31 ott 2013

Blancanieves

Siccome sono pigra e il rientro in ufficio ha un po' destabilizzato il fantastico ritmo del dolce far niente a cui mi ero abituata fin troppo bene (martedì sera mi sono addormentata sul divano prima dell'inizio di Ballarò e/o Criminal Minds, in alternativa) in occasione del suo arrivo in sala (e meno male, perché il film è davvero bello) vi ripropongo un post già pubblicato lo scorso 27 novembre, tanto all'epoca non se l'era filato praticamente nessuno, quindi è come se fosse nuovo. O almeno, usato pochissimo. Voi fate finta che lo sia, e fingete stupore e meraviglia.


Film spagnolo, muto, in bianco e nero, scelto dall'Accademia spagnola del cinema per concorrere nella corsa agli Oscar 2013 nella sezione dedicata al miglior film in lingua straniera, ma che non è entrato a far parte della cinquina finale. Il regista, Pablo Berger, è riuscito a realizzarlo solo grazie al successo ottenuto da The Artist. Che l'oscar l'ha vinto. E che io, invece, non ho ancora visto.
Siviglia, anni 20. Il famoso torero Antonio Villalta viene incornato alla fine di una corrida, sotto gli occhi della bellissima moglie Carmen, incinta. Mentre in una sala operatoria tentano di salvare la vita ad Antonio, in sala parto Carmen muore dopo aver dato alla luce una bimba, che il padre non vuole nemmeno vedere. La piccola Carmen cresce con la nonna, mentre il padre, rimasto paralizzato a seguito dell'incidente, si risposa con la perfida Encarna, infermiera che l'ha accudito durante la convalescenza.
Finché, durante i festeggiamenti della prima comunione di Carmen la nonna ha un malore. E muore. La bambina verrà accolta a casa del padre e della matrigna, che le impedirà di vedere Antonio e la tratterà come una sguattera. Molto più Cenerentola che Biancaneve, se stai a vedere. Un giorno, per recuperare il gallo Pepe, finisce nella stanza del padre, che, dopo averle chiesto perdono, le insegnerà i fondamentali della tauromachia.
Ma quella grandissima troia di Encarna non può tollerarlo, e, dopo aver servito a cena il povero pollo alla ragazzina (che son cose che ti traumatizzano per sempre, lasciatemelo dire. Provate a indovinare per quale motivo io non mangio pollo, ad esempio?) uccide il povero Antonio spingendolo giù dalle scale.
Con la scusa di mandarla a raccogliere fiori da portare sulla tomba del padre la fa uccidere dall'autista/amante/sottomesso. Ma viene salvata da un gruppo di nani toreri, che gira il paese con uno spettacolo itinerante. Carmen non ricorda più nulla e i nani decidono di chiamarla Blancanieves, che, scesa nell'arena un giorno per caso, diventerà una bravissima torera, ma...
Una favola amara.
Una bella favola amara.
Con Angela Molina nel ruolo della nonna.
L'attrice che interpreta Carmen/Blancanieves si chiama Macarena Garcia ed è di una bellezza che non si capisce. Che nemmeno se resti segregata per un paio di mesi a casa del signor Photoshop in persona riesci a diventare figa come lei.

30 ott 2013

The Lincoln Lawyer


At the hospital, not at the morgue.


