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mercoledì 30 settembre 2026

Iguane e pensionati


 

Ah, che meraviglia senza eguali, il profumo ineguagliabile delle madeleines che si mescola a quello del caffè caldo che esce sbuffando dalla moka. Eh, va bene, non fate i difficili, intanto a me piace il caffè e quindi mi va bene così e poi, santo cielo, capisco che non sono quelle della zia Léonie e il mio caffè Kimbo, non è certo un delicato infuso di tiglio, ma questo è quanto passa il convento, ma si tratta solamente quelle industriali della Saint Michel comprata al supermarché les Mousquetaires qui di fronte. D'altra parte si tratta della premiata ditta fondata addirittura nel 1905, la più titolata biscotteria industriale della douce France, con tanto di logo gallinaceo sulla confezione, quindi ... La mia personale recherche se ne è ormai fatta una ragione, d'altra parte i tempi sono cambiati e noi siamo abituati ormai alla pasta al gliphosato alla faccia di chi ha i problemi di glutine, inoltre confesso che le mie sono arricchite con deliziose gocce di cioccolato. E poi diciamo la verità, di questi tempi, i problemi direi che sono altri, anche se qui sulla Cote, non si sentono (ancora) i rumori dei droni russi che l'amico Macron paventa. Anche la spiaggia non è popolata come una volta e la lingua di Tolstoi è decisamente meno gettonata, va bene che ormai è quasi ottobre e le rondini sono partite ormai e qui, tra i sassi che il mare ha consumato, non c'è più molta gente, spiaggiata a godersi il sole tardivo, certo non vedi più le sgarzoline con le poppe sventaglianti a destra e a manca, ma solo torme di pinguedine pensionata male e invecchiata peggio. Alligna invece una fauna che è sempre stata tipica di queste parti, una specie più accidiosa delle iguane delle Galapagos, che vegeta semi immobile sulle rocce con la pelle incartapecorita e rugosa delle tartarughe pluricentenarie, gorgogliando borborigmi biliosi all'indirizzo di questo mondo maledetto, perfido e bastardo, popolato soprattutto di giovani maleducati, infami e minus habens, buoni solo a compulsare telefonini e soprattutto di malefici immigrati che tanto male va il mondo da quando hanno infestato il nostro bel paese, le femmine della specie soprattutto terrorizzate almeno all'apparenza di subire violenze di ogni tipo da parte dei suddetti, come si sa bene sempre lancia in resta al grido di Allah akhbar!. Così con le palpebre a mezz'asta, tipiche delle iguane ibernate, bofonchiano maledizioni cariche di odio venefico all'indirizzo di chi non capisce, spandono intorno maleodoranti fiati legaioli e miasmi vannacciani neoarrivati. Non si capisce poi se sono più forti i fetori putrescenti delle carni ormai marce o il carico di odio che emana dalle mezze frasi sprezzanti lasciate cadere con aristocratica nonchalance. Eppure nessuno si preoccupa, la marea nera sale sempre di più e non  mi riferisco agli scarichi fognari liberi, eppure la masnada dei litigiosi che si illude di vincere le prossime elezioni, si dichiara pure assai soddisfatta del brillante esito delle elezioni calabre, dove la destra ha ormai superato il 60 % e addirittura si giudica deludente il risultato del generalissimo che ha superato il 10%. Annamo 'bbene!

venerdì 27 settembre 2024

France sud 4 - Parc des Grandes Causse e Cevennes

Nidificazioni di grifoni - Gorges della Jonte - Francia. settembre 2024


Attorno a Millau

Sarebbe invero il momento di arrivare in paese per cercare un letto dove dormire, visto che non ci si è ancora pensato, ma aggirarsi per le stradine che scavallano colli bellissimi e anche piuttosto solitari in questa Francia Occitana, così poco popolata, dove i paesini sembrano quasi abbandonati e le strade li attraversano tra due ali di piccole case dalle finestre chiuse e le persiane sbarrate, mette un po' di tristezza. Anche qui i giovani se ne saranno andati verso le sirene della città, anche se queste colline sono davvero bellissime. Cerco di arrivare fino in cima ad un piccolo monte dove stanno raggrumate una decina di case in mezzo alle quali spunta una minuscola abside e un mozzicone di campanile, attraverso una stradina stretta e scoscesa, ma ai primi muri, la strada è in pratica, così ripida da non essere più percorribile. Nessuno intorno, i simulacri di un paio di minuscole stalle, deserte all'apparenza, niente più latte per formaggi di qualità quassù, tutto è scivolato a valle dove la vita è più facile. Però che panorama di monti lontani, sono le Cevenne che racchiudono tra le loro valli altri piccoli tesori naturalistici. Sto per girare la macchina quando in fondo alla valle, ben visibile tra i costoni lontani, tra di loro appare un'altra delle meraviglie questa volta studiata dall'uomo. Sono linee che alla distanza sono talmente sottili da essere visibili con difficoltà, eppure dividono il cielo e la terra con tratti decisi come tagli di Fontana su una tela azzurra, colpi di katana attraverso le nubi. 

Millau

Si tratta del viadotto di Millau, un'opera prodigiosa, inaugurata nel 2004, il più alto ponte strallato d'Europa, tra i maggiori del mondo, 7 pilastri col più alto di ben 341 metri, più della torre Eiffel che per i francesi rimane sempre un punto di riferimento, che sostengono una autostrada larga 32 metri, di due chilometri e mezzo, insomma un'idea per il ponte di Messina, ma qui sembra che i costi, sono stati di circa un decimo, anche se sono passati 20 anni. Il ponte che passa in un balzo la profonda valle del Tarn, ha risolto un problema logistico fondamentale per una strada che scendeva in basso fino alla cittadina di Millau, creando in estate ingorghi di ore che ora vengono bypassate in un paio di minuti. E' il progresso ragazzi, ma è anche bellezza pura, tanto che non ci si può esimere dal fermarsi a guardarlo e a goderne la purezza delle linee. Pensate che in pratica è riprodotto anche sulle banconote da 500 euro, dato che tutte le banconote europee sul retro raffigurano un ponte, ma l'immagine è stata leggermente modificata pur essendo riconoscibilissima, per non dare ai francesi la soddisfazione di avere sugli euro addirittura due ponti visto che sui 5 euro c'è già il ponte di Gard e anche se va bene che quello l'avevano fatto i Romani, concederne due su sette ai Francesi erano troppi anche per le loro grandeur, così si è provveduto alle piccole variazioni che lo dovrebbero rendere anonimo e non riferibile se non ad una struttura di fantasia. 

Il viadotto di Millau
Sono i bizantinismi di Strasburgo, ma le cose stanno così. Seguo la strada che via via gli si avvicina dandomi punti di vista sempre più affascinanti, fino ad arrivargli proprio sotto e poi per poco non mi faccio arrotare da un insensibile automobilista che percorre la strada di fretta, mentre cerco di fare una foto tra i piloni. La natura sarà pur bella, ma l'opera dell'uomo che magnifica la sua genialità, ragazzi, è davvero tanta roba. Scendiamo dunque lasciando i prati che cominciano a prendere i colori dell'autunno ed entriamo a Millau, una piccola cittadina occitana che presidia la valle del Tarn ed i grandi parchi naturali all'intorno, quello delle Grandes Causses e quello delle Cevennes, che poi sono adiacenti. Mi ero scelto una casetta che affittava stanze appena fuori dal centro, questione di 500 metri, qui si gira comodamente a piedi, ma quando ci arrivo vicino, mi trovo di nuovo nelle panie, perché non avendo prenotato e non essendo questo un hotel se pur piccolo, non troverò nessuno che presidia il fortino. Infatti giro intorno alla casa guardingo, quando arriva una provvidenziale signora, che altri non è se non la mamma della proprietaria che viene a fare le pulizie, essendo la casa gestita come AirB&B. La madama telefona alla figlia e sistemiamo il tutto brevi manu e così ci sistemiamo in tempo per poter uscire di corsa a fare un giro in centro. Il paese col suo piccolo centro antico è assai piacevole, tutto ruota attorno alla piazza centrale ed a qualche via adiacente e nulla più. 

