesti, è notevole che si siano viste in giro più facce di Grasso e della Bonino che di Renzi. La sensazione complessiva è che il Pd abbia fatto tutto al risparmio. Non è stato l’unico. Il fatto è che un altro dei risultati dei governi di sinistra dell’ultima legislatura è il drastico taglio ai fondi dei partiti: se nel 2011 erano ancora complessivamente 190 milioni di euro, oggi sono appena 15. Col meccanismo del due per mille, varato dal governo Letta, quest’anno il Pd ha ricavato appena otto milioni. Non è il budget di un partito ramificato in tutto il territorio, con più di 150 dipendenti solo a Roma. Con una cifra del genere è chiaro che per i cartelloni e le inserzioni ti restano soltanto le briciole. È anche vero che cartelloni e inserzioni sono residui del passato. Guarda ad esempio il M5S, che non li usa. Usa il web. Anche Renzi ha sempre cercato di promuoversi su web e social, ma forse gli è mancata una strategia (e i soldi, anche quelli). Ha aperto diversi siti e blog, ha tentato varie strade e qualche esperimento virale è stato persino controproducente (vedi le tragicomiche avventure di Matteo Renzi News). Però anche se avesse azzeccato tutte le mosse via web, il risultato finale non sarebbe cambiato molto. L’Istat ci dice che ancora nel 2017 l’80% degli italiani forma le sue opinioni politiche davanti alla tv. Insomma anche il grosso degli elettori grillini su Rousseau non si è mai visto, è gente che riconosce Di Maio non perché ne ha letto sul Blog delle Stelle, ma perché lo ha visto in tv. Se vuoi comunicare i tuoi successi, hai bisogno della tv.

Ma la tv ha bisogno di te?

Perché l’impressione è un po’ che la tv abbia trattato bene Matteo Renzi finché era un prodotto nuovo, qualcosa che poteva tener sveglio il pubblico. Quando si è esaurita quella spinta, Renzi ha smesso di forare il video. Certo, ha continuato a essere un ospite di eccezione per i talk show, ma forse dovremmo smettere di relegare la tv ai talk show. Non è con quelli che la tv sposta i voti. I media non ti fanno vincere le elezioni perché ti intervistano e ti trovano simpatico. I media ti fanno vincere perché costruiscono intorno al tuo elettore potenziale una bolla, un mondo parallelo in cui tu sei l’unica soluzione a una serie di problemi. Salvini non vince (solo) perché dice “ruspa” alle telecamere: Salvini vince perché molto prima di avvicinarsi alle telecamere, la stessa tv ha mandato in onda a ripetizione notizie non verificate su ondate migratorie incontrollabili, su orde di profughi che rubano e stuprano, su complotti internazionali orditi da ONG al soldo di potenze straniere. Salvini in sostanza vince perché in cabina di regia c’è qualcuno che ha deciso di investire su determinati sentimenti. Invece su Renzi, a un certo punto, non ha investito più nessuno. E neanche Renzi aveva più molto da investire.

