avrei voluto essere quello che portava i caffè sul set di otto e mezzo l'accordatore di chitarre dei beatles un cliente del village vanguard la domenica in cui bill evans suonò: uno che era lì con la ragazza le parlava spostando il bicchiere e il tintinnio si sente nel disco e disturba un po'. vorrei essere uno che passa per caso e per caso entra nella fotografia o un frate della sistina, che lo mettono a passare i pennelli a michelangelo, o un tizio medievale a naso in su mentre costruiscono una cattedrale che grida: ma quel muro non è storto? e così evita il crollo, un vicino di casa di einstein, che parlando di sua moglie dice ma in fondo tutto è relativo e all'altro qualche cosa salta in mente; un amico, un parente, di primo levi, di shakespeare o di omero che gli fa: ma queste cose tu perché non le scrivi; il proprietario del melo di newton il contadino del monte degli ulivi. vorrei sfiorare ed essere sfiorato, come le cose che passano passare: l'amico che telefona ogni tanto, lo zio che porta i regali a natale e in mezzo però, tra un passaggio e l'altro, in mezzo essere niente: un racconto un ricordo l'accenno di rimpianto nella domanda: "ma che fine ha fatto?" ed il mezzo sorriso alla risposta "vedrai che prima o poi passa di qua".