Chiesetta di S. Marie des Champs - X sec.

Ci facciamo il triangolo delle vie pedonali, fino alla torre ottagonale, ma anche qui i negozi si avviano alla chiusura. Rimane solo qualcosa nella piazza, qualche bar, dove ci fermiamo e dove finalmente ho l'opportunità di ordinare un croque messieur, sfizio che non mi toglievo da tempo immemorabile, per di più al Roquefort, visto che questa è la zona e gli dà come si dice anche un certo caractère! Alla fine ce ne torniamo passeggiando sotto un cielo che ha voglia di gocciolare ma quantomeno ci fa arrivare fino a casa. Si dice che la notte porta consiglio, per noi invece ha portato un bel po' d'acqua che però ha avuto il pregio di lasciare un cielo quasi pulito, azzurro con qualche sbuffo. Quindi lasciata la chiave nell'apposita cassettina, che ormai così funziona, partiamo alla volta del giro che abbiamo programmato nel parco che contiene uno dei must di questa parte della Francia, le gole del Tarn, meno note delle più famose Gorges del Verdon, ma che risulteranno davvero meritevoli dello sbattimento di arrivare fin quaggiù. L'idea è di fare un bel giro percorrendo da Le Rozier tutte le gole, prima di prendere la strada di casa. Il territorio è molto accattivante, estremamente solitario e selvaggio, ma con strade piccole ma ben tenute. I paesini che si incontrano lungo la via sono piccolissimi, spesso di poche case e decisamente antichi, per la maggior parte le case abitate sono attente ristrutturazioni adibite a case di vacanza oppure a piccole strutture ricettive, bar o ristorantini. 

Le gorges

In pratica il territorio è costituito da un grande scudo tettonico con una sorta di altopiano attorno ai mille metri di altitudine con pascoli e qualche campo di agricoltura marginale, attorno scavato profondamente dai vari fiumiciattoli che percorrono l'area circondandola quindi di profondissimi canyon, dove è possibile fare i più vari sport all'aria aperta, dalla canoa ad ogni genere di trekking. Attraversiamo quindi Le Rozier per inoltrarci nelle gorges del Tarn, giudicate tra le più belle di Francia. In effetti il percorso è bellissimo e siamo lì fermi ad ogni slargo, fermi a guardare in su, tra strapiombi che arrivano oltre i 500 metri. Ci fermiamo colpiti da una piccola chiesetta circondata da un antico cimitero. E' la chiesa di S. Marie des champs, del X secolo con una curiosa parte superiore dove sono situate quattro campanelle invece del classico campanile. Una sensazione di antico e di pace straordinaria. Poi è tutto un seguito di pinnacoli di rocce calcaree, pilastri di pietra e veri e propri colonnati che si allineano, erosi da vento e piogge sulle pareti verticali delle gole, mentre il fiume, in questa stagione poco più di un rigagnolo, segue sul fondo in una serie infinita di meandri bellissimi, ricoperti di boschi che quasi lo nascondono alla vista. Più o meno a metà del primo tratto impressionanti pareti di roccia ocra, ci sbarrano la vista e seguendo le indicazioni ci troviamo di fronte ad uno spettacolo straordinario. 

Nidificazioni di grifoni

Questa è una delle aree francesi dove da qualche anno hanno trovato dimora diverse specie di vulturidi, alcuni dei quali scomparsi da tempo o in via di estinzione e  che ora stanno popolando con successo queste pareti che sono evidentemente per loro un habitat ideale. Si vedono nitidamente le spaccature a metà parete dove si intravedono i nidi coi piccoli in attesa di cibo, ed è poi tutto un andirivieni di grandi adulti che veleggiano attorno prima di arrivare ai posatoi, dove richiudere le ali. Anche quando ci troviamo ad una certa distanza si intravedono questi grandi uccelli con un'apertura alare attorno ai tre metri, segnalati molto bene dall'ombra che, grazie alla posizione del sole e della sua luce radente del mattino presto, si staglia molto ingrandita sulla parete. Uno spettacolo grandioso e come ho avuto modo di appurare successivamente ingrandendo le foto (fatte con una macchinetta che tuttavia dispone di un discreto teleobiettivo), dovrebbe trattarsi di grifoni lanosi o come dicono i francesi di vautours fauves. Le altre specie che è possibile vedere sulle Grandes Causses sono i Gipeti, gli Avvoltoi egiziani e l'Avvoltoio nero, tutti più o meno delle stesse dimensioni, sui tre metri di apertura alare e differenziati soprattutto dalle differenti colorazioni. Staresti ore ad osservarne i lenti volteggi ed a tentare di avvicinarsi il più possibile ai punti dove hanno nidificato, comunque sempre inaccessibili. 

Grifone in volo

Ci mettiamo quindi, a forza di fermarci, quasi due ore ad arrivare a Meyrueis che dista poi solo 21 km dalla partenza. Facciamo una deviazione di qualche chilometro sulla montagna per raggiungere la grotta di Dargilan, che viene spacciata con la sua sala rosa per una delle più belle di Francia, ma la visita guidata parte solo dopo un ora dal nostro arrivo e pertanto rinunciamo. Riscendiamo dunque al paese dove facciamo un giretto e infine visto che è ancora presto per un boccone rinunciamo con dispiacere alle ravioles de cèpes avec truffles ed entro nell'ufficio dell'ente del turismo che è situato nell'antica torre cittadina, dove sono gentilissimi e mi riempiono di cartine abbinate ad ottimi suggerimenti, visto che si sono convinti che mi fermerò da queste parti come minimo alcuni giorni, viste le tante cose da vedere. Qui, parlando, ci accorgiamo con orrore che questa bellissima gola che abbiamo appena attraversano non è affatto la gola del Tarn, ma la gola de la Jonte, che corre quasi parallela, a dimostrazione della bellezza straordinaria di questo territorio nel quale dove vai, godi. A questo punto occorre un programma alternativo per non essere andati fino a Roma senza vedere il Papa. Risaliamo quindi al centro dell'altipiano che raffigura una specie di rombo, traversandolo per il lato corto ed arrivando quindi a Sainte Enimie, uno dei paesini più belli, almeno così recita il dépliant, scendendo lungo una strada tortuosa, su una spettacolare ansa sul fiume, questa volta finalmente il Tarn, da dove percorriamo tutte le gole riscendendo poi verso Le Rozier. 

St. Enimie

Anche queste gole sono bellissime se possibile ancora più selvatiche come pareti, anche se forse più visitate da gruppi di turisti. I paesini si susseguono, Saint Chély, il bel Chateau de la Caze, trasformato in hotel e nascosto dal bosco sulla riva  del fiume, Hauterives sulla sponda opposta; la Malene e infine Vignes, dove ci fermiamo per un boccone, purtroppo non paragonabile alle ravioles a cui abbiamo rinunciato precedentemente. Di qui, anche per ridare un certo ordine all'itinerario e anche dato che comincia a farsi tardi, traversiamo il ponticello sul Tarn e risaliamo nuovamente sull'altipiano traversandolo di nuovo tutto questa volta sulla diagonale lunga fino a scendere ad Ispagnac. Un giro che vi consiglio se avete solo una giornata da trascorrere da queste parti, ma che di certo meriterebbero maggiore tempo. Di qui prendiamo la corniche des Cevennes, che segue il costone di questa piccola catena interna di montagna come una balconata affacciata sulle valli larghe e davvero molto panoramiche di questa bella parte di Occitania per almeno 75 km,  fino ad Alés, da fare con calma per godersi il paesaggio, poi è un attimo, rifornimento e tre ore di autostrada e sei nella mia bella Mentone dove ti aspetta il letto.

