Il governo italiano ha sospeso gli aiuti ai palestinesi

Il governo italiano ha sospeso gli aiuti ai palestinesi. Noi no. Donate all'UNRWA.

mercoledì 30 aprile 2003

Chiedo un piccolo sforzo agli uomini di buona volonta e con cinque minuti da perdere: leggete (pardon, rileggete) questo articolo, on line ieri su la Repubblica.
Fatto?

E ora la domanda: di cosa sta parlando Massimo Giannini?
Del referendum del 15 giugno, ovvio.
O no?

La consultazione permanente

Il 15 giugno gli italiani potranno votare per estendere le tutele previste dall’articolo 18 dello Statuto dei Lavoratori alle aziende con meno di 15 dipendenti. Questo Giannini lo dice chiaramente (e succintamente) nelle prime tre righe dell’articolo, dandoci subito anche il suo parere sulla questione:

Il referendum sull'articolo 18 è una miccia innescata nel motore dell'economia italiana. Se al voto del 15 giugno vincessero i "sì", la miccia esploderebbe: le tutele contro i licenziamenti senza giusta causa previste dallo Statuto dei lavoratori del 1970 verrebbero estese alle aziende con meno di 15 dipendenti, la macchina della micro-industria nazionale si ingolferebbe e il mercato del lavoro finirebbe paralizzato.

Si tratta di un’affermazione discutibile, ma io non ho intenzione di discuterla adesso qui. Volevo solo far notare una cosa: l’articolo è piuttosto lungo (e interessante). Eppure, da qui in poi, non parlerà più di statuto dei lavoratori e piccole aziende. Su 9000 battute, la discussione sul merito del referendum ne occupa 300, pari al 3 per cento dell’articolo. E il restante 97% di cosa parla?
Di politica, naturalmente. Politica italiana. Giannini ci informa così che il referendum sull’articolo 18 in realtà è “una contesa per l'egemonia culturale, una battaglia per la leadership politica”, un referendum sulle carriere politiche di Bertinotti, Rutelli, Cofferati e Fassino. Ha il merito di ricostruire il garbuglio di motivazioni che porteranno la sinistra italiani a lacerarsi per l’ennesima volta: un garbuglio nel quale noi lettori, distratti negli ultimi mesi da guerre ed epidemie, ci orientavamo a fatica e con scarsa convinzione.
Dunque il 15 giugno si va a votare sì per rafforzare Bertinotti (e Berlusconi festeggerà). O per eleggere Cofferati segretario dei DS (e Berlusconi non saprà se festeggiare o no). Si va a votare no per riconfermare Rutelli leader dell’Ulivo.
E poi, certo, si andrà a votare anche per rendere più difficile il licenziamento nelle piccole aziende. Ma questo, alla fine, sembra essere soltanto un effetto collaterale. Quello che interessa davvero al cronista (e al lettore, e al politico) è la lotta per il potere, nuda e cruda. Giannini descrive le forze in campo, i generali, le tattiche e la logistica. Ma non ci spiega perché si combatte. È un dato scontato, o poco interessante, o interessante al 3%. Quello che interessa veramente è, per citare il sottotitolo di un celebrato giornalista italiano “chi vincerà lo scontro finale”.

Questa è la politica italiana, a leggerla sui giornali (piccoli e grandi). Ma non si può dare la colpa ai giornalisti, o perlomeno, non tutta. È colpa anche dei lettori, che analisi come questa se le bevono senza nulla eccepire, e si appassionano più alle facce dei leader che ai disegni di legge. È colpa soprattutto dei politici, che non fanno mistero di utilizzare anche i referendum come sondaggi di popolarità. È colpa di tutti noi italiani, orfani del proporzionale e delle elezioni anticipate, che non riusciamo a rassegnarci all’idea che un governo o una legislatura possano durare cinque anni. Perciò abbiamo trasformato qualsiasi consultazione (referendum, elezioni europee, regionali, financo comunali) in un test permanente sulla popolarità dei nostri leader politici.

La cosa, entro certi limiti, è comprensibile, e succede in tutte le democrazie moderne. Ma in Italia, dal 1994 in poi, l’ansia da prestazione dei nostri leader è diventata parossistica. Il punto di non ritorno fu probabilmente raggiunto quando nel 2000 D’Alema si dimise da Presidente del Consiglio perché aveva perso… le elezioni amministrative. Gli italiani credevano di dover votare per rinnovare i consigli comunali: in realtà stavano esprimendo il loro parere sul governo di centrosinistra.
Allo stesso modo, il 15 giugno del 2003, noi ci illudiamo di dover votare su una questione di diritto del lavoro (forse nemmeno così cruciale, se mi passate l’opinione). E invece stiamo partecipando all’ennesimo sondaggio sulla popolarità del governo e dell’opposizione.

Colpevoli di questa degenerazione della democrazia in un regime di sondaggio permanente, i politici ne sono anche le vittime principali. Soprattutto a sinistra, dove l’ansia di conquistare consenso è più forte, e ottunde la capacità di progettare strategie a lungo termine. Segno eclatante di questa miopia sono le disperate parole di Fassino, al termine dell’articolo. “Se c'è il quorum e vince il sì, io perdo tutto", dice. Non sono parole da leader politico, sono parole da giocatore d’azzardo, e anche da giocatore dei meno brillanti, di quelli scoppiati che non tengono più dietro all’emorragia di fiches. Verrebbe voglia di replicargli che non è vero, che non sta scritto da nessuna parte “Votate sì contro Fassino”, che io non penserò a Fassino nel segreto dell’urna, bensì ai dipendenti delle piccole aziende. Ma ho il sospetto che sarebbe inutile.

Di più. Ho il sospetto che quei 14 dipendenti, in questa storia, c’entrino veramente poco. Che siano un terreno di scontro come un altro, il casus belli che veniva più comodo al momento, il corridoio di Danzica della situazione. E che da questa guerriglia permanente, che il 15 giugno passerà per caso dalle loro parti, nemmeno loro abbiano molto da guadagnare.

martedì 29 aprile 2003

Cantico del 25 aprile -- terza e ultima parte

Il melodramma volge al termine. Vale la pena di ribadire che ogni riferimento a persone, cose, ecc., è puramente casuale.

I 25 aprili futuri

Passerà il tempo che deve passare, cambieremo lavoro e famiglia, governo e alleanze, cambieremo perfino idea, ogni tanto; ma io non sono mai stato un ottimista, sai, mi riterrò soddisfatto se il futuro mi consente di venirti ancora a trovare da qui a dieci anni, e a litigare, perché no, sarebbe già un discreto risultato.
“Passavo di qui, mi son detto: magari è in casa”.
“Hai fatto bene. Sali”.
Una fitta sparatoria eccheggia dal salotto. “Piero, saluta lo zio Davide. Piero!”.
Piero è distratto, comprensibilmente: sta attaccando da solo un commando di terroristi palestinesi. A Natale suo padre gli ha portato la Playstation V. “Ciao, zio”.
“Vieni di là, ti faccio un caffè”.
“Grazie”.