Torniamo nel 2014, al trionfo di Renzi. I suoi due principali avversari (Berlusconi e Grillo) hanno una cosa sola in comune, rappresentano due aziende di comunicazione. Da una parte il gruppo Mediaset-Mondadori, una corazzata un po’ arrugginita ma ancora importante. Dall’altra la startup imprevedibile, la Casaleggio Associati. Tv contro Web. Renzi nel ‘14 arriva di slancio, usa sia tv sia web senza spenderci troppo. È l’uomo nuovo, è naturale che lo invitino nelle trasmissioni più popolari, e che su internet il pubblico condivida i suoi contenuti senza chiedere nulla in cambio. Forse Renzi in questa fase è stato vittima di un equivoco e si è convinto che tutti fossero interessati a lui non in quanto novità, ma in quanto Matteo Renzi, e che finché sarebbe rimasto Matteo Renzi, tutti avrebbero continuato a interessarsi di lui. Ma l’attenzione del pubblico è mutevole, l’effetto novità finisce presto. I media hanno i loro tempi, e nel medio termine digeriscono tutto. Nel medio termine non c’era motivo per cui i media di Silvio Berlusconi dovessero continuare ad attirare l’attenzione sul prodotto della concorrenza, Matteo Renzi, specie dopo l’elezione di Mattarella, quando Forza Italia ritirò il sostegno alle riforme costituzionali. A quel punto Renzi si è ritrovato vaso di coccio tra i vasi di ferro. Non aveva i canali di Berlusconi e non aveva il know how internettiano di Casaleggio. Avrebbe dovuto trovare altri canali per comunicare i suoi contenuti. Non gli bastava un’ospitata in uno show serale: gli serviva un sistema mediatico che attirasse il cittadino telespettatore e gli mostrasse un’Italia renziana positiva e rassicurante. Ma per fare una cosa del genere occorrono molti soldi, e Renzi stesso si era auto-imposto di spenderne pochi. A quel punto la sconfitta era inevitabile.

Eppure qualche mossa avrebbe almeno potuto tentarla. Soprattutto all’inizio, quando aveva anche qualche risorsa da investire, imprenditori che (legittimamente) credevano nel suo progetto riformista e che erano disposti a dare una mano. A quei signori Renzi non propose di creare un magazine online che potesse contendere il bacino di utenti di beppegrillo.it, ma di sostenerlo con un progetto molto meno innovativo, un giornale cartaceo. Una di quelle cose antiquate che si stampano tutti i giorni e che ormai non legge più nessuno – però con una testata nobile, l’Unità. Non era la mossa rottamatrice che ci si aspettava da lui, ma un senso poteva averlo. Se era un espediente per riavvicinare al partito gli antichi militanti PCI, comunque non funzionò. I precedenti del resto lasciavano poco margine alla speranza: prima che la rifondasse Renzi, l’Unità era già fallita due volte in 15 anni. Renzi la rimise in piedi lo stesso, e come certi scommettitori che di fronte al baratro raddoppiano la posta, decise o lasciò decidere che la nuova Unità sarebbe andata in edicola senza i fondi per l’editoria. “Navigheremo nel mare aperto del mercato,” scrisse il nuovo direttore. Lui sarebbe durato un anno, il giornale qualche stagione in più. Gli investitori amici di Renzi sbagliarono investimento e Renzi rimase senza un organo di stampa. Nulla di irreparabile, in fondo la vera battaglia era in tv. Ma ecco, Renzi non ha neanche provato a combatterla.

E sì che è rimasto a Palazzo Chigi per due anni. Altri al suo posto avrebbero almeno tentato di plasmare la Rai a loro immagine. Lui no. Forse non si capì con Andrea Campo Dall’Orto, forse sottovalutò il problema, forse fu nell’occasione fin troppo corretto. Perché è vero, la Rai non dovrebbe diventare terreno di battaglia politica, ma se il tuo avversario possiede un terzo dell’etere in chiaro (e quando governava l’Italia si è fatto scrivere una legge su misura) il fair play non te lo puoi permettere. Matteo Renzi sicuramente è stato ingenuo, a pensare di poter gareggiare con Berlusconi senza avere né i suoi soldi né i suoi canali; a pensare di poter sembrare per sempre più giovane dei grillini anche dopo essere salito a Palazzo Chigi, dove più giovane sei più rapidamente invecchi. Matteo Renzi forse si è fatto un po’ illudere dalla sua bolla personale, e in particolare – mi costa parecchio aggiungerlo – dalla sua lunga esperienza nei boy scout, nel mondo del volontariato e dell’associazionismo cattolico. Gli scout sono abituati a fare cose straordinarie senza chiedere un soldo per sé: Renzi, senza troppo preoccuparsi delle risorse a disposizione, ha cercato (1) di rottamare la sinistra intera e (2) di cambiare verso al Paese. Non è incredibile che abbia fallito il secondo obiettivo: è già molto notevole che abbia centrato il primo.

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