Un ponte naturale

SURVIVAL KIT



Parc regional des Grandes Causses et des Cevennes - Un bellissimo territorio, comodo da raggiungere a nord di Montpellier. Base di partenza è Millau di cui non perdetevi il colpo d'occhio del famoso viadotto, opera di ingegneria notevole e la vicina Roquefort per gli affezionati al formaggio di cui abbiamo già detto. Il parco è molto vasto e merita diversi giorni di visita, Ma l'itinerario che vi ho suggerito vi farà vedere almeno a colpo d'uccello, in macchina, le vie principali, In particolare percorrete la valle del Tarn (circa 50 km) e quella della Jonte, partendo da Le Rozier. Nell'area sono presenti oltre ai vari paesini con molte chiesette, le fattorie fortificate e vari luoghi interessanti, le due Grotte di Dargilan (ingresso 15,80 €) e di Aven Armand, con la più alta stalattite d'Europa. Se potete percorrete almeno una delle gorges in canoa (è pieno di campeggi dove le affittano) e assaggiate le specialità del posto.


Le pareti delle gole del Tarn


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lunedì 23 settembre 2024

France sud 3 - Il pont du Gard

Pont du Gard - Provenza - Francia - settembre 2024


Dalla garrigue

Per fortuna che agli Ibis hanno un bel distributore bevande all'ingresso, così appena sveglio ti puoi fare un similcappuccino a 1,80, che quantomeno ti riaccende parzialmente l'unico neurone rimasto, ma mentre tu pensavi di essere un mattiniero pronto a percorrere in anticipo le strade del mondo per arrivare primo o quantomeno quando ancora non sono arrivati i torpedoni, eccoti circondato dai rudi lavoratori che, trolley in mano e valigetta dei contratti rigorosamente nera, sono già di corsa verso le macchine per arrivare per primi dai clienti, mentre tu sei ancora lì, s-ciabattante che cerchi il bastoncino, ormai di orribile ecolegno che raspa la lingua invece della deliziosa e scivolosa plastica, per girare la broda dentro il bicchierino di carta senza rovesciarla. Insomma il mondo corre e tu non hai più la forza di stargli dietro. Comunque alla fine riesci anche tu a caricare il borsone in auto ed a partire con l'occhio semiaperto. Da St. Cyr sur mer (San Ciro? ohibò eppure siamo in Provenza, saranno stati i legionari di Neapolis ad arrivare qui per primi?) alla nostra meta ci sono circa 170 km e ho calcolato almeno un paio di orette, posto di non trovare troppo traffico. Lasciamo Saint Cyr che visto di giorno ha tutta un'altra faccia, dietro il bel promontorio al di là del quale c'è quella Bandol, con i suoi vigneti bassi coltivati ad alberello, che fanno bella mostra pure nelle rotonde e par di sentire il commissario Montale del grandissimo Izzo, che se ne beve un bel bicchiere in qualche vicolo della sua Marsiglia, mentre ragiona su qualche caso disgraziato. 

Dal greto

Buono il Bandol, forse un po' troppo sopravvalutato, ma così adatto a questa cucina mediterranea mescolata a sentori maghrebini di quella città, così concettualmente lontana dalla Provenza a cui dovrebbe teoricamente appartenere. Comunque di vigne ce ne sono in giro e accidenti per strada non fai che incontrare vendemmiatrici meccaniche che rallentano il traffico, visto che stiamo di stagione. Ecco come siamo tignosi, specialmente quando il problema non ci riguarda e ragioniamo solo sui fastidi che ci dà, invece di plaudire a chi cerca di risolvere i problemi di carenza di manodopera. Va bene, comunque in autostrada si fila via benissimo e le tre corsie dovunque, agevolano assai. Così alle 9:30 precise sono già arrivato, anche se buon terzo dopo due torpedoni di giapponesi sempre all'erta. La Provenza è una regione straordinaria di questo sud francese, col suo misto di profumi mediterranei, sole del sud e presenze della classicità romana che ti ritrovi ad ogni angolo. L'ho girata in lungo ed in largo molte volte, affascinato dai ruderi che trovi anche in campagna tra le vigne, dai paesini cotti dal sole con le loro pietre romaniche di piccole chiese quasi sempre chiuse, quasi la rivoluzione avesse voluto consegnarle all'oblio. Ricordo in un paesotto vicino a Orange, il motto Liberté Egalité Fraternité che campeggiava bellamente sul frontone di nartece medioevale a monito perenne della laicità francese. Tuttavia non ricordo come mai dopo tanti traversamenti di questo territorio, non abbia mai trovato il tempo per fermarmi a vedere uno dei monumenti più iconici e decisamente tra i più memorabili, il Ponte di Gard.

Gli archi

E' questo un vero miracolo della ingegneria idraulica di quei romani che arrivavano fin qui a piedi, erano di certo dei rozzi conquistatori che non guardavano in faccia a nessuno, ma che poi sapevano anche costruire cose capaci di resistere intatte per millenni, strade comprese. Prima facevano piazza pulita di chi non fosse d'accordo è vero, poi però facevano subito una strada lastricata, poi l'acquedotto e infine terme, anfiteatri e stadi, perché avevano già capito che con panem et circensem tenevi tranquilla la gente anche senza TV. Naturalmente dopo aver insegnato a tutti i fondamenti del diritto. A questo proposito, volevo sommessamente ricordare che una delle leggi della XII tavole repubblicane affisse nel foro, rimastaci a testimonianza del livello raggiunto oltre duemila anni fa, prevedeva che si avesse la possibilità di uccidere il ladro che ti penetrava in casa, solo se lo colpivi all'interno della domus e di notte, essendo per questo giustificato, dallo spavento del buio e dal pericolo di vita per te stesso (..si noctem furtum faxit,si im occisit, iure caeso esto...Tav. VIII) e siamo nel 451 a.C. tanto per capirci. Incredibilmente moderni per essere un popolo così lontano nei tempi. Inoltre la loro capacità di prevenire rivolte e contrasti coi popoli conquistati era semplicemente quello di assimilarli, dando loro la cittadinanza, visto che tutti a quei tempi, volevano immigrare illegalmente nell'impero (vedi gli ostracon trovati al confine sud egiziano, dei sudanesi che cercavano di corrompere i doganieri per passare la frontiera, gli egiziani no, quelli erano già tutti cittadini romani riconosciuti. Tanto per capirci. 

Il vecchio e il nuovo

E quindi eccoci qui davanti a questo gigante straordinario, l'unica parte rimasta di questo incredibile acquedotto che corre per una cinquantina di chilometri dalla fonte di Uzés fino a Nemausus, l'odierna Nimes. In realtà sembra che a Nemausus ci fosse acqua a sufficienza, tramite fonti e sorgenti locali, ma che l'opera fu eretta a partire dal 17 a.C. per semplici ragioni di prestigio, tanto pareva impossibile dal punto di vista tecnico. Infatti la pendenza è stata prevista di una trentina di centimetri ogni chilometro, cosa che sembra impossibile da ottenere con gli strumenti dell'epoca e la stessa costruzione del ponte, l'opera maggiore dell'intero acquedotto, progettato in tre ordini di archi per un'altezza di quasi 50 metri e lungo 275 per scavalcare il fiume Gardon, impone tecnologie costruttive di avanguardia, dagli argani per sollevare le pietre, alle centine necessarie per sostenere la costruzione degli archi e qui i Romani erano maestri, in cui sono ancora visibili le pietre di sostegno, infine ai materiali stessi, blocchi di pietra di una vicina cava col pavimento del ponte ricoperto di un particolare cemento sigillato da un calce strutto rivestito da una vernice rossastra contenete ossido di ferro, per evitare il degrado dovuto al calcare, in pratica una sorta di minio ante litteram. La struttura ha resistito benissimo tanto che per procurare dei danni ci è voluto Enrico II nel 1600, che ci fece passare sopra l'artiglieria pesante. Portò 20.000 metri cubi di acqua al giorno, che serviva per le fontane e per le terme, per oltre 500 anni, apparentemente grezzo all'esterno ma con una superficie di scorrimento dell'acqua estremamente liscia. 