In cucina c’è una pila di fogli protocollo a quadretti, sfregiati ovunque di rosso. Verifiche di matematica.
“Siamo in fase correzione intensiva, eh?”
“Oddio, che vergogna, sono così indietro…”
“Anche a me piaceva correggerli in cucina. Poi li restituivo con le macchie di sugo. Ero veramente un gran cazzone”.
“Non ti manca un po’ la scuola?”
Alzo le spalle. “Era troppo alto il rischio di diventare un tuo collega”.
“Stronzo. Ma il nuovo lavoro come va?”
“Non mi lamento”.
“Il 25 lavori? O vai da qualche parte?”
“Il 25? Sai che non ho preso impegni? Penso che starò a letto fino a mezzogiorno”.
“Senti… vorrei chiederti un favore. Un favore grosso”.
“Spara”.
“Mi… mi hanno invitato in montagna per il ponte”.
“Ottimo. Un po’ d’aria buona farà bene anche a Piero”.
“Ecco, in realtà non… Piero non è stato invitato”.
“Ah”.
“Cioè, magari… però io ho pensato che… insomma, era meglio non portarlo”.
“Ho capito”.
Il caffè gorgoglia, si mescola al gemito dei terroristi che sale dal salotto. Piero è passato all’arma bianca.
“Ma è una cosa importante, sai, lui… è un tipo serio”.
“Ti ho detto che ho capito”.
“Quello stronzo di suo padre è sempre in Germania e i miei genitori… mi vergogno a chiederglielo”
“Non ti devi vergognare”.
“E poi andate d’accordo, voi due”.
“Ci lasci il frigo pieno?”
“Però non farlo giocare alla playstation tutto il giorno. A volte mi spaventa”.
“Se il tempo è bello potremmo andare al corteo”.
“Ecco, bell’idea. Quanto zucchero?”
“Niente zucchero, grazie”.
“Aspetta un momento. Di che corteo stai parlando?”
“Il corteo dell’Anpi, hai presente? Danno anche lo gnocco fritto. Magari lui non c’è mai stato”.
“Stai scherzando, spero”.
“No, perché?”
“Non posso credere che facciano ancora il corteo, sono dei matti”.
“È pur sempre il venticinque aprile, sai”.
“Il venticinque aprile! E ti sembra una cosa da ricordare con un corteo? L’anniversario della sconfitta?”
“Non è proprio una sconfitta. Si chiama liberazione”.
“Ma lo sai meglio di me che è col 25 aprile che è cominciato tutto! Lo strapotere americano in Europa! La spartizione di Yalta! Quei porci ci hanno succhiato il sangue per sessant’anni!”
“Dai, Costanza…”
“Ci hanno sfilato il Medio Oriente da sotto il naso! Ti sembra giusto pagare il petrolio al prezzo che ci fanno loro? Il petrolio che abbiamo scoperto noi europei?
“Costanza…”
“E adesso hanno cominciato a rincarare anche i cereali! E l’acqua. Ormai controllano anche l’acqua. Hai visto quello che è successo al Kashmir, no? E lo Zimbabwe?”
“Cosa vuoi mai, c’era una dittatura…”
“Li hanno bombardati al tappeto per due settimane! Migliaia di morti! E tu festeggi con loro?”
“Io ho sempre festeggiato, Costanza”.
“Sei un incoerente. Te l’ho sempre detto. Se ti vedesse tuo zio”.
“Cosa c’entra mio zio, adesso”.
“Tuo zio era uno dei pochi che aveva capito tutto. Voleva un’Europa continentale libera, orgogliosa, gelosa delle sue risorse. Ed è morto per questa idea”
“Mio zio è morto perché si filava tua nonna”.
“Ma è possibile che a quarant’anni tu non riesca a capire…”
“Costanza….
“Sei ancora il solito patetico pacifista col mito dei partigiani che…”
“Stavo scherzando. Non lo fanno più il corteo”.
“Non lo fanno più?”
“No, l’Anpi ormai non c’è più”.
“Perché mi hai detto che volevi portarlo al corteo?”
“Per farti arrabbiare. Mi piace farti arrabbiare”.
“Sei uno stronzo, sai”.
“Sei carina quando ti arrabbi”.
“Ma vaffanculo”.

Il 25 aprile 2013 io e Piero lo passiamo così:
ci svegliamo a mezzogiorno, facciamo colazione e massacriamo un centinaio di hezbollah per ora di pranzo. Pranziamo verso le tre, poi, siccome è una bella giornata, ci vien voglia di tirar fuori le biciclette e salire sull’argine.
“Facciamo una gara?”
“Ma tu hai la bici nuova, non vale”.
“Tu e i tuoi amici venivate qui da ragazzi?”
“Qualche volta venivamo a farci le canne a pescare. Non ho mai preso niente”.
“E mia mamma veniva?”
“No, non era il tipo”.
“Mamma dice che da ragazzo tu le andavi dietro”.
“Non crederai mica a tutto quello che ti dice tua madre”.
“Dice che sei uno stupido, perché per tanti anni le sei andato dietro e non gliel’hai mai detto”.
“Anche se gliel’avessi detto non sarebbe cambiato niente”.
“Dice che da ragazzo, se m’innamoro di una ragazza, non devo essere stupido come te, devo dirglielo subito”.
“Seh… parla l’esperta, parla”.
“Ma perché non glielo hai detto?”
“Sai che fai un sacco di domande?”
“Scusa”.
…
“Non potevo mica dirglielo in mezzo a tutta la gente, mi vergognavo”.
“Perché non hai telefonato?”
“Non si dicono queste cose per telefono”.
“Perché?”
“Volevo portarla in un posto tranquillo, dove non ci fosse nessuno, e dirglielo”.
“Aaaaaaah!”
“Levati quel sorrisino dalla faccia, cosa credi? Io ero un ragazzo serio”.
“Perché non l’hai invitata in montagna?”
“Tante volte l’ho invitata in montagna, ma lei non è mai voluta venire”.
“Perché?”
“Non so, ogni volta ci mettevamo a parlare di politica e litigavamo. Poi lei si è messa con tuo padre”.
“Tu e papà eravate amici?”
“Non ci conoscevamo tanto bene”.
“Mamma dice che tu non lo potevi sopportare”.
“E vabbè, che dovevo fare? Mica potevo ammazzarlo”.
Che cos’ho detto?
“Che cos’hai detto?”
“Niente”.

L’argine attraversa il paese e lo abbandona in un minuto. Si snoda in una campagna piatta, dove nessuno ha ancora trovato conveniente edificare. Scarta a destra, poi a sinistra, aggirando una vecchia corte, un agriturismo.
Quello era il podere della mia famiglia. E mio zio è sepolto lì, da qualche parte. Non può essere altrove. Non si può fare molta più strada, a piedi, tallonato da una carabina, magari con una vanga in mano.
È molto difficile riuscire a immaginare i pensieri di un uomo che sta scavando la propria fossa. È chiaro che fino all’ultimo deve aver sperato di salvarsi. Forse ha pensato a uno scherzo. Erano due ragazzi, dopotutto. Ma è vero che avevano alle spalle anni di orrori.
Avrà supplicato. O era troppo fiero per farlo? O sapeva che era inutile?
Insomma, non lo so. Ho provato tante volte a pensarci. Ma devo arrendermi: tra me e mio zio e il suo assassino c’è troppa distanza. Io non posso immaginare quel che hanno provato. Erano diversi da me. Erano un’altra razza. Erano in guerra. Io non so cos’è la guerra.
E non me ne devo vergognare. Anzi. Forse dovrei esserne fiero.

“A cosa pensi?”
“Alla guerra”.
“Allo Zimbabwe?”
“No, alla guerra che c’è stata qui”.
“Perché, qui c’è stata una guerra?”
“Sessant’anni fa. A scuola non vi hanno detto niente?”
“Non mi ricordo”.
“Sai che festa è oggi?”
“Certo che lo so. San Marco Evangelista”.
“Che cosa?”
“È il patrono di Venezia. Sai che la sua tomba ce l’avevano i turchi e non la volevano dare ai veneziani, allora i veneziani lo hanno rubato e lo hanno nascosto in mezzo a della carne di maiale”.
“E te le raccontano a scuola queste puttanate cose?”.
“Sai che i musulmani non sopportano la carne di maiale, così al confine non hanno fatto l’ispezione, e sono riusciti a portare il corpo a Venezia. Per questo lui è un simbolo dell’orgoglio europeo, e…”
“Aeeetchm!”
“Hai il raffreddore?”
“No, sono i fiori”.
La primavera è precoce, quest’anno. “Piero, hai presente quella canzone… l’avrai sentita senz’altro… quella che fa
E questo è il fiore / del partigiano / O bella ciao, etc.”
“Beh?”
“Sai chi erano i partigiani?”
“Erano dei soldati”.
“Ma non erano soldati regolari. Sai, l’Italia era stata invasa dai tedeschi, e…”
“Ma i tedeschi non sono nostri amici?”
“Erano nostri amici, ma poi…”
“Che confusione”.
“Hai ragione. Ma una volta se ti va ti racconto la storia. Sai che tuo bisnonno era un partigiano?”
“Ha ucciso molti nemici?”
“Sì… no… non so. Torniamo a casa?”
“Facciamo a chi arriva prima”.
“Ma tu hai la bici nuova, non vale”.

Sessantotto anni prima, a quell’ora, la gente scendeva in piazza a festeggiare. Chi aveva ucciso festeggiava di non dover più uccidere; chi si era nascosto festeggiava di non doversi più nascondere. E poi, certo, c’era chi anche quel giorno covava i suoi rancori, e approfittava della confusione: e non dobbiamo scordarcene. Ma era una bella giornata, e la guerra era finita: e se abbiamo 364 giorni all’anno per litigare su tutto, pure la gioia di quel giorno dovremmo essere capaci di festeggiarla. Per chi ha combattuto, per chi è morto, per chi ha sofferto, per chi era stanco di sparare in montagna, e aveva voglia di portarsi su la morosa. O dobbiamo litigarci anche questa gioia? Che senso ha?
Chiedete a chi ha combattuto: loro sanno quant’è bella la pace, il primo giorno. Con un po’ di fantasia dovremmo essere capaci di capirlo anche noi. Buona Liberazione.

lunedì 28 aprile 2003

Cantico del 25 aprile (seconda parte di tre)
(Fiaba emiliana del XXI sec. Ogni riferimento a persona o cosa continua a essere puramente casuale).
“Ho preso anch’io tant’acqua, se ti può consolare. Pensa che noi eravamo su in collina e…”
“Aspetta un attimo. Come sarebbe a dire che eri in collina?”
“Sopra Vignola, sai, volevamo vedere la fioritura”.
“L’unico anno che non t’invito fuori tu ci vai?”
“Magari quest’anno se tu mi avessi invitata…”
“E con chi sei andata?”
“Oh, Giorgio, sai, il…”
“Giorgio il figlio del magliaro? (Eeeeetchm) Quel berlusconiano di merda?”
“Azzurro, non si dice berlusconiano. Si dice azzurro. Comunque è piovuto tutto il tempo, e siamo rimasti in casa”.
“In casa di chi?”
“In casa di Giorgio, sai che i suoi ne hanno una da quelle parti”.
“Ma eravate da soli?”
“Ma sai che fai un sacco di domande?”

