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Partendo dal concetto di “megatrend” (espresso da Naisbitt nel 1982 e poi evoluto) vedo alcuni elementi ricorrenti nella società, che col tempo si intensificano e che non posso più ignorare.
1) biforcazione (o polarizzazione).
Chi è di destra si radicalizza, chi aveva dubbi sui vaccini diventa militante novax. Chi è smanettone si innamora delle AI. Chi sta nel mezzo è sotto stess, chi sta lontano dalla tecnologia inizia a temerla sempre di più… e spesso diventa carne da macello (come accade agli utenti dei social, frastornati, sfruttati, quasi lobotomizzati).
2) La traduzione.
Abbiamo bisogno di tradurre tutto, non solo le lingue. Traduciamo quello che ci insegnano a scuola in pratiche applicabili nella vita quotidiana. Traduciamo in valore finanziario tutto ciò che viene toccato dal capitalismo. Traduciamo in matematica probabilistica quando usiamo le AI generative. Traduciamo in digitale tutto ciò che prima era solo nel mondo fisico (come una chiacchierata tra amici). Traduciamo in amore se siamo ferventi cristiani. Traduciamo tutto in Stato se siamo comunisti. Le traduzioni propagano qualche tipo di errore. L’errore aumenta entropia e complessità del sistema.
3) La complessità
Ogni settore aumenta la propria complessità per stratificazione e conseguente tentativo di standardizzazione. La standardizzazione deve essere studiata per poter essere utilizzata. Se aziende private modificano gli standard creando i loro protocolli (vedi MCP) in pratica si producono autostrade private su misura. eppure… Non ci si perde più.
4) certizzazione.
Abbiamo perso l’allenamento a perderci. In questo scenario primeggia uno strumento come GPT che è strutturato su due illusioni chiave 1) che si possa dare una risposta a tutto, 2) che anche se questa risposta si dimostra sbagliata non ci sono grosse conseguenze.
5) fortunizzazione/gamificazione:
Così come nelle slot machine pensiamo di aspettare il turno giusto e vincere una somma che ci cambia la vita, così “chiedendo” ad un LLM pensiamo che tirando abbastanza bene la leva potremo ottenere una chiave di lettura della realtà.
6) solitudine reale e di intenti.
La cosa interessante è che in questo scenario siamo sempre più soli, senza la forza di ascoltare gli altri… quindi la macchina che simula la compagnia (di nuovo LLM si pongono come soluzione) può creare dipendenza. La coesione nei gruppi di persone è sempre più ardua, i gruppi diventano effimeri e monotask.
7) stress e paura (anche FOMO)
Il risultato netto dei social è una perdita di produttività e aumento di stress… guarda caso si vendono proprio come “alleggeritori” dello stress, in realtà lo causano, esattamente come la nicotina. L’aumento complessivo di stress è una conseguenza della complessità, così come l’accesso a social, gioco d’azzardo, porno e industrie dell’intrattenimento (videogiochi, film) diventa pervasivo ed a sua volta origine di nuova insoddisfazione e stress per mancata connessione con la vita.
8) profitto economico come panacea
Nel 1992 Roger Waters cantava “it all makes perfect sense expressed in dollars and cents” facendo eco alla costante paura del mondo calmierata solo dall’inseguire ideali di ricchezza economica.
9) erosione del capitalismo
La traduzione di tutto in denaro (nessuno cerca più di risolvere i problemi perchè si pensa che accumulando abbastanza denaro i problemi non ci riguaderanno più) porta ad una estrazione di valore da tutta la società.
e quindi:
Intermediazione
Tutte queste forze convergono in una macro corrente, il digitale come intermediazione tra esseri umani. Abbiamo visto la nascita ed ascesa di Social Network e motori di ricerca il cui unico scopo dichiarato era “aiutarti a stare piu vicino ai tuoi cari” e invece ci hanno allontanato. “aiutarti a trovare tutte le informazioni del mondo” e invece ci hanno reso più assuefatti e dipendenti. I grossi brand che sanno gestire l’intermediazione tra esseri umani si sovrappongono all’editoria, alle notizie, ai negozi online. Ti danno l’illusione dell’iper connessione eppure nella mente del consumatore c’è spazio per pochi brand di cui ci si fida. E se becchi una fregatua per aver comprato da una pubblicità su Instagram? Beh affari tuoi che non hai controllato. Instagram però rimane credibile ed essenziale per far sapere al mondo che noi esistiamo, o come l’ha detto Altàn molto meglio:

Google esprime tutte queste tendenze, da oltre 20 anni, update dopo update. Oggi incassa centinaia di miliardi sottraendo valore dal web pubblico, proponendosi come intermediario unico e veicolo della realtà, alzando i muri del suo ecosistema. Oggi (2026) solo un 30% delle ricerche all’interno di Google risultano in un clic verso il web pubblico, questa tendenza è in atto da anni ma accelera con l’introduzione di AIOverviews.
I dati di Cyrus Shepard / Zyppy (aprile 2026)
Shepard ha analizzato oltre 400 siti vincitori e perdenti nell’algoritmo Google nell’ultimo anno, cercando caratteristiche misurabili che predicessero il successo. Il risultato smentisce l’idea che Google premi semplicemente i “buoni contenuti”: premia ciò che l’AI non può replicare.
I cinque tratti correlati positivamente con la crescita di traffico sono, in ordine di peso: offrire un prodotto o servizio proprio (presente nel 70% dei vincitori contro il 35% dei perdenti), permettere all’utente di completare il compito senza uscire dal sito (84% vs 50%), possedere asset irriproducibili — database, recensioni, software, contenuto generato dagli utenti (93% vs 57%), avere un focus tematico stretto e profondo (76% vs 61%), essere una destinazione cercata per nome, cioè avere un brand (33% vs 16%).
I perdenti sono quasi tutti editori informativi, siti di affiliazione, testate generaliste: chi produce conoscenza gratuita senza vendere nulla e senza possedere asset esclusivi.
La scoperta più rilevante è l’effetto additivo: avere una sola di queste caratteristiche non basta. Con quattro o cinque caratteristiche il tasso di successo sale al 70%. Google sta costruendo un ecosistema in cui sopravvive chi ha capitali, proprietà e una transazione da offrire — e questo è esattamente il meccanismo che erode il web pubblico che ho descritto sopra.
La mia speranza: tu che leggi
Spero in una piccola e crescente comunità di persone che come scelta etica decida di restare fuori da Google, fuori dalle piattaforme private di social “networking” e continui il percorso evolutivo iniziato con la prima internet degli anni 2000 e poi messo in pausa dall’arrivo dei grandi capitali. Come? Col telefono. Col web libero, col passaparola.
PS. mi sono fatto fare da Claude uno schemino.