La targa del 1745

Ma l'architetto Agrippa a cui l'opera va ascritta, durante il primo impero di Ottaviano, non si contentò di progettare un'opera tecnicamente difficile e mai eguagliata nei confini dell'impero, ma la volle anche bella, alla faccia della vulgata che i Romani badavano solamente al sodo. I tre ordini di archi sovrapposti hanno misure in linea con i canoni della bellezza classica con rapporti che ne rendono la vista gradevole, dando la sensazione della perfezione. Rimani incantato di fronte all'imponenza di questo colosso, attraversando a piedi il ponte allargato nel '700, questa volta non per la necessità di acqua, ma soprattutto per lucrare pedaggi ai carri. Non ti rimane che ammirare le antiche pietre ancora perfette appena scalfite dai millenni, mentre lo stemma di roccia apposto per ricordare il restauro settecentesco è già quasi completamente consumato in soli tre secoli. Sulle pietre della base scorgi i graffiti apposti dai visitatori che si sono aggirati nei secoli attorno a questa base, modi di fare evidentemente irresistibili anche durante il grand tour che facevano i primi viaggiatori nel sud dell'Europa per ampliare i loro orizzonti ed i loro amori per la classicità da poco riconsiderata degna di nota. Il sito intanto è appena aperto e possiamo aggirarci all'intorno quasi in solitudine, scavalcare il ponte per passare all'altro lato e poi aggirarci lungo il greto, in questa stagione povero d'acqua per goderci la struttura dal basso e poi risalire la collina fino in cima per vederlo dall'altro, penetrando con una certa fatica la macchia ed il bosco. Ogni radura ti dà un colpo d'occhio diverso e meritevole della fatica di arrivarci. 

Grotte e florines

Ci sarà una ragione se lo hanno messo sulle banconote da 5 euro, scelto tra i ponti d'Europa, più meritevoli. Devo dire che faccio fatica ad allontanarmene, che ormai si è fatto quasi mezzogiorno, ma meritava davvero la deviazione per arrivarci, oltretutto neanche si paga per camminarci sopra! Ce ne andiamo pensosi, ne hanno ancora di cose da insegnare questi Romani, capito caro Obelix mangiacinghiali. Così ci paghiamo sereni i 9 euro di parcheggio, visto che l'ingresso al ponte è gratis, ma i cinghiali costano. Dai che non abbiamo tempo da perdere e mancano altri 200 km alla tappa d'arrivo e prima delle 14 non saremo lì. Per fortuna è quasi tutta autostrada, che piano piano, superata la Camargue verso le Grau du Roi e lascia la costa risalendo verso il parco regionale delle Grands Causses e le Cevenne. Ma vista l'ora, prima della meta di oggi che è la cittadina di Millau, mi sono voluto fermare un attimo a quel Rochefort sur Soulzon (attenzione a non sbagliare che di Roquefort ce ne sono un sacco in giro per la Francia), perché la cultura è importante ma anche l'agroalimentare vuole il suo perché e questo paesino, bando alle ciance, è il centro di produzione di uno dei formaggi più importanti della Francia intera, direi un po' come il Gorgonzola o il Parmigiano in Italia. Siamo ad oltre 650 metri, diciamo in mezza montagna e il paesetto, non più di 700 abitanti sta lì abbarbicato alla sagoma dello sperone di roccia del monte Combalou, che con la sua storia geologica, una gigantesca frana che milioni di anni fa ha fatto precipitare a valle quasi la metà di questa roccia carsica e porosa, creando le condizioni perché la genialità dell'uomo trovasse l modo di sfruttarne le caverne e le fenditure rimaste per una produzione diventata poi famosa in tutto il mondo. 

l'assaggio

La Societé (nome per antonomasia che raggruppa il pool dei produttori iniziali, produce così circa 2,5 milioni di forme all'anno, in pratica la metà dell'intera disponibilità mondiale, che come tutte le Dop può essere prodotta solo qui e secondo il metodo tradizionale che prevede la raccolta del latte, 100% pecorino, nel mese di novembre, la formazione dei pani cilindrici di circa tre chili e dopo l'iniezione del ceppo di Penicilium roqueforti, prodotto direttamente con inoculazione del micelio in piccole forme di pane di segale dalle varie aziende, e messo per alcune settimane nelle grotte del monte aerate dalle cosiddette florines, fenditure nella roccia che provocano correnti d'aria che mantengono la temperatura attorno ai 10°C. Dopo l'affinamento il prodotto viene portato a valle in stabilimenti di conservazione attorno agli 0°C per circa un anno prima del confezionamento finale e della messa in vendita. Il giro nelle grotte è  davvero interessante visto che si procede nelle viscere della montagna in ambienti angusti su 7 piani diversi e per oltre 700 metri tanto che dall'uscita faticherete a riconoscere il punto in cui avete lasciato l'auto. Impressionanti le correnti d'aria che senti arrivare attraverso queste florines che appaiono come fessure nelle pareti di roccia delle grotte stesse e che vengono aperte o chiuse da appositi sportelli a seconda della temperatura che si registra nelle grotte stesse e interessante ça va sens dire, la degustazione finale, dei tre tipi di Roquefort, prodotto dall'azienda. certo un bicchierino di Sauternes avrebbe completato l'opera ma non si può avere tutto dalla vita. Il prezzo di vendita del formaggio stesso, poi, non è nemmeno esagerato, meno di 30 euro al chilo, per un formaggio di questa notorietà e tra i più famosi al mondo. Insomma la cultura è cultura e si paga. 

Affinamento del roquefort

SURVIVAL KIT

Pont du Gard - Patrimonio dell'Unesco a metà strada tra Avignone e Nimes, il ponte scavalca il fiume Gard o Gardon che dir si voglia. Ingresso gratuito (ma il parcheggio no, per un paio d'ore 9 €), permette l'ingresso al sito e il passaggio sul ponte aggiunto nel 700, mentre la visita guidata che parte ogni ora, permette di salire a vedere il canale di passaggio dell'acqua. Allegato museo con molto spazio multimediale. Il parco di 160 ettari è tutto visitabile, c'è un sentiero attraverso la garrigue che porta anche a ruderi del vecchio acquedotto sulla collina. Per 5 secoli acquedotto, poi nel medioevo ponte, allargato nel '700, dopo i danni seguiti al passaggio di pesanti cannoni. Chi dice che la costruzione durò 5, chi 30 anni, da oltre 1000 operai, rimane comunque la più grande e perfettamente conservata opera del suo genere, conservata grazie al fatto che fu usata sempre come ponte, anche dopo il cessato uso dopo 5 secoli, mentre il resto dell'acquedotto fu smantellato quasi completamente per riutilizzarne le pietre come materiale da costruzione, come era d'uso ai tempi. Vale anche mezza giornata, tra passeggiate nel parco, museo e monumento.