Faccio un sacco di domande, e siccome sono quelle sbagliate, ci metto parecchio prima di trovare le risposte. Negli anni successivi mi sono spesso chiesto una cosa sciocca, e cioè: se io avessi saltato il corteo e ti avessi invitato fuori prima di Giorgio, forse non ti saresti messa con lui proprio nella piovosa giornata del 25 aprile 1994. È un’idiozia, me ne rendo conto, ma non mi sono mai perdonato di aver perso quel pomeriggio a urlare Berlusconi ladro, come se già non si sapesse, come se questo impedisse a stronzi come Giorgio e come te di votarlo, in piena coscienza, prima di mettervi in macchina e andare a prendere il fresco a Vignola.

“No, ma guarda, ti compatisco, un pomeriggio intero chiusa in casa con quel berlusconiano, dev’esser stato un bel divertimento”.
“Si dice azzurro”.
“Ma fammi il pia- Eeetch!”
“Salute”.
“Grazie”.


…I 25 aprili presenti…

Per un po’ ci siamo persi di vista, è vero: a parte le rispettive feste di laurea, i matrimoni degli amici, eccetera. L’anno scorso per esempio: si sposava Pedro e tu hai voluto venire al mio tavolo. Ho fatto il possibile per non parlare di politica, ma tu…
“Ho sentito che insegni, adesso”.
“Supplente”.
“Sai che sto pensando di fare delle supplenze anch’io?”
“Saresti un’ottima prof di matematica”.
“Naaah. Avrei dovuto fare commercio estero”.
“Per carità”.
“Certo che i prof come te, al giorno d’oggi rischiano”.
“Cosa intendi?”
“Massì, hanno anche attivato un numero verde a Bologna, per segnalare i professori che fanno propaganda politica”.
“Io non faccio propaganda politica”.
“Dai, Davide”.
“Ti giuro. Ho un paio di ragazzi, in classe… dei balilla, veramente. Però sanno la sintassi. Per me la sintassi è molto importante”.
“Quelli come te deformano sempre un po’ la realtà… poi con i libri di Storia che vi trovate…”
“I libri di Storia che ci troviamo non hanno impedito alla gente come voi di crescere come siete cresciuti e di votare quello che avete votato”.
“Ti ho colto sul vivo, eh?”
“Ma figurati”.
“Per esempio: tra tre giorni è il 25 aprile. Scommetto che dopodomani tu entrerai in classe e detterai una lettera…”
“…di un condannato a morte della Resistenza. E allora? Questa tu la chiami propaganda?”
“Ma scusa, non lo vedi? È passato mezzo secolo e ancora state a menarvela con questa Resistenza”.
“Faccio finta di non aver sentito”.
“Io quasi quasi l’abolirei, il 25 aprile. È una festa che divide più di unire”
“Mica dobbiamo essere uniti per forza”.
“Lo vedi? Siete ancora convinti di essere la maggioranza e di avere sempre ragione, e invece non è così”.
“Mi stai dando del voi. Detesto quando mi date del voi”.
“E tutti quelli che scelsero di stare dall’altra parte? Loro non esistono? Non meritano di essere ricordati?”
“Meritano di essere ricordati come quelli che hanno scelto la parte sbagliata”.
“E tuo zio?”
“Cosa c’entra mio zio”.
“Non merita di essere ricordato anche lui?”
“Ricordato per cosa? Era un fascista, punto. Stava dalla parte sbagliata, punto”.
“E quindi è giusto dimenticarsene. Tanto più che non l’hanno mai trovato, no?”
“In guerra succedono tante porcherie”.
“Ragion di più per non esaltare i ragazzini con la Resistenza. E poi gli fai leggere il Partigiano Johnny, scommetto”.
“Troppo lungo. Guardiamo il film”.
“Lo vedi come sei?”
“Dai, Costanza…”
“Guarda che io lo dico per il tuo bene, prima o poi ti denunciano”.
“Carino da parte tua”.
“E poi cosa fai il 25? Stai a casa e correggi la sintassi dei temi?”
“No, con Vitto e Toni pensavo di farmi un giro sull’Appennino”.
“Dai, davvero?”
“Una cosa non molto impegnativa, anzi, se tu e Giorgio siete liberi…”
“Giorgio lavora”.
“Beh, puoi venire da sola, mica ti mangiamo”.
“No, meglio di no. Devo stare riguardata”.
“Perché? Mi sembri in splendida forma”.
“Davvero? Devo dirti una cosa…”

(Oddio – penso – adesso mi annuncia il matrimonio. Sono così stanco dei matrimoni).
“… ma tu non devi dirla a nessuno, per ora”.
“Spara”.
“Aspetto un bambino”.

Pierino è nato sotto Natale, ha i tuoi occhi e il tuo naso, ma i capelli è ancora troppo presto per dire. Ogni tanto passo a controllare, ma il 25 aprile non pensavo di trovarli in casa. E invece:
“Toh, ma chi c’è lì? C’è lo zio Davide! Saluta lo zio Davide!”
“Ciao Pierino, ciao Costanza”.
“Fagli un sorriso!”
Uaaaaaaah!
“Mi sa che è un po’ presto per i sorrisi”.
“Quand’è di buon umore li fa. E tu come mai da queste parti? Ti pensavo a qualche corteo”.
“Sono andato stamattina a quello dell’Anpi”.
“Quello dell’Anpi? Ci andavo quand’ero piccola”.
“Lo so”.
“Danno ancora gnocco fritto?”
“Come no”.
“Certo che siete dei begli incoerenti, voialtri”.
“Eh?”
“È da sei mesi che andate in giro a fare cortei per la pace, e adesso festeggiate il 25 aprile come se niente fosse”.
“Perché non dovremmo…”
“Dei begli ipocriti. Però gli sciiti e i curdi in Iraq non avevano il diritto di festeggiare, secondo voi”.
“Non ho detto questo”.
“È quello che pensi. Dove credi che saremmo, oggi, senza una guerra? Senza gli americani? Avete una faccia tosta incredibile”.
“Ci vuole della faccia tosta anche a paragonare Bush a Roosvelt. Questa guerra l'hanno fatta per il petrolio, dai”.
“Per il petrolio, sentilo! Mi sei rimasto al petrolio!"
"Il petrolio, sissignore".
"Non capisci che gli anglo-americani hanno liberato un Paese, esattamente come hanno fatto sessant'anni fa con l'Italia? Il 25 aprile è la festa dei difensori della democrazia e della libertà…”.
“Ma se l’anno scorso volevi abolirla...”
“La nostra festa, non la festa dei pacifisti come te. È la festa dei combattenti. Come mio nonno”.
“Perfetto, adesso tuo nonno è diventato un simbolo della libertà. Siamo a posto”.
“Era una guerra. In guerra succedono tante porcherie”.
“Ragione in più per…”
Uaaaaaaah!
“E se parlassimo d’altro?”
“Comunque potevi venire stamattina, mica dobbiamo esserci per forza soltanto noi”.
“E il pupo dove lo sistemo?”
“A proposito, io sono passato, ma credevo di non trovarvi. Pensavo che col ponte sareste andati a Vignola”.
“Niente ponte. Giorgio lavora”.
“Come sta?”
“Sta bene, sta bene”.
“Senti, perché non usciamo un po’ fuori? È una bella giornata”.
“E il pupo?”
“Lo portiamo in carrozzina. Adesso c’è quella ciclabile che arriva fino all’argine”.
“No, è meglio di no”.
“Dai, si prende un po’ d’aria”.
“Il cielo si sta coprendo, non mi piace”.
“Ma tu stai bene?”
“Eh?”
“Va tutto bene con Giorgio?”
“Lo sai che fai troppe domande?”
“Se ogni tanto qualcuno mi rispondesse”.
“Allora, se lo vuoi sapere, la risposta è no. Non va bene. Non può sempre andare bene. Contento?”
“No”.
Ghe!
“Guarda! Sta sorridendo. Ciao, Pierino! Sei contento, Pierino?”
Ghe!

(Continua).

venerdì 25 aprile 2003

Cantico del 25 aprile
(Fiaba emiliana del XXI sec. Ogni riferimento a persone o cose è puramente casuale).

Io ho sempre sognato di portarti in montagna il 25 aprile, Costanza: e ogni volta tu mi racconti una storia diversa. Se almeno mi dicessi: “non vengo perché non mi piaci”, ecco, capirei. Ma no, sembra sempre colpa mia.

I 25 aprili passati...

