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Le etnee

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Le etnee
Tragedia perduta
Autore Eschilo
Titolo originaleΑἰτναῖαι
Lingua originaleGreco antico
GenereTragedia greca
AmbientazioneSicilia
Prima assoluta471-470 a.C. circa[1]
Teatro greco, Siracusa[1]

Le etnee (in greco antico Αἰτναῖαι?, Aitnâiai) è il titolo di una tragedia greca di Eschilo, di cui nulla è rimasto, se non un frammento dell'opera (ma di incerta attribuzione), un frammento di un riassunto e qualche riferimento in altre opere. Fu composta per celebrare la rifondazione, da parte di Gerone I, della città di Katane con il nome di Aitna.

Caratteristiche

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Nulla si sa della trama dell'opera, se non che essa era ambientata in ben cinque località diverse (cosa assai inconsueta per una tragedia greca, in aperto contrasto con le cosiddette unità aristoteliche). La prima parte dell'opera era infatti ambientata ad Aitna, la seconda a Xuthia (mitica città dell'eroe eponimo Xuto),[2] la terza nuovamente ad Aitna, mentre il resto dell'opera era ambientato dapprima a Leontini, poi a Siracusa, infine sul colle Temenite.[3]

A sud di Aitna il Simeto sfociava nel Mar Ionio. Nelle sue vicinanze ebbe luogo[4] il connubio di Zeus e della ninfa Taleia, la figlia di Efesto; per paura di Era, Zeus pregò Gaia di nascondere la partoriente nel suo grembo e, quando giunse il momento in cui doveva partorire, la terra si aprì e liberò i due figli di Taleia, che da quel momento in poi furono chiamati "Palici". Da un dialogo del dramma si sono conservati i versi:

«A. «E come dunque l'uomo li chiamerà?»

B. «Palici, ordina Zeus, degni d'onore.»
A. «E nel loro nome resta il "ritornare"?»
B. «Sì, dall'oscuro tornano alla luce.» (πάλιν ἵκουσι).»

In connessione con i Palici si doveva parlare anche di una "Città di Crono"[5], che più tardi fu chiamata "Hiera-Polis" e vi ricorreva anche l'espressione[6] «dei fiumi il labbro dai molti alti steli» (della canna). Eschilo parlava qui[7] di "αἱμοί" (= siepi di spine) nel senso di δρυμοί ossia "bosco", di "ἀναξία" nel senso di "sovranità di un re"[8], e parlava qui[9] degli dei semplicemente come dei "più forti", i κρείσσονες.

Tra il 476 e il 475 a.C., Gerone opera, come già Gelone, un intenso programma di redistribuzione demografica, come attesta Diodoro (XI, 49):[10]

«Ierone, dopo aver cacciato dalle loro città i Nassii e i Catanesi, vi inviò propri coloni, raccolti cinquemila dal Peloponneso e altrettanti da Siracusa. Catania la ribattezzò in Áitna e assegnò in lotti non solo il suo territorio, ma anche molto di quello limitrofo [...] sia perché voleva disporre [...] di una forza di intervento pronta e numerosa, sia perché mirava a ottenere onori eroici da una città di diecimila abitanti. Trasferì poi in Lentini i Nassii e i Catanesi scacciati dalle loro città, obbligandoli a coabitare con gli indigeni.»

La rifondazione di Katane è oggetto, oltre che delle Etnee, anche della celebrazione di Pindaro (Pitica 1, 58-70). In essa, Gerone è proclamato cittadino etneo e a Dinomene, figlio di Gerone, viene attribuito il titolo di re (βασιλεύς, basiléus) di Aitna. Sembra che la propaganda dinomenide tendesse ad appropriarsi di tradizioni sia sicule sia euboiche. Sicule, perché, nelle Etnee, Siracusa è presentata come grande fattore di ellenizzazione del mondo indigeno isolano, ad esempio nel caso dell'appropriazione dei culti legati ai Palici, che significa una "depauperizzazione di tutte le tradizioni connotanti identità anelleniche"[11]. Euboiche, perché Eschilo dipinge la polis aretusea che si ricollega alle tradizioni fondative delle poleis ioniche.[12]

L'operazione di redistribuzione demografica è favorita da una eruzione dell'Etna, che sia Pindaro che Le etnee menzionano.[13]

  1. 1 2 Guido Avezzù, Il mito sulla scena, Venezia, Marsilio, 2003, p. 31, ISBN 88-317-8070-0.
  2. Xuthia, su books.google.it. URL consultato il 5 maggio 2020.
  3. Ramelli, op. cit., pp. 197-201.
  4. Fr 27 M.
  5. Fr. 29.
  6. Fr. 30.
  7. Fr 31.
  8. Fr. 32.
  9. Fr. 33, come in Prometeo incatenato, 902.
  10. Braccesi e Millino, op. cit., pp. 84-85.
  11. Braccesi e Millino, op. cit., p. 87.
  12. Braccesi e Millino, op. cit., pp. 86-87.
  13. Braccesi e Millino, op. cit., p. 85.

Collegamenti esterni

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