Roquefort sur Soulzon - Paese dell'omonimo formaggio, da sfruttare per la visita di un'ora circa che organizzano le case produttrici (4 su 6, alcune gratuite, tutte con filmati esplicativi sul processo produttivo). La Societé è la ditta più importante che produce circa la metà di questo formaggio, degustazione alla fine. Ingresso 7,5 €. Portarsi un bel maglione o giacca a vento perché la temperatura è bassa. Diversi ristorantini in zona, dove allignano piatti a base di salsa di Roquefort.

Lo stemma ricordo del 700 già consumato


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sabato 21 settembre 2024

France sud 1 - A Port Fréjus

La Cote - Francia - settembre 2024

 


Che vi devo dire, ho un debole per la Costa azzurra, la Côte come la chiamano da queste parti. Non so bene dirvi da cosa dipenda, perché in fondo la Liguria ha una serie di paesini anche più belli e caratteristici, mentre qui, se salti Mentone, che è uno dei posti di mare più gradevoli e comodi che conosca, devi arrivare fino a Saint Tropez e poi alle isole di Hyères, per trovare un posto davvero bello dove stare. Ma non saprei spiegarvi meglio, questa costa ha una luce così straordinaria, un profumo di Mediterraneo nell'aria, un fascino indefinibile nei suoi porticcioli, un arrière pays impagabile. Insomma diciamo pure che ne sono attratto morbosamente. Se a questo aggiungi che avendo come base proprio la deliziosa Mentone, si possono con facilità progettare zingarate di qualche giorno in quel sud francese che amo molto e che ha per me lo stesso fascino, avendo una sacco di cose da vedere che non riesci mai ad averne abbastanza. Capirete quindi che questi due mesi, giugno e settembre, a mio parere i migliori per il mare, diventano spunti imperdibili per progettare ogni volta qualche girula, senza troppa programmazione, visto anche che si è in una mezza stagione in cui non c'è ressa in giro e negli albergotti trovi sempre una stanza libera senza penare. A me poi piace proprio saltare in macchina e partire senza un programma preciso e andare, andare avanti a vedere come si dice, cosa c'è dietro la prossima collina. E qui di colline ce ne sono un sacco da esplorare. 

Fréjus

Poi al passaggio hai sempre il piacere di andare a trovare carissimi amici, che riesci solo a vedere saltuariamente e con cui rappresenta un piacere anche solo vedersi e raccontarsi cose, che ormai a noi anziani, questo è sufficiente, la chiacchiera sul tempo passato, il famoso temps perdu, su cui da queste parti lavorano da sempre. Infatti proprio stamattina prima di partire, mi pareva di sentire assieme all'aroma del caffè che usciva dalla moka borbottante, un delicato profumo di petites madeleines che copriva quello consueto dei rosmarini e dei tamarischi che arrivano dalla montagna di S, Agnès che troneggia alle mie spalle. Per forza direte voi, è inutile che fai degli sfoggi culturali così deprimenti, è che da buon diabetico sei sensibile ai dolciumi, eppure adesso che controllo, qui davanti "quella piccola conchiglia di pasticceria, così grassamente sensuale, sotto la sua pieghettatura severa e devota" è avvolta, pezzo per pezzo, nel cellophane amorfo delle confezioni industriali, altro che rimandi immaginari ad ipotetiche zie Léonie, qui di profumo non se ne sente affatto, solo plastica pura e poi tolto l'involucro e inzuppato l'insulso prodotto industriale nel caffè e non certo nel sullodato infuso di un tempo perduto per sempre, non rimane che ingollarlo rapidamente senza farsi troppi pensieri. 

"Ma, quando di un passato lontano non resta più nulla, dopo la morte degli esseri, dopo la distruzione delle cose, soli, più fragili ma più vividi, più immateriali, più persistenti, più fedeli, l’odore e il sapore rimangono ancora a lungo, come anime, a ricordare, ad attendere, a sperare, sulla rovina di tutto il resto, a sorreggere senza piegare, sulla loro stilla quasi impalpabile, l’immenso edificio del ricordo." Ah, la potenza della Recherche, caro il mio Marcel, ne dobbiamo ancora mangiare tanti di cagnolini, come si dice nel Mandrogno e non lo dico per farmi additare dal futuro presidente col gatto morto in testa, che dopo questa dichiarazione mi vorrà assimilare ai suoi immigrati supposti mangiacani a tradimento. No dalle mie parti si allude con questo nome a deliziosi nonché fragranti panini, i cagnolini appunti dalla forma che li ricorda seppure lontanamente, ecco il mio temps perdu che si affaccia, e di cui bisogna consumare grandi quantità prima di arrivare ad avere la capacità intellettuale di combinare qualche cosa. Quindi lasciamo queste divagazioni, ma percorriamoci la costa e dopo aver lasciato Nizza alle nostre spalle, eccoci sul far della sera a Frejus, una stazione marina piuttosto reputata, visto che l'hanno frequentata e continuano a farlo, diversi amici. Indubbiamente, siamo alla fine di settembre e tutti questi posti di mare, specialmente quelli che non hanno un paesetto storicamente preesistente alle spalle, hanno tutti quell'aria un po' tristanzuola del fine stagione. 

Ma la spiaggia è amplissima ed i pochi avventori presenti sono ad una tale distanza gli uni dagli altri che diventa un piacere, passeggiare sulla battigia con l'acqua che ti massaggia i piedoni callosi, tra l'altro neppure abituati a questa sabbia fine che poi ti rimane appiccicata e non riesci più a toglietela. (ah, nostalgia anche qui, non delle proustiane madeleines ma di quelle macchinette trovate sulle spiagge coreane, per soffiartela via, soffiandoci su aria compressa!). Comunque sia, respirare la brezza della sera, mentre il sole tramonta alle tue spalle è sempre una gran cosa, alla faccia di Proust. Per la verità visto che siamo in una cittadina, residuato romano nelle Gallie, altro che quel minchione di Asterix, che può dire quel che vuole, ma li avevamo asfaltati, come si dice adesso, vale la pena andare anche a fare due passi nell'abitato, dove tra l'altro c'è un anfiteatro, tanto per cambiare, ma pare che adesso lo usino per una specie di corrida alla faccia degli animalisti, e poi l'impianto del paese è ancora godibilissimo. Peccato che, sarà pure finita la stagione, ma alle 20, non c'è più un bar aperto, né alcun altro esercizio che dir si voglia, ma solo le vie illuminate da fioche luci giallognole, che fanno ambiente certo, ma che lasciano lo stomaco vuoto. 

La chiesa, antica, che vanterebbe anche un bel chiostro, sarebbe anche aperta e così ci infiliamo dentro per goderci le due ampie navate dello strano impianto romanico con pilastri centrali, ma veniamo subito cazziati da un presunto sacrestano nero come la pece, che ci sbatte fuori, facendoci notare che la chiesa è chiusa e apre domani alle nove. Ma se è chiusa, come abbiamo fatto ad entrare? La questione mi perplime ma non troppo. Comunque sia, va bene anche così, quello che dovevamo vedere lo abbiamo visto. Non ci rimane che rifugiarci nell'albergotto dove non abbiamo avuto difficoltà a trovare una stanza, anzi il giovanotto si preoccupa di darci notizia che vista la scarsità di ospiti ha provveduto ad assegnarci una camera Superior allo stesso prezzo. Viaggiare in bassa ha sempre i suoi vantaggi, peccato che la chiave abbia un numero diverso da quello previsto, è la 205 come recita la targhetta attaccata, invece della 222 come scritto sul documento, camera che infatti non apre. Poco male, andiamo alla 205 che tra l'altro è anche vicina e che si apre senza problemi. Peccato che questa sia occupata da un precedente ospite, con tanto di valigione e mutande varie sparsi qua e là, mentre lui forse è nella doccia. Fuggiamo di corsa, non visti e mi precipito subito alla reception dove il tipo non fa un plissé come direbbe Lucianina, anche se riconosce che "forse, c'è stato un errore" e mi dà la chiave 222, che stavolta funziona perfettamente. Prendiamo così finalmente posizione e sprofondiamo nel letto "alla francese" (e come dovrebbe mai essere il letto visto che siamo in Francia), piccolo come deve essere, ma sincero come diceva la barzelletta. Domani mattina vorrei partire presto.