Già quand’ero bambino, tu andavi al corteo dell’Anpi con tuo nonno e io non potevo venire. Perché? Nessuno mi spiegava il perché. Tu ti facevi mezz’ora di corteo, poi ti davano la Fanta e lo gnocco fritto. E a me toccava un’altra Messa infrasettimanale. Perché?
“Ma mamma, cosa c’entra la Messa col 25 aprile?”
“Che domande. È l’Ascensione”.
“Ma mamma, l’Ascensione è stata la domenica scorsa”.
“Ehm, allora sarà la Pentecoste”.
“Ma no, la Pentecoste è domenica prossima”.
“Guarda sul calendario, una qualche festa ci sarà”.
“San Marco Evangelista”.
“Vedi? Ha scritto il Vangelo, è uno importante”.
“Ma scusa, Luca e Matteo e Giovanni mica ce l’hanno una festa, perché?”
“Perché, perché, perché… Quante domande, che fai, eh?”

Siccome facevo le domande sbagliate, ci misero anni a dirmi le risposte giuste. Che insomma, il 25 aprile di molti anni prima mio zio era scomparso, e nessuno sapeva nulla tranne forse tuo nonno; fatto sta che il 25 aprile a te toccava la fanta, a me la festa di San Marco Evangelista; e poi il giorno dopo a scuola mi sfottevi.
“Maestra, quand’è che cantiamo Bella Ciao?”
“Quando finiamo il cartellone la cantiamo. Ma le sapete, le parole?”
“C’è Davide che non le sa”.
Questo era molto sleale da parte tua.

“Non è vero che non so le parole!”
“Non le sai! Non le sai! Ieri non sei neanche venuto a vedere i partigiani. Sei andato a Messa! Sei andato a Messa!”
“Però le so, le parole”.
Le avevo studiate. Tuttavia il contesto mi sfuggiva. Dunque, c’è uno che si sveglia la mattina (o bella ciao, bella ciao, bella ciao ciao ciao) e incontra l’Invasor. Fin qui tutto bene. Questo Invasor però doveva già essere conciato male, poiché nella seconda strofa prendeva la parola e chiedeva al Partigiano:
“O partigiano, portami via (o bella ciao, etc.)
O partigiano, portami via
Che mi sento di morir”

Si era in guerra, evidentemente, e in guerra anche i nemici hanno il dovere di curare i feriti. Ma c’era di più, perché l’Invasore esprimeva un singolare desiderio:
“E se io muoio da partigiano (o bella ciao, etc.)
Tu mi devi seppellir”.

Com’era possibile che l’Invasor volesse morire da Partigiano? Trattavasi di tradimento? Ma che senso aveva tradire i suoi da moribondo? No, si trattava di un pentimento in punto di morte. Ce l’aveva ben spiegato don Marzio a dottrina, che in punto di morte ci si può pentire di tutti i peccati, ci si può perfino battezzare se uno non ci ha pensato prima, e si va in paradiso leggeri come angioletti.
(“E allora perché a noi ci hanno battezzati subito, che ci tocca andare a Messa e confessarci sempre?”
“Voi siete i bambini più vicini a Gesù, e lui da voi pretende qualcosina di più”).

Dunque l’Invasor in punto di morte si era pentito, aveva chiesto di farsi battezzare partigiano, ed era trasvolato nel paradiso dei Partigiani, un Paradiso in bianco e nero lassì in montagna, dove tutti si mettevano la brillantina sui capelli, mangiavano gnocco e bevevano fanta le feste comandate. Forse anche mio zio aveva avuto il tempo di convertirsi e trasferirsi lì: forse tra un po’ si sarebbe incontrato con tuo nonno e si sarebbero scambiati pacche sulle spalle.

“…E le genti che passeranno / mi diranno:”Che bel fior”. Vedi che la so?”
“Non la sai! Manca il fiore del partigiano”.
“Eh?”
E questo è il fiore del partigiano (o bella ciao, etc.)
E questo è il fiore del partigiano morto per la libertà.

“Non la sai! Non la sai! Perché i fiori ti fanno starnutire!”
“È perché sono allergico. Non è giusto che mi prendi in giro perché sono allergico”.
“Davide è allergico! Davide è allergico!”
“Maestra!”

Sono allergico ai pollini delle graminacee: per me il 25 aprile è una benedizione. Prima che il polline invisibile dilaghi in valpadana, nel profumato mese di maggio, c’è il tempo di farsi la prima scampagnata dell’anno. Poi sarà tempo di tossire e starnutire. Poi sarà troppo caldo. Poi verrà la pioggia e il freddo, e ancora un altro anno passerà, e un’altra volta ti inviterò fuori, invano.
La butti sul politico, e sembra sempre che sia colpa mia.

In quarta superiore ricordo che litigavamo tutto il tempo. Tuo padre, segretario della sezione del PSI, ti aveva promesso l’iscrizione alla Bocconi, ma voleva vedere risultati. E invece per tutto gennaio non si era nemmeno riusciti a fare lezione. Colpa dell’occupazione.
“Hai sentito che quella stronza della prof di matematica vuole abbassare le medie?”
“Dai, vuol solo farci paura”.
“Tutta colpa di questi cazzo d’Iraq, che manco so dove sta sulla carta. Ma si può essere così deficienti? Io non so”.
“Era per il petrolio…”
“Certo che era per il petrolio. E allora? Vi siete fatti i vostri 15 giorni di vacanza? Avete fatto le vostre marce? Avete sventolato le vostre bandierine? Bravi. Avete fermato la guerra?”
“Abbiamo discusso, abbiamo fatto qualcosa insieme, abbiamo reso una testimonianza…”
”Avete concluso qualcosa? L’unica cosa che avete concluso è che in matematica avrò sei e alla Bocconi col cazzo che ci vado. Siete contenti?”
“Senti, Costanza… io con quegli altri pensavamo di andare su in montagna per il ponte”.
“Tu e chi?”
“Mah, io, Vitto, Toni, Pedro…”
“Bravo, bella gente, complimenti”.
“Non è che ti andrebbe…”
“…di venire su coi tuoi amici che a parte farsi le canne e le seghe mentali sulla rivoluzione non sanno mettere insieme un discorso decente? Quei comunisti del cazzo?”
“Ma non dire così, dai… se tuo nonno ti sentisse”.
“Lo sai cosa sei, Davide?”
“No, non lo so. Dimmelo”.
“Un deficiente sei. Proprio tu, mi tiri fuori la storia di mio nonno”.
“Tuo nonno era un partigiano, tu dovresti essere fiera di lui”.
“Mio nonno ha ucciso tuo zio, lo sai?”
“Eh?”
“L’ha portato dietro l’argine e gli ha fatto scavare la fossa. Lo sanno tutti in paese. E tu no”.
“Sapevo che c’entrava per qualcosa, ma… in fin dei conti…”
“In fin dei conti cosa?”
“Mio zio era nella milizia!”
Ricordo che hai scosso la testa, delusa, come migliaia di altre volte. A 17 anni eri più alta di me, più sveglia di me, ci tenevi ai vestiti e ai voti in matematica. Non ci saresti venuta con me in montagna, neanche morta.
“Tuo zio e mio nonno si filavano la stessa ragazza. Uno ha ucciso l’altro. È andata così”.
“Mio zio era un fascista!”
“E per questo andava ucciso? Il giorno dopo che se ne sono andati i tedeschi? Ma la conosci la Storia?”

Questo era molto sleale da parte tua. Io avevo otto in Storia, in Italiano e in Filosofia, e anche se in quarta superiore arrancavamo con la Riforma Protestante, non vedevo l’ora di crescere e studiare l’antifascismo e la lotta partigiana.
“Comunque grazie dell’invito, ma devo studiare. Matematica”.
“Se ci ripensi…”
“Non ci ripenso. Cerca di non farti troppe canne”.
“Cercherò”.
Mai fumata una canna. Devo essere allergico anche a quelle.

Alla fine probabilmente hai fatto bene a non andarci, alla Bocconi. A quei tempi sembrava chissà cosa. Poi ci fu qualche scossone, Milano non andava più tanto di moda, anche tuo padre per un po’ non si più è candidato. Finché non saltò fuori un partito tutto nuovo.
Era già il 1994, io facevo Lettere, e il 25 aprile ricordo che presi tanta pioggia a un corteo.
“Vi ho visto in tv! Che sfigati”.
“Eh, certo, si capisce”.
“Ancora dietro al 25 aprile… vi resta solo quello, ormai”.
“Eeeeetchm!”
“Allergia?”
“No, è proprio raffreddore”.
(continua)

giovedì 24 aprile 2003

Io sono un colluso, 2. (Continua da ieri)
Riassunto delle puntate precedenti. Il nostro eroe, arrestato con l'accusa di Incoerenza, è finalmente di fronte alle proprie responsabilità. Con quanti dittatori assassini ha collaborato? Da quanti capi di Stato corrotti ha accettato i dolciumi?