L’avvocato difensore Mickey Haller ha un ufficio semovente a bordo di una Lincoln nera con tanto di autista e targa personalizzata "nt guilty", e, in quanto a correttezza, la sua etica professionale lascia un po' a desiderare, ma questo non gli impedisce certo di svolgere al meglio la sua professione, anzi, la sua clientela è sempre più che soddisfatta.
Quando gli viene proposto di assumere la difesa del ricco Louis Roulet, rampollo di una famiglia di immobiliaristi, Mickey pensa di poter guadagnare un po' di soldi facili.
Il giovane è accusato di aver aggredito e stuprato una escort, ma ovviamente lui dichiara di essere innocente.
Mickey inizialmente crede alla versione di Louis,che afferma di essere stato incastrato dalla ragazza che aveva un complice, ma quando un detective gli ricorderà che a San Quintino c'è un condannato per l'omicidio di una prostituta (che grazie alla difesa di Haller è riuscito ad evitare la pena di morte) che continua a sostenere di non essere colpevole, all'intraprendente avvocato tornano alla mente le parole del padre, che gli ricordava che i clienti più difficili erano i veri innocenti, e decide di riprendere in mano le carte di quel vecchio caso, trovando alcune impressionanti similitudini fra quell'omicidio e l'aggressione della ragazza che accusa Roulet.
Quando il suo investigatore Frank viene ucciso, Mickey capisce che Roulet è il vero colpevole, e siccome quando il gioco si fa duro non solo i duri iniziano a giocare, ma a volte giocano sporco, farà in modo che, nonostante continui a difenderlo, le cose vadano, per una volta, per il verso giusto.
Non ho letto il romanzo di Connelly da cui è stato tratto il film, quindi, per quanto mi riguarda, l'ho apprezzato.
Matthew McConaughey è bravo nel ruolo dell'avvocato dapprima senza scrupoli che, camminando sulla linea sottile che divide la giustizia dall'applicazione della legge riesce a difendere e far assolvere criminali della peggior specie (che è uno dei motivi che l'ha portato a divorziare dalla moglie, procuratore distrettuale) ma che si troverà a fare i conti con la propria coscienza.
Oltre a McConaughey nel cast ci sono William H.Macy nel ruolo di Frank, Marisa Tomei in quello dell'ex moglie di Mickey, Rhyan Philippe nel ruolo di Louis Roulet, oltre a Josh Lucas, John Leguizamo, Michael Peña, Bob Gunton e Michaela Conlin.


29 ott 2013

Cani sciolti

Che dire? 
Tanta roba, ma tanta davvero.
Io e le mie socie ce lo siamo godute di gusto. 
Il classico buddy movie tamarro dove non manca proprio nulla, i buoni che sembrano cattivi, i cattivi che normalmente sono i buoni, la frontiera, la droga, la rapina in banca, le ciambelle, sparatorie, esplosioni, citazioni sparse, scorrettezza a palate, violenza, politica, tradimenti, e financo lo stallo messicano. 
Bobby (Denzellone Washington, quanta classe, signori miei) e Stig (Mark Wahlberg, che da queste parti si compra praticamente a scatola chiusa) sono un agente della DEA e un ufficiale dei servizi segreti della Marina, che lavorano in coppia. Entrambi, all'insaputa dell'altro, lavorano sotto copertura, e vogliono introdursi nel cartello della droga di Papi (a un certo punto dicono che riusciranno ad arrestare Papi per estorsione. Noi si rise molto. Perchè di papi, purtroppo, non ce n'è uno solo. Ma torno immediatamente al film, tranquilli), ma, siccome durante la loro ultima visita al ranch di Sonora - con tanto di tirassegno al pollo - Papi non "esce" la coca, decidono di rapinare la banca di Tres Cruces, dove l'uomo custodisce 3 milioni di dollari, frutto del narcotraffico. 
Ovviamente, nei loro piani individuali, è compresa la cattura del socio, a rapina effettuata.
Quando scopriranno che i milioni non sono soltanto 3, ma 43 (e 125.000, per essere pignoli) e che i loro rispettivi capi nascondono molto più di qualcosa, inizialmente si separano, ma, quando capiranno di chi sono i soldi che hanno rubato, realizzano che non possono fidarsi di nessuno e uniranno le loro forze per smascherare corrotti e corruttori, fino al gran finale da film western. 
E da qualche parte, sicuramente, Sam Peckinpah sta sorridendo.


Il regista è Baltasar Kormakur, islandese, che aveva già lavorato con Wahlberg in Contraband.
Nel cast, oltre a Washington e Wahlberg ci sono Bill Paxton nella parte del perfidissimo Earl, Edward James Olmos nel ruolo di Papi, Fred Ward nel ruolo dell'ammiraglio Tuwey e James Marsden (tanto caruccio, eh?) nel ruolo di "Harvey". Che la Tiz ha collegato al coniglio invisibile amico di James Stewart. 

28 ott 2013

La signora scompare (The lady vanishes)

Film di Sir Alfred Hitchock di cui, lo dico subito, non avevo mai sentito parlare. E' del 1938 ed è uno degli ultimi film inglesi del regista, che di lì a poco si sarebbe trasferito ad Hollywood.
Visto casualmente lo scorso week end al termine di una giornata mediamente alcolica (mediamente perché stavo prendendo gli antibiotici, e il dottore mi aveva raccomandato di non bere nemmeno una birra. Il che non significa che io gli abbia dato retta) è riuscito a farsi vedere fino alla fine.


Un treno diretto a Londra a causa di una valanga che rende inagibile la ferrovia è costretto a fermarsi in uno sperduto paesino dei Balcani, e i passeggeri devono pernottare in un piccolissimo albergo. Nel gruppo, fra