SURVIVAL KIT 

Hotel Miléade Mediterranée - Port Fréjus - 2 stelle - A cinquanta metri dal mare comodissimo e a due km da S. Rafael. Pulito, camere minuscole come si usa da queste parti, ma con entratina, visto che era una Superior. TV, AC, Bagno in ordine. Acqua calda e free wifi. Letto queen. 60 € la doppia senza colazione. Ristorante interno e bella piscina a disposizione.

lunedì 16 settembre 2024

Saveur de la Côte 1



ciottoli tondi

sfiorati dalla brezza -

gracchia un gabbiano



martedì 12 settembre 2023

Otium marinum

Jonathan 

Ed eccomi di nuovo qui ad inaugurare, come vi avevo preannunciato l’inizio della mia vacanza autunnale, composita e piena di stimoli interessanti come non mai, cosa di cui sono naturalmente molto contento, anche se tutto sommato impegnativa, ma questo sarà argomento futuro. Intano, dopo qualche indispensabile giorno per tentare, con grande fatica, cosa che mi ha quasi annullato il beneficio della vacanza estiva, di sistemare gli inevitabili strascichi che la burocrazia ti butta tra le gambe per farti inciampare e sbattere il muso per terra e che per tanto faccia continui a portarti dietro come la bava di una lumaca che cerca di scappare in un campo di lattuga. Così me li sono portati dietro anche qui sulla Côte, che è diventato un altro dei miei luoghi elettivi che, come pochi altri, riesce a darmi un piacevole senso di tranquillità davvero unico e che, per troppo poco tempo purtroppo, riesco a frequentare per aggiungere riposo a riposo, momentaneo ed episodico certo, ma sempre meglio che eterno. A quello ci penseremo spero, unitamente ad un gesto apotropaico, più avanti. Anche qui risolti facilmente alcuni piccoli problemi, ma bisogna dire che l’amministrazione francese, al contrario della nostra, anche se assai più rapace ed esosa, è sempre molto collaborativa e ti aiuta al massimo se si tratta di farti pagare, contrariamente alla nostra che nel succhiarti via il grano ti impone anche di subire sofferenza, perché pensa che comunque te la meriti. 

Comunque, risolto tutto in pochi minuti eccomi nuovamente disteso su questa ineguagliabile battigia sassosa, mentre il mare ne lambisce il bordo con cura delicata, come la mano carezzevole di un amante delicato e dolcissimo. E’ davvero una situazione impagabile, di certo il momento migliore per delibarne le caratteristiche più piacevoli. Giugno come settembre sono i momenti topici per questo tratto di costa, lontani dal bailamme estivo e parimenti dai rigori invernali, che il mare d’inverno sarà pure suggestivo, ma a me pare triste, col vento che ti sferza il viso e il freddo diventa fastidio, quando in montagna è piacere. Invece adesso la temperatura è perfetta, il sole tiepido ma non fastidioso, sulla spiaggia ci si conta, inutili pensionati in attesa della fine, ma non domi e pronti a sfruttare fino all’ultimo il sostegno dell’INPS, resistendo dispettosamente alle onde del Covid e di ogni altra peste che il cielo ci vorrà mandare. Come si sta bene, gli occhi socchiusi, un libro, leggero, anzi leggerissimo, in mano, il sentore di iodio da inalare che arriva da sud, sommo beneficio per me che ho lasciato a maggio l’ennesimo importante organo di questo mio corpaccio inutile e magagnoso nella pattumiera di una sala chirurgica, carne morta da smaltire come trippa per gatti. 

Un gabbiamo vola radendo il confine tra mare e terra, mi sfiora e poi plana via verso lidi lontani, quasi a volermi segnare la via; vai Jonathan, goditi la libertà che ti compete, vai verso l’infinito, per le strade del mondo, vai a scagazzare lontano da qui, dove invece tutto è pulito, la spiaggia pulita, l’acqua pulita, la passeggiata pulita, quasi mi sento a disagio io, che ieri non mi sono lavato i capelli. Certo, dove tutto è in ordine e pulito si sta bene, si sta meglio e addirittura cerchi di capire le motivazioni per quei blocchi all’uscita dell’autostrada che porta in paese, con stanchi gendarmi che ti fermano per controllare che non porti qualche nero in fuga sul sedile posteriore, miserevole dimostrazione di fermezza senza se e senza ma, esaltazione muscolare di facciata anche se totalmente inutile, di fronte ad una opinione pubblica disturbata e che comunque non servirà, né ad evitare che l’acqua continui a fare il suo naturale corso, da dove si sta male a dove si spera di stare bene, né a bloccare l’ascesa al potere delle orrende ideologie che si pensavano affondate nelle fogne della storia ed invece ogni tanto, con malevola periodicità riaffiorano, perché comunque sia non muoiono mai, qualunque cosa sia mai stata fatta. 

Bisogna lasciare passare i decenni, poi la storia ridarà le carte e i nostri ripoti, come già abbiamo fatto noi, si chiederanno come poteva la gente non sapere o fare finta di non sapere e ignorare questa volta, la gente che muore, che viene uccisa, torturata, violata, solo perché è nata nel posto sbagliato. Il mare invece, rimane qui di fronte a me, quasi immobile, culla e liquido amniotico allo stesso tempo; come immaginarlo onda violenta e distruttiva, assassino ed insensibile giustiziere allo stesso tempo, livella impietosa che spezza i fili della vita a caso, natura leopardiana priva di sensibilità verso quel genere estraneo ai suoi ritmi. Va bene, adesso basta, io sono nato dalla parte giusta e posso godermi questo otium impagabile e meraviglioso, dove altri vorrebbero invece aggrapparsi alle rocce con le mani sanguinanti. Chissà se prima o poi, magari in un’altra vita, ci toccherà pagare il conto.


giovedì 27 luglio 2023

Ritorno a Vallouise

 


Vallouise è una deliziosa valle della mia dolce Francia, terra che amo, come sapete, che si insinua nel massiccio del Pelvoux e che già lo scrso anno avevamo esplorato e così tanto ci era piaciuta, che si era deciso per un replay, quest'anno. Ve ne avevo già parlato, ma repetita iuvant e così eccoci qua a raccontare di nuovo della nostra scampagnata, levati di primissima mattina secondo i nostro standard,, partenza alle 8:15, stop per colazioncina al volo al Colle e poi giù verso Cesana e il Monginevro, dove gli occhiuti gendarmi francesi sorvegliano con occhio assonnato che le macchine non facciano da trasporto naufraghi, mentre intanto i bisognosi invece transitano dal sentiero della montagna, in questa stagione non più innevato e quindi un poco più agevole, e infine ancora su e giù verso  Briançon, che un Google map più sovranista del re continua a chiamare Brianconi e infine a infilare la strada verso Gap, salvo lasciarla dopo una ventina di km appunto per imboccare la valle suddetta. Il paesino di Vallouise barra la strada che prosegue ancora per una decina di chilometri, salendo solo negli ultimi due o tre fino ai 1890 metri circa e arrivando su un largo pianoro che fa da base logistica davanti al levarsi delle montagne della barre des Ecrins che si innalzano davanti con pareti inquietanti. Rocce aspre e graniti dalle spaccature nette che attendono chi voglia arrampicarsi su di loro con un'aria che invoglia alla sfida. E di gente che ne ha voglia evidentemente ce n'è tanta, visto il numero di macchine che affollano l'amplissimo parcheggio ricavato tra gli arbusti e già pieno zeppo di prima mattina, almeno alle 11 circa, ora del nostro arrivo. 