"Se non ha capito glielo ripeto. Ha mai accettato dolciumi da un capo di Stato corrotto?”
“Aspetti… un attimo”.
“Dov'era la notte del 31 dicembre 2001?”
“Un attimo. Ho mangiato i dolcetti di Arafat! Ma non è un dittatore! È stato democraticamente…”
“E chi ha parlato di dittatore? Ho detto: capo di Stato corrotto. Non le risulta?”
“Certo che mi risulta! Said lo dice da anni. E allora?”
“Avresti potuto lincarlo, questo Said. A leggere il suo blog, sembra che i palestinesi siano tutti bravi e buoni e prigionieri nei Territori. Non le risultava, la corruzione dell'Autorità Nazionale Palestinese, la notte del 31 dicembre 2001?”
“Ero in comitiva. Mica potevo piantar grane”.
“Anche solo aprire la bocca. Per i dolcetti l’ha aperta”.
“Avevo fame, abbiamo cenato all’una del mattino”.
“Il discorso le è piaciuto?”
“È stato imbarazzante. Lì per lì ho pensato all’alzheimer. Continuava a dire “Peace” e “my country” a ripetizione. Poi mi sono detto: cosa pretendo? Cosa pretendiamo da un ex guerrigliero sotto assedio?"
“Cosa pensa di lui? Lo preferisce ad Abu Mazen?”
“No, un attimo, io questa cosa non la capisco. Abbiamo detto coerenza? Va bene, coerenza. Vogliamo la democrazia in Medio Oriente? Arafat è stato eletto democraticamente. Se c’è stato qualche broglio, beh, sono cose che capitano anche in Florida. Se c’è stata corruzione e collusione col terrorismo, sono cose che sono capitate anche a Tel Aviv. Si ricorda di Sabra e Shatila? Sharon lasciò campò libero ai falangisti libanesi, che fecero un massacro. Se lui può farsi eleggere democraticamente, non vedo perché Arafat…”
"Crede che rinfacciarsi i misfatti del passato possa portare in un qualche modo alla pace? Non trova che qualcuno dovrebbe smetterla per primo, e riconoscere unilateralmente le proprie responsabilità?"
"S-sì, ma non vedo perché devono essere i palestinesi".
Stringe le spalle "Forse perché sono i più deboli. Quindi li mangerebbe di nuovo, quei dolcetti?”
“Erano pure buoni”.
“Li mangerebbe?”
“Io faccio sempre onore agli ospiti, è la mia cultura. La civiltà contadina. E' una civiltà occidentale”.
“È solo un maledetto ingordo. Va bene”.
Scribacchia qualcosa su un incartamento, poi lo straccia e lo butta via. Sbuffa.
“È ancora qui? Può andare”.
“Dove?”
“Secondo lei? L’uscita è in fondo a destra”.
“Ma… sono libero?”
“Secondo lei? Crede che possiamo trattenerla perché ha venduto del rum e mangiato dei dolcetti? Roba che neanche Orwell. Si tolga dai piedi”.
Forse è un trucco, forse in fondo a destra c’è la stanza 101. Del resto altre uscite non ci sono, quindi…
"Ma mi lasci dire una cosa, la sua generazione è una grande delusione".
"Eh?"
"Siete una mandria di perfettini che sfilate per il mondo coi vostri buoni sentimenti. Mai una vera compromissione con un regime dittatoriale, mai uno slogan veramente violento, mai un incitamento alla lotta armata. Non c'è uno solo di voi che abbia veramente le palle. Mi sono divertito di più quando indagavo sulle Orsoline. Vada, vada".
Non so perché, ma mi dispiace di averlo deluso.
“Scusi un attimo…”
“Che c’è ancora?”
“Continuerà a leggermi?”
Sbuffa. Preferirebbe di no, è chiaro. “Secondo lei?”
“Comunque cercherò di essere più coerente, in futuro”.
“Le conviene, davvero. Addio”.
“Allora io vado, eh?
“Ho giusto detto Addio”.
“Addio”.
Fuori è una bella giornata di maggio. Il polline mi fa starnutire. E mi pizzicano gli occhi. Mah.
Sembrava tanto una brava persona.
Certo che è terribile, questa sindrome di Rejkiavik (o era Copenaghen?)

mercoledì 23 aprile 2003

Io sono un colluso

Sarà l’effetto della sindrome di Stoccolma (o era Helsinki?), ma l’Ispettore mi sembra una brava persona. Non fuma neanche. Pensavo che mi avrebbe fumato in faccia.
Pensavo che sarebbero stati due, uno mi avrebbe menato e l’altro sarebbe sembrato una brava persona. Per ora c’è solo il secondo. Però magari adesso ne entra uno e mi mena a freddo, così. Non si può mai sapere. Devo stare attento.

“Ognibene Davide”
“Sì”.
“Lei magari ci tiene a sapere perché l’abbiamo fermata”.
“Penso di sì”.
“Ha delle idee?”
“Meglio di no, grazie”.
“Magari pensa che si tratti di un reato di opinione…”
“Nel dubbio, preferisco non avere opinioni”.
“…e ha torto, perché questo è un Paese libero. Non esistono più i reati di opinione”.
“Ah sì?”
“Aboliti. Non legge i giornali?”
“Ma pensavo…”
“Ognuno può avere le sue opinioni e manifestarle in pubblico. È contento?”
“Dovrei?”
“Dipende. È bella la libertà. Ma è anche una grande responsabilità, ci ha mai pensato? Se un giorno io grido in piazza “viva il milan”, non posso il giorno dopo festeggiare perché ha vinto l’inter. Devo essere coerente. È chiaro l’esempio?”
“Io tengo il Torino, ma ultimamente mi guardo bene dal…”
“Non le ho chiesto per che squadra tiene, le ho chiesto se ha capito l’esempio. L’ha capito?”
“Credo di sì”.
“Coerenza. Uno non può manifestare per la pace del mondo ed essere in combutta con dittatori e assassini. È d’accordo?”
“S-sì, sono d’accordo”.
“Ne sono lieto, perché in base alle ultime norme sulla Coerenza (D.L. 765432 del 42/13/03) chi manifesta per la pace ed è in combutta con dittatori assassini è passibile di una pena da uno a sei anni di carcere interinale. Ed è per questo che le chiedo, Ognibene Davide: lei ha mai manifestato per la pace nel mondo?”
“Ehm, ma il mio avvocato, si è poi fatto sentire?”
“Il suo avvocato si scusa di non poter venire, ma ha un impegno molto importante”.
“E quando si libera?”
“Dipende. Da uno a sei anni. Ma ora preoccupiamoci di lei, Ognibene. Ha mai espresso opinioni contro la guerra su Internet?”
“Io? Su internet?
“Sa che cos’è un blog?”
“Vagamente, devo aver letto qualcosa sui giornali. Gente che si fa i fatti suoi. Ma io, sa, queste mode…”
– Smash –

Mi arriva un manrovescio sulla mandibola destra, proprio dove avrei dovuto mettera a posto l’otturazione, la testa accenna a rotolarmi giù, il collo la ferma con un colpo di frusta. Per Amnesty è tortura, per la Croce Rossa è accettabile, per me è una brutta sorpresa.
“Cerchiamo di non prenderci in giro, d’accordo, Ognibene? Lei ha un blog, ci scrive tutti i santi giorni, e a me è da mesi che tocca leggerla. È il mio lavoro, perciò non mi diverto”.
“Mi dispiace”.
“Lei sul suo blog da un’immagine di sé abbastanza coerente”.
“Ah sì?”
“Un pacifista tutto d’un pezzo. Si riconosce in quest’immagine?”
“Il mio è un sito letterario, d’invenzioni narrative. Non mi sentivo tenuto a…”.
“Ma vaffanculo”. – Smash – Un altro manrovescio, la testa rotola dall’altra parte. “Noi sospettiamo che però, dietro quest’immagine paciosa, si nasconda un pericoloso Incoerente, colluso con dittatori assassini della peggior specie. Ora le farò qualche domanda, e le chiedo di rispondere con attenzione. Il suo futuro dipende da questo. Sono stato chiaro?”
Mi guarda con occhi verdi, tranquilli. Dev’essere proprio la sindrome di Oslo. Mi ha fatto saltare un’otturazione, eppure sento che è una brava persona. Dopotutto un dentista sarebbe stato molto più caro.
E poi uno che mi legge tutti i giorni non può essere fondamentalmente cattivo.

“Ha intenzione di collaborare?”
“Assolutamente”.
“Bravo. Attento ora…”
Da qualche parte sento partire un tic, tac, tic, tac, come in quei vecchi quiz in bianco e nero.
“Ha mai spacciato sostanze stupefacenti per conto del regime cubano?”
Tic, tac, tic, tac.
“Eh, cos’è? uno scherzo?”
“Risposta sbagliata”. – Smash – “Riprova”.
“Un momento. Contano anche gli alcolici?”
“Tu come la vedi?”
“Ron Varano 7 anni? Sono accusato di incoerenza per aver venduto del rum invecchiato 7 anni?”
“Se n’è tenuta una bottiglia? Quando uscira di qui ne avrà tredici”.
“Ma non lo vendevo mica per me! Ero il commesso del negozio!”
“Non era un commesso qualunque. Era un commesso di coscienza. Lo ha fatto come servizio civile!”
“Era commercio equo e solidale! Vendevamo manufatti e alimentari di cooperative del terzo mondo! Non mi rendevo conto che…”
“A Cuba le cooperative non esistono, idiota! È tutta roba di Stato. Invece di andare a servire la sua Patria in una missione di Pace, il signorino ha arricchito un dittatore assassino smerciando alcolici. E adesso si fa bello con la bandiera della pace. Vergogna! Cosa pensa di Che Guevara?”
“Devo essere sincero?”
“Sì”.
“Secondo me la gente che va ai cortei pacifisti con la maglietta di Che Guevara non è proprio brillante. Però…”
“Però?”
“Voglio dire, un conto è Castro, un conto è lui. È uno di quei trozchisti romantici che non si sporcano le mani col Terrore… lui arriva, fa la rivoluzione, ci riprova, lo fanno secco. In più era anche un bell’uomo. È normale che i ragazzini ne vadano matti”.
“E lei?”
“Mai sopportato”.
“Sicuro?”
“Era alto e bello, assomigliava al ragazzo della mia compagna di banco. Lo odiavo”.
Il particolare sembra colpirlo.
“Voglio crederle…”.
"Eppoi ho scoperto e lincato il diario di cuba, il blog più sinceramente anticastrista di tutti, l'ha letto?"
Apre un faldone di carte sulla scrivania. “…ma qui c’è un’altra cosa. Ha mai accettato dolciumi da un capo di Stato corrotto?”
"Eeh? Che cosa?"
Tic tac, tic tac.
(Continua, implacabile).

sabato 19 aprile 2003

Ho incontrato Simone
Stasera in processione. Che erano anni che non lo vedevo.
“Stai bene?”
“Insomma, sì”.
“Ma sei ingrassato?”
“Anche tu”.
“E ti sposi?”
“No no. Chi mettono in croce quest’anno?”
“Il figlio di Beppe, sai…”
“Quello della segheria? Ma è un ragazzino!”
“Si è fatto grande anche lui”.
Ogni anno il giro è lo stesso, ma il paese intorno cambia. Una volta, qui, era tutto lotto edificabile, c’era il canale e ci venivi a rospi. Io no, avevo paura nella gramigna oltre il canale, poi ero allergico.
Hanno interrato il canale (che adesso è la fogna), hanno asfaltato, hanno fatto gli appartamenti in stile colonico, e adesso la processione passa in un giardino con le panchine.
“Qui ci abita Franca, sai che ha avuto il bambino…”
“La bambina”.
“Due anni fa. Quest’anno un bambino”.
“Non ci tengo dietro. E tu?”
“Insomma. Sai che ho preso casa da solo, no?”
“Lo so, lo so”.
“Non mi vieni mai a trovare”.
“È che sai, il lavoro…”
“Eh già”.
Ci arrivano dalle spalle due legionari romani, dalle spalle enormi, non più di diciott’anni ciascuno: pigliano Simone per le braccia: “Vieni, c’è bisogno di uno”.
“Ma…”
“Sta zitto. Serve uno che dia una mano a portare la croce”.
“Ma perché proprio io?”
“Perché sì. E poche storie”.
“Ehi, ma è questo il modo?”
“Zitto tu. O vuoi prendere il suo posto?”
“Ma…”.
“Ma cosa?”
“No, niente”.

Una volta, qui c’era il campo di pallone, teso al canale. E una volta portai io un pallone nuovo, e Simone apposta lo calciò fuori, lo calciò nella gramigna oltre il canale, e nessuno voleva andarlo a prendere.
Dove adesso c’è la lavanderia.
Mi chiedo se l’avranno mai trovato.

Mentre lo conducevano via, presero un certo Simone di Cirene che veniva dalla campagna e gli misero addosso la croce da portare dietro a Gesù… (Luca 23,26).

venerdì 18 aprile 2003

Mi scuso se ritorno sul trito argomento di ieri, ma:
(1) Non è mica facile trovare uno spunto originale tutte le sante sere.
(2) E' il caso di dare diritto di replica a Stefano Porro di Quintostato, che qui fornisce la sua versione (grazie a Giuseppe Caravita).

Ora, se non ricordo male, come ogni nuova testata registrata, QS dovrebbe essere osservata dagli organi preposti per controllare se le 3 copie inviate al momento della registrazione corrispondono a verità, così come la descrizione fornita al Tribunale dell'oggetto della testata.

Cosa potrebbe accadere se qualche "controllore" capitasse, tramite Google, su quIntostato al posto che su Quintostato? Si tratta di un problema remoto, evidentemente, ma che comunque vorremmo evitare del tutto
.

Si tratta di un falso problema, secondo me. il "controllore", chiunque sia, non dovrebbe mettersi a cercare i siti con marchio registrato su un motore di ricerca. Nessun motore di ricerca è infallibile, nessuna testata giornalistica è tenuta a trovarsi al primo posto della ricerca su un motore.

Questo sito, fino a pochi giorni fa, si chiamava Leonardo: indirizzo http://leonardo.blogspot.com. E se cerchi leonardo su google.it, lo trovi al nono posto. Perché nessuna ditta, nessun marchio registrato, nessun www.leonardo.com o wwww.leonardo.it mi ha ancora scritto una mail di protesta?

Questa, sapete, è una storia vecchia. Ci ho fatto un pezzo sopra due anni fa, il 28 giugno 2001. Ora lo ricopio qui, e anche per stanotte il problema di cosa scrivere è risolto. Auguro a tutti una buona Pasqua Ebraica, o Di Resurrezione, o un buon plenilunio laico, e arrivederci a martedì (spero con qualche idea originale).


Anche tu, brevetto registrato!

[...] Sulla corsa sempre più sfrenata alla proprietà intellettuale di qualsiasi cosa, materiale e non, c'è un altro aneddoto interessante. Questo sito, com'è noto, si chiama Leonardo: non è un nome registrato, ma credo di avere comunque qualche diritto a chiamarlo così. Dopo aver passato quasi trent'anni della mia vita a sentirmi chiamare prima "Da Vinci" e poi "Di Caprio" da qualsiasi imbecille, è una bella soddisfazione, no?
E tuttavia parlando di siti chiamati "Leonardo" c'è un precedente un po' inquietante. Sì, sì, parlo d'un precedente legale: una causa intentata da un'agenzia finanziaria, la "Leonardo Finance", al sito culturale della International Society for the Arts, che porta lo stesso titolo della rivista della Società (pubblicata sin dal 1967): Leonardo.
Qual è la materia del contendere? La Leonardo finance lamentava che i suoi clienti – o potenziali tali – digitando "Leonardo" su un motore di ricerca, si sarebbero più facilmente imbattuti in una delle innumerevoli pagine del sito culturale. Perciò chiedevano sei milioni di franchi di danni (meno di un miliardo e ottocento milioni di lire). Una bella pretesa, no? E infatti un mese fa i giudici hanno dato ragione all'International Society. Ma Leonardo Finance potrebbe ricorrere in appello…
La vittoria è stata vinta anche sul web, grazie anche a una ben riuscita campagna di solidarietà tra gli internauti francesi: oggi, digitando "Leonardo" su un qualunque motore di ricerca, trovate non soltanto il sito della Society, ma anche numerose pagine di sostenitori che gettano fango sulla Leonardo Finance. E di quest'ultima neanche l'ombra. Almeno, io non l'ho trovata.
(Non ho trovato neanche il mio sito – forse dovrei fare causa a qualcuno).
Tirato un sospiro di sollievo, rimane lo stupore per l'arroganza con la quale gli aspiranti proprietari del mondo partecipano a questa corsa alla proprietà intellettuale di qualsiasi cosa --– un nome, un logo, un segno grafico qualsiasi… Sono anche un po' ingenui. Chi è che al giorno d'oggi si mette a cercare una consulenza finanziaria su un motore di ricerca?
Questi di Leonardo Finance, poi, mi ricordano qualcosa da vicino. Quando produci qualcosa e la chiami "Leonardo", è perché la vorresti unica, geniale, inimitabile… perlomeno, con mia madre è andata così. Poi, al momento di andare all'asilo, si è scoperto che c'erano due Leonardo in classe. E così già a tre anni ho cominciato a farmi chiamare col cognome. Mia madre si arrabbiava molto: "Il suo nome è Leonardo!" Mamma, che ci vuoi fare. Anche tu, avresti dovuto brevettarmi…

giovedì 17 aprile 2003

Siamo tutti Quintostato


Lo so che è una piccola cosa, ma è fastidiosa. E se è una bufala, sarò contentissimo di dovermi smentire.
Riassumo: www.quintostato.it è un sito d'informazione sulle nuove tecnologie che ha avuto sin dalla sua nascita (qualche mese fa), un'attenzione speciale, non sempre benevola, nei confronti dei blog. E non c'è niente di male.
E' stato l'organizzatore di BlogAge, conferenza di cui s'è parlato lungamente qui e altrove.