Bisogna dire che i gitanti e gli amatori della montagna si affollano qui con i più differenti intenti, dalle famigliole in cerca di un posticino per un piacevole picnic, a barbuti hipster bardati di tutto punto che si addobbano di fasci di corde, ramponi e picozze da ghiaccio e che si apprestano ad imprese scalatorie sui ghiacciai circostanti, posto che il riscaldamento globale, amato o negato che sia, ce ne abbia lasciato qualcuno da aggredire. Lungo la strada che arriva fin su, del resto abbiamo notato altri gruppi di addobbatissimi e nerboruti e nerborute per carità, che anche le donne qui non si fanno mancare nulla, che si predisponevano ad attaccare ferrate e pareti scuola, dove affrontare i primi passi dell'affondare i denti nella roccia viva, mentre il torrente ricco di acque gorgoglianti rumoreggiava appena più sotto, scavando orridi e marmitte man mano che scendeva verso valle, con acque azzurro ghiaccio, che portavano con sé il ricordo omeopatico dell'acqua rappresa che le aveva formate, la memoria dell'acqua è proverbiale si sa. Ne vedi diversi di questi aspiranti ragni delle rocce appesi qua e là, per le pareti verticali a strapiombo che si consultano l'un l'altro o con il probabile istruttore per dove sia meglio attaccare la mano o mettere il piede, al fine di progredire sempre più in alto, come diceva una vecchia pubblicità della grappa. Ma per carità, ognuno ha diritto di divertirsi come gli pare. Per non parlare delle schiere di biciclisti, a gruppi o spargoli, che arrancano sulle rampe ed i touniquet di questa strada vigliacca che impone a chi non sia già passato alla furfantesca pedalata assistita, fatiche improponibilii a noi umani che pure ne abbiamo viste stante sulle cinture di Orione.

Comunque noi siamo arrivati alla base calcolata per lo svolgimeto del programma odierno, la base della morena che mostra le due vie che si inerpicano verso quelle che erano le due lingue di ghiacciaio che scendono o meglio scendevano verso di noi. Uno, il glacier noir è praticamente scomparso o meglio regredito a tal punto da non essere quasi più visibile dal nostro punto di osservazione, l'altro il glacier blanc, invece è ancora lì, più in alto, un 4/500 metri all'insù, che occhieggia su una cengia al di sotto della quale uno stretto e ripidissimo sentiero si dipana a zig zag verso l'alto, quasi volesse invitarti a salire se ne hai il coraggio e soprattutto la voglia. Così qualcuno dei nostri sodali, i più agguerriti, i più incarogniti e decisi del team, bardatisi di tutto punto, regolati i bastoncini da salita, zaini affardellati di vettovaglie e generi di conforto e riparo, parte deciso all'attacco dello sperone roccioso che ci separa dal bianco abbagliante che si sporge dall'alto e sembra avere voglia di caderci sulla testa. Supereranno i nostri prodi il temuto sperone degli Italiani? Solo il prosieguo della giornata saprà dirlo. Sotto, davanti noi, il torrente glaciale che esce dalle due morene e si scaraventa verso valle con tutta la furia della sua giovane vita. 

Noi, gli altri, che non siamo presi da questo cupio dissolvi che costringe a sfidare la montagna e costringerla a cedere ai nostri voleri, ma, più umilmente ne rispettiamo la volontà di solitudine, lasciamo che le orde di camminatori procedano all'attacco del sentiero, quasi fossero un ulteriore elemento naturale di erosione, fruitori e responsabili al tempo stesso dell'ulteriore degrado di questa natura contaminata che ci sta davanti agli occhi e più prosaicamente ci dirigiamo verso una costruzione in legno che ha addobbato una serie di tavolini alla bisogna, per prenderci una bibita fresca ed asciugarci il sudore che i volenterosi assalitori ci hanno fatto venire al solo guardarli nella preparazione dell'ascesa verso l'infinito. Poi, riposati della fatica, che comunque anche guidare stanca, scendiamo verso il bel paesino di Vallouise dove, il già precedentemente adocchiato ristorantino La table del Nany, acconciamente riservato a suo tempo, ci attende con un piatto di gratin di trota e cavolfiori e altre delizie, per rinfrancarci in attesa del ritorno dei nostri prodi. Assolutamente consigliato.




venerdì 9 giugno 2023

Madelaines e estate incipiente

Menton - Francia

"Destinazione mare
Ho chiuso la vita invernale
Do fiducia alla nuova stagione
Che tarda ad arrivare
Non smetto mai, non smetto di sperare"

La voce di Tiziano Ferro è piacevole ed evoca atmosfere di cruda bellezza, adatte ai momenti in cui devi adattarti a nuove situaziomi, quando pensi di aver chiuso definitivamente un capitolo e hai solamente la voglia di aprirne un altro. Il profumo delle madelaines riempie la cucina mentre faccio colazione, è un sentore di buono che ti rappacifica col mondo. Capisco bene Marcel che ne aveva fatto un punto fisso della sua Recherche, certo le sue motivzioni erano assai più profonde e la sua ossessione di certo molto più motivata, inoltre le mie madelaines non sono certo fragranti e delicati dolcetti appena sfornati dalla vicina pasticceria, ma semplicemente prodotti da forno industriali del vicino supermercato, anche se proclamano con vigore di non contenere assolutamente il bieco olo di palma e ça va sens dire, anche senza un sacco di altre cose mefitiche, il green washing colpisce senza pietà e di certo non assillava le mattine di Proust, ma il profumo c'è e non si può negare che poche cose come i profumi, gli odori, siano evocativi  più delle parole. Così questo aroma mi dice semplicemente Francia, Cote, aria pulita, luce intensa che tratteggia gli alberi di limone sulla collina. La spiaggia poi, in questa stagione ancora di passaggio, è splendidamente deserta, mancano decisamente le orde di pensionati italiani che attendono la fine della scuola per sobbarcarsi i nipoti e quei pochi gruppetti che si raggrumano sotto le scalette camminando con fatica sulla ghiaia grossa è costutuito essenzialmente da vedove che sperano che Macron l'abbia vinta sui casseur e risolva il problema pensionistico per consentire loro di godere ancora per un po' della reversibilità del marito. Beh ognuno pensa ai suoi problemi, si capisce. 