Due giorni fa, alcuni autori di blog particolarmente ispirati (tra cui X§ e Gonio), hanno messo su una parodia di Quintostato, all'indirizzo quintostato.splinder.it.
La parodia poteva piacere o non piacere (a me piaceva), ma il gioco stavolta è durato davvero poco. Invece di subire con sportività, i redattori di Quinto Stato hanno minacciato "grane legali non indifferenti" agli scrittori che avevano osato parodiarli. E questo perché "Quinto Stato è una testata registrata in tribunale e, in quanto tale, soggetta alla regolamentazioni della FNSI, che richiedono l'autenticità del marchio e soprattutto della testata!" La Fnsi, anvedi.

Una reazione così sproporzionata da parte di un sito che, come osserva Mantellini "si riempie la bocca ogni 15 secondi di Copyleft, Open Source, diritto alla libera espressione ed altre meraviglie", lascia quasi sconcertati. In fondo era solo uno scherzo. E neanche troppo cattivo.

Ma cosa sta succedendo ai blog italiani? Hanno sempre scritto più o meno quel che gli pareva: il tal libro, il tal sito, il tale articolo mi è piaciuto / non mi è piaciuto, ecc.. Ma ora, se parli male di un libro l'autrice ti risponde incazzata; se correggi un paio di errori a un giornalista quello ti querela, o almeno fa finta; se fai la parodia di un sito, il sito parodiato reagisce minacciando "grane legali". Ehi, ma chi è che sta prendendosi un po' troppo sul serio, qui?

Comincio a pensare che avesse ragione il grande Marco Formenti, in un articolo dei primi anni Novanta, quando ci metteva tutti in guardia: i blog saranno oggetto di operazioni di censura tanto più dure ed efficaci in quanto rivolte contro soggetti che, nella stragrande maggioranza dei casi, sono persone comuni che non usufruiscono della protezione di lobby professionali o accademiche, di partiti politici, ecc. (grazie a Massitwosteps per avermela rammentata)

Cosa dite? Formenti è il direttore responsabile di Quinto Stato?
Maddai, su, state scherzando. Non esistono più i direttori responsabili, triste retaggio delle leggi fasciste sulla stampa. Sono stati aboliti negli anni Cinquanta, poco prima che eliminassero l'albo del giorn....
Un momento. Che universo è questo?
Ops, scusate. Mi ero confuso.
Saluti.


Una proposta concreta: giù le mani dal marchio Quintostato!

Un coraggioso sito d'informazione indipendente, con un marchio registrato, rischia il linciaggio da parte della potentissima lobby dei blog-cazzeggiatori. Questa mandria di solipsisti compiaciuti, seduti proprio nel bel mezzo della produzione della ricchezza, a metà tra il piacere di essere considerati trendy e il fastidio di essere reputati tali, ha osato appropriarsi indebitamente del marchio coraggiosamente registrato, per farne scempio in un sito di parodia reazionaria e di cattivo gusto.
Per reagire compatti all'infame provocazione, proponiamo una mobilitazione generale delle URL confederate. Chiamiamoci tutti Quintostato, per un giorno, per un'ora, per il tempo necessario a far sentire forte e chiara la nostra voce. Giù le mani dai marchi registrati! Potere al copyright! Abbasso il solipsismo autocompiaciuto di chi senza marchio registrato osa prendersi il gioco di stimati professionisti. Ma chi vi dà la patente per riderci dietro?

mercoledì 16 aprile 2003

Perché è così facile litigare su Internet?
Ci sono varie spiegazioni.

Per prima cosa, litigare dal vivo è più faticoso: comporta energia mentale e muscolare. Si aggrotta la fronte, si inarcano le sopracciglia, si alza la voce, la pressione sanguigna aumenta. Il nostro organismo non litiga volentieri.
Ma on line è diverso. On line non ci sono muscoli da tendere, e la pressione delle dita sulla tastiera è più o meno la stessa a scrivere parole d’amore o di rabbia. Anzi, il rapporto s’inverte, visto che le parole di rabbia sono meno faticose da trovare, e (forse) più divertenti.
Inoltre, non c’è metodo migliore che una bella incazzatura per stabilire un contatto, comunicare, perfino farsi pubblicità. La gente risponde più spesso agli insulti che ai complimenti, (io almeno faccio così). A insultare si passa per individualità forti, a complimentarsi si rischia la figura del ruffiano.

Un’altra teoria paragona gli utenti di Internet agli utenti delle autovetture: in entrambi i casi assistiamo a scoppi di aggressività parossistici, esagerati, infantili. Ora, cos’hanno in comune bloggatori e automobilisti? Una cosa sola: devono comunicare senza guardarsi negli occhi.
Esempio: quando m’incazzo con una bmw che mi sorpassa a destra, io non me la prendo col conducente. Non so se egli sia un ventenne o un cinquantenne, un signore o una ragazza carina, una persona garbata ma distratta o un pirata della strada. Io ce l’ho con una bmw, che associo piuttosto rozzamente a un determinato segmento sociale: “ricchi-che-si-credono-tutto-permesso”.
Ma se mi capita di gettare l’occhio nell’abitacolo, di osservare uno sguardo o una capigliatura dal retrovisore, la mia aggressività cala di colpo. Sono ancora arrabbiato, giustamente arrabbiato, ma sono tornato una persona civile, che sta interagendo con un’altra persona (un po’ meno) civile.

Allo stesso modo: se io m’imbatto in un blog che scrive qualcosa che non condivido, io non immagino subito che da qualche parte ci sia una persona, due occhi, un naso, magari un po’ di pancetta, con il quale potrei discutere, anche animatamente, di questo o quell’argomento. Non penso che potrebbe trattarsi di un quindicenne, di un pensionato, di un bluff, di una personalità deviata, ecc.. No. Io non vedo che un layout, lo associo a una categoria di persone che ho in mente io, e che mi stanno sulle palle da sempre (“I fascisti”, “I massoni”, “La sinistra”, ecc.). E allora scoppio. È poco faticoso, è divertente, è gratis. E cosa importa, se dall’altra parte dell’interfaccia c’è davvero un quindicenne, un pensionato, un malato, un giornalista che dovrà sorbirsi le mie intemperanze. Questa è Internet.

Io a BlogAge c’ero andato per lo stesso motivo per cui Emmebi non voleva andarci: per vedere le facce, gli occhi, i nasi, le pancette. So che è molto più difficile entrare in polemica con un blog, quando l’hai visto negli occhi (per esempio, è migliaia di anni che non litigo più con Wile): quale occasione migliore per dichiarare la pace a tutti? Mi aspettavo di vedere le belve di internet assumere sembianze umane, trasformare polemiche roventi in discussioni animate. Oddio, magari un po’ più animate…
(Poi, una volta lì, mi è venuto un grosso attacco di timidezza).

Oggi leggo il pezzo di Vecchi su Quintostato, e sobbalzo. Ma allora non è servito a nulla guardarci negli occhi. O almeno a Vecchi non è servito.
O forse il problema è un altro: Vecchi ci ha guardato, sì, negli occhi, ma non ha letto quello che scriviamo.
Perché di tutti i rimproveri che poteva rivolgere ai blog italiani, Vecchi ha scelto proprio l’unico che non si meritano: li ha accusati di non essere capaci di riflettere su sé stessi. Ma vi rendete conto?

“Ogni intervento gettava lampi di luce su un fenomeno dai contorni incerti, ma la gran parte si chiudeva con l'invito a non ricamarci tanto sopra, con un misto di compiaciuta consapevolezza di essere "trendy" e, al tempo stesso, di rigetto per essere ritenuti tali…[...]. Per salvarsi l'anima basta un Blog. Quindi poche ciance e continuiamo ad andare avanti così”. Probabilmente Vecchi non ha mai letto Georg o Granieri, che viaggiano al ritmo di un saggio teorico sui blog al mese. Probabilmente Vecchi non sa che quei signori così snob sul palco e in platea (che effettivamente hanno trattato l’argomento con un certo understatement), ogni giorno si sgozzano on line discutendo di nient’altro che non di sé stessi, se valga la pena commentarsi, aggregarsi, forumizzarsi, implementarsi un feed rss non si sa bene dove. Probabilmente non sa che ogni gatto, cane, maiale che abbia aperto un blog in Italia, ha almeno scritto tre post teorici sul fenomeno blog, tant’è che c’è gente, come me, che non ne può più e ha fatto il fioretto di parlare di blog solo una volta al mese (e non ci riesce).