Comunque il sole fatica a faresi vedere deciso e per fortuna, perché oggi mi son dimenticato sia cappello che crema e non vorrei, già oggi pomeriggio cantare l'Aida, come si dice in questi casi. Il mare sembra davvero un olio, sarà che ci siamo fermati in una caletta abbastanza riparata e l'acqua è talmente chiara che si vede il fondo annche a un paio di metri, sembra davevro di essere ai caraibi, non fosse per la ghiaia. Il problema è calarsi dentro all'acqua, già perché pare di entrare dentro un freezer, altro che storie. E' un po' quella morsa che che ti prende i piedi appena scendi dal bagnasciuga e poi sale sui polpacci, modento le gambe come un cane inferocito. Resistere, che poi passa, è vero, dopo un po' gli arti sono intorpiditi completamente e ti sembra di essere ancora su quel lettino, pochi giorni fa quando le sostanze inoculate, a fin di bene certo, ti avevavo intorpidito il corpo oltre che il cervello. Insomma non è che si può rinunciare, ormai siamo qua e bisogna buttarsi, anche perché dovrebbe essere una mano santa per noi convalescenti. Chissà, essere un po' più in su, sulla collina in uno dei grandi alberghi belle epoque, anche se ormai sono tutti condomini pieni di cuneesi, tolta la divisa da ufficiale zarista e avvolto in un accappatoio immacolato dopo il bagno caldo, guardando di sottecchi la duchessina Elisejeva, sulla balconata, che guarda il mare e fa finta di non accorgersi della tua presenza. Solo cento anni fa, però che tempi. Invece noi stiamo qui ad arrostirci coi piedi nel ghiaccio in forse se buttarci o no. Alla fine prevale il coraggio e giù, un urlo soffocato anche per non turbare le madames, che si tengono le mani davanti alle prugne avvizzite, memori di tempi migliori quando si esponevano assieme a Brigitte, bramando il sole che non c'è. Una volta dentro però, che bello, il freddo passa subito, più che altro è il corpo che diveta completamente insensibile e neppure sentirebbe più l'odore delle madelaines. Certo che a giugno il sole è comunque infido e picchia duro anche attraverso le nuvole, così ci sono cascato per l'ennesima volta. Primo giorno, bella scottata e mal di testa. Speriamo passi per domani.



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mercoledì 24 agosto 2022

Vallouise e le Parc des Ecrins


Parc des Ecrins - Glacier blanc

Lo confesso, amo la Francia come più volte vi ho ripetuto e ci ritorno ogni qualvolta ne ho l'occasione. Così ieri, complice la giornata spettacolare e gli amici che a loro volta spingono, abbiamo come si dice, inforcato la macchina (o forse non si dice, ma con la bici sarebbe stato molto più faticoso dati i saliscendi e la distanza, anche se sono itinerari appunto disegnati proprio per gli amanti delle due ruote) e abbiamo preso la via del Monginevro percorrendo una delle supposte strade di Annibale al contrario e superata Briançon, che non so come mai il navigatore si ostina a chiamare Brianzoni (forse un rigurgito del ventennio o chissà, forse un  riposizionamento una volta letti i sondaggi più recenti, meglio infatti saltare subito sul carro dei vincitori) abbiamo preso la bella valle della Durance che scende verso Embrun e dopo pochi chilometri deviato a destra verso la valletta che penetra nel massiccio degli Ecrins. Subito la strada che costeggia la riva destra del fiume, un poco più dall'alto della strada principale, devia all'interno e comincia ad inerpicarsi superando prima il paesino di Les Vigreaux, del quale le guide consigliano una breve visita per apprezzare le vecchie case tradizionale del centro e continua fino a raggiungere, in circa cinque chilometri, l'abitato di Vallouise, punto di partenza per l'entrata nel parco. Poi la strada prosegue per una quindicina di chilometri risalendo la valle fino a raggiungere una amplissima area di parcheggio nei pressi di un rifugio che funge anche da ristorante, al centro di un circo glaciale dove un tempo si riunivano forse diverse lingue dei ghiacciai che scendevano dal massiccio. 

La strada per arrivare fin qui, tutta asfaltata e di facilissimo accesso ed è davvero un piacere della vista. Siete circondati da altissimi picchi a tratti di natura quasi dolomitica, con vette ardite che raggiungono e superano in alcuni casi i 4000 metri ed i boschi di conifere che ne risalgono i fianchi sono fitti e nonostante la siccità di questa annata disgraziata, ancora verdissimi. Il torrente che percorre la valle serpeggia zigzagando tra massi e scarpate, alternando tratti più calmi a ripidi salti e cascatelle che si precipitano in forre spumeggianti, rumoreggiando e lanciando schizzi bianchi tra i massi di granito. Quando la quota lascia spazio ai pascoli alti e le radure da piccoli areali tra gli alberi si mutano in ambienti sempre maggiori fino a conquistare completamente il fondo valle, la vista libera porzioni di cielo e di monte sempre più grandi e le vette si stagliano contro il blu, mentre il sole comincia a bruciare la pelle. Le montagne che ti circondano sono aspre e scoscese. Indovini pareti di roccia nuda quasi verticali che fanno da protezione a picchi alti ed aguzzi rendendone se possibile ancor più ardua la salita. Di tanto in tanto incontri gruppetti di giovani attrezzati di tutto punto, con imbragature e corde, segno che salire qui è vera e propria scalata e non più semplice escursionismo se pur di alta montagna. Incroci una palestra di roccia, nascosta dopo un piccolo tunnel scavato nel monte ed i tipi appesi alle corde o che si trascinano lungo la parete attaccati a funi di metallo fisse di una bella ferrata, mostrano una certa fatica a salire. 

Procedi ancora fino a raggiungere appunto il luogo dove lasciare le auto. Da qui puoi andare avanti lungo il greto amplissimo del torrente che ha creato una vasta area alternata ai materiali morenici scaricati dalle lingue circostanti. Il luogo è davvero di selvaggia bellezza. Cammini sulla pietraia lungo un comodo ed ampio sentiero per un paio di chilometri arrivando fino alla confluenza dei due torrentelli che escono dalle due parti della montagna, uno dal Glacier blanc, la cui lingua finale spicca maestosamente in alto da una valle sospesa da cui si precipita a valle una cascata ricca che scende fino quasi ai tuoi piedi e l'altro, che scende più rettilineo da sinistra dal Glacier noir, non più visibile da questo punto, credo perché vistosamente arretrato negli ultimi anni. Dal ponticello che lo oltrepassa per dare accesso al sentiero che prosegue poi per arrivare fino al ghiacciaio, hai la vista migliore e spazi all'intorno, dominando picchi lontani, mentre davanti campeggia la Barre del Ecrins in tutta la sua possanza; a sinistra il Pelvoux, scuro e ormai in ombra, a destra altre splendide cime illuminate dal sole. Gli escursionisti che salgono lungo il sentiero sono moltissimi, tanti ragazzi e bambini. La salita non sembra affatto impegnativa e dovrebbe permettere di arrivare al ghiacciaio in una oretta, per il rifugio del Glacier Blanc, il cartello segnala quattro ore.  

Bisogna confermare che tutto il massiccio degli Ecrins è davvero stupendo con moltissime possibilità sia escursionistiche che alpinistiche propriamente dette ed inoltre offre una vastità di opzioni davvero impressionante date anche le dimensioni del territorio. Infatti basta aggirare il gruppo verso destra prendendo la strada del Lotaret per arrivare dalla parte opposta con le salite al ghiacciaio della Meige e alle altre straordinarie cime che svettano sul versante nord. Insomma uno spettacolo per gli amanti della montagna. Noi possiamo invece scendere verso valle ritornando al paesino di Vallouise, per dare un'occhiata alle viuzze del centro antico con le belle case, magnificamente conservate e soprattutto alla chiesetta di S. Etienne, di sorprendente fascino per un paesino di queste dimensioni, con la sua volta a carena di nave, il ricco altare centrale ed alcune statue lignee di pregevole fattura. Insomma una escursioncina fuori porta che merita il viaggio di un'oretta da Sestriere. Casomai, se proprio dovete chiudere la giornata in bellezza, potete fare poi una sosta al ristorante Le Vallois a gustare qualche piatto tipico di questo versante alpino, raclette, bourguignonne, trota alla mugnaia di torrente, boite chaude (che segnalo perché molto buona). Insomma anche per integrare le calorie spese nella gita che non si sa mai. Nell'altro ristorante che ci avevano assai consigliato, non ci hanno presi anche se c'era ancora posto perché, capirà non riusciamo a trovare personale e siamo solo in tre. E qui non è neanche questione di reddito di cittadinanza.

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