Ma questo Vecchi non lo sa, perché evidentemente non ha mai letto il blog di nessun gatto, cane, maiale, Luca Sofri o Neri o Labranca. È solo venuto ad aprire le cerimonie, ha notato che la platea era relativamente ben vestita, e quindi (scatta la categorizzazione:) “ceto medio al centro della produzione della ricchezza”. E poi è scoppiato, come qualsiasi altro utente di Internet. È poco faticoso, è divertente, è gratis. E cosa importa, se dall’altra parte ci saranno due, trecento persone che si sentiranno insultate. Per dirla con il grande Ulrich Beck, immortale autore del La società del rischio, Carocci editore, oggiogiorno “ogni azione compiuta è decisa e il suo valore è valutato in base alle conseguenze dirette e indirette che ha”. Avrà valutato le conseguenze dirette o indirette delle sue azioni, Vecchi, mentre si alienava la simpatia di quel paio di centinaia di potenziali lettori.

(Io vorrei solo ricordarmi che faccia ha Vecchi, perché forse riuscirei ancora a trovarlo simpatico, chissà).

Del Blogage hanno parlato tutti, tra cui Gnu. E non perdetevi Quintostato

martedì 15 aprile 2003

(Continua da ieri)

Allora feci proprio la cosa che non si deve assolutamente fare, cioè mollai le manine dei miei compagni e scappai: dove? Di qua, di là, ma sempre guardando in alto, per cui inciampai. Caddi per terra mentre cadeva il fumogeno (molto lontano). E mi feci male, stupidamente, perché caddi sulla strada di terra mettendo avanti le mani, e se avete giocato a pallone da bambini su un cortile di ghiaino potete immaginarvi quanto sia stupido e quanto faccia male. Ho ancora i segni sulle nocche del pugno, come se avessi dato un pugno a un felino selvatico.
Mi rialzai subito, rassicurai che non mi ero fatto niente, però ero tutto bagnato. Cadendo, avevo spappolato il limone che tenevo in tasca. Pantaloni bagnati e mano sanguinante: a 48 ore dalla partenza ero già lo zimbello della spedizione.
Il gas iniziava a farci tossire. E Marcella piangeva. Fin qui normale. Ma Marcella stava anche coprendosi di chiazze rosse.
“Marcella, non è che sei allergica a qualcosa, per caso”.
“Sì”.
“A cosa?”
“A varie cose”.
“Ah”.
Gli italiani si tenevano per mano, tranquilli. Dalla collina stava scendendo un inglese. Ancorché ridicolo, io ero comunque l’interprete.
“Che sta dicendo?”
“Dice che cerca volontari per andarsi a sedere contro il carro armato, laggiù”.
E Marcella, gli occhi rossi: “Ci andiamo?”
“Eh?”

Ci ritrovammo davanti a questo carro armato, col mitra che spuntava dalla feritoia, mentre un tizio da un blindo (un tipo non proprio brillante) insisteva a tirarci fumogeni controvento. C’erano due inglesi con buffe tute di plastica: ci avevano spiegato che se ci cadeva un fumogeno tra le gambe dovevamo cercare di passarlo a loro, che erano allenati a respingerli. Ci sedevamo, scattavamo foto, al lancio dei fumogeni indietreggevamo, e cercavamo di respingerli a calci. Marcella piangeva.
“Marcella, tu non stai tanto bene, forse è meglio se ce ne andiamo…”
“No, no, restiamo qui”.
Ogni tanto qualche palestinese passava, con la borsa della spesa o con un carrettino. Passava di fianco al tank, di fianco al blindo, in mezzo a noi, salutava, sorrideva, proseguiva. Una volta passato, la piccola battaglia ricominciava (come bambini in un cortile, che interrompono giochi e finzioni al passare degli adulti).
E mi ricordo questa cosa: a un certo punto un fumogeno arrivò addosso a uno degli inglesi ‘specalisti’, e questi lo afferrò al volo, con una mano, rilanciandolo subito al mittente. Forse non era inglese, forse era un americano, certe prese s’imparano col baseball.

Verso ora di pranzo gli israeliani ripartirono, e allora ripartimmo anche noi. Io ero pieno di dubbi. A cosa avevo partecipato? A una battaglia? se sì, non mi ero comportato molto onorevolmente. (M’infastidiva dover tornare dall’unica battaglia della mia vita coi pantaloni bagnati, seppure di limone). Se no, perché eravamo rimasti lì? Il posto di blocco era aperto già prima di noi. Non avevamo corso un rischio inutile, innervosendo gli israeliani, esponendo alla loro vendetta i palestinesi? Noi nel giro di una settimana ce ne saremmo andati; i ragazzini che avevano infierito sul posto di blocco restavano lì. Non era un po’ troppo comodo, questo atteggiamento da tuta bianca in vacanza?
E una sola certezza: gli inglesi (o gli americani) sono matti. Raccogliere i fumogeni al volo. Ma come ha fatto? Io se vedo un fumogeno a cinquanta metri su di me, me la squaglio.
“Va meglio, Marcella?”
“Secondo me dovevamo restare di più”.
“Ma cos’altro potevamo fare”.
“Non lo so. Però secondo me dovevamo restare di più”.

Venerdì scorso un altro pacifista ha “incrociato la traiettoria” di un proiettile israeliano. È il terzo in meno di un mese. È un altro segno che la vita degli Occidentali non è più sacra, che non non possono più giocare agli eroi, affrontare i carri armati a mani nude. Bin Laden ha annunciato al mondo questa verità, George W. Bush l’ha compresa, Ariel Sharon si adegua.
Tom Harindal era impegnato ad aiutare un gruppo di bambini palestinesi ad attraversare una strada esposta al fuoco. Pare che avesse una lunga esperienza di interposizione pacifica, in Palestina, in Giordania e in Iraq. Pensando a lui mi è venuto in mente quell’inglese (o era un americano?) che raccoglieva i fumogeni al volo. Mi serve pensare che forse l’ho conosciuto; mi aiuta a ricordare che la Palestina esiste, che Israele esiste, che la strada tra Ramallah e Bir Zeit ha continuato a esistere anche quando me ne sono andato, forse per non tornare mai più. Tom Harindal è morto, come avrei potuto morire io, o Marcella, quel giorno.
Ma attenzione, non vi chiedo d’indignarvi perché hanno ucciso Rachel Corrie e Tom Harindal, e ferito gravemente Brian Avery. Vi chiedo di pensare che nello stesso mese scarso hanno perso la vita 70 palestinesi, e non tutti erano terroristi. Alcuni erano bambini.

Con chi ha questo punto ha già la replica pronta, che anche gli israeliani muoiono negli attentati, vorrei condividere una riflessione: nemmeno la legge del taglione prevedeva punizioni più gravi del danno arrecato: come si può vendicare una strage con una strage ancora maggiore? Come si può distruggere la casa dei famigliari di un kamikaze? Su quale libro è stato scritto che la colpa del padre non deve cadere sul figlio?
Per voi questa è la guerra tra una democrazia e il fanatismo religioso. Per noi è solo una guerra tra poveri. Poveri ambiziosi e poveri disperati, che scambiano un Eden per un deserto, che si uccidono per il controllo di una sorgente o di una strada.

Gli interpositori pacifici non sono fiancheggiatori dei terroristi: è il contrario. Hanno cercato, in questi anni, di aiutare un popolo accecato di rabbia a praticare forme di resistenza non violenta. Non hanno mai messo in dubbio che Israele fosse una democrazia, anche se in crisi: o non si sarebbero presentati a mani nude davanti ai tank dell’esercito.
Hanno avuto fiducia nell’opinione pubblica israeliana e internazionale; hanno messo a disposizione i loro corpi, le loro vite che fino a qualche mese fa erano così preziose, e ora vengono sacrificate senza che nessuno ai piani alti abbia il coraggio di dire niente.
Oggi Sharon si dice pronto alla pace: non è la prima volta che ne parla, non è la prima volta che accenna a un vago “ritiro dai territori” rifiutandosi di scendere nei dettagli, non è la prima volta che cerca di regalare deserto in cambio di sorgenti. Si può discutere la pace con un ladro e un assassino? Io voglio credere di sì. Se ho creduto che si potesse contenere Saddam Hussein, non vedo perché non si dovrebbe dare una chance ad Ariel Sharon.
Ma quando si farà, questa pace (se si farà), io vorrei che accanto ai nomi dei gloriosi pacificatori del Medio Oriente, Sharon, Bush e Blair, ci si ricordasse di quegli inglesi e di quegli americani che hanno avuto la fantasia di credere alla pace e alla libertà quando sembravano impossibili, e che hanno pagato la loro fantasia con la vita. Tom Harindal, Rachel Corrie. Se un giorno ci saranno strade libere, tra Palestina e Israele, e i poveri un po’ meno poveri e un po’ più indaffarati saranno liberi di percorrerle senza più blocchi, vorrei che due di queste strade portassero il vostro nome. Per quanto ingenuo, per quanto pazzo, il vostro Occidente è l’unico al quale sono fiero di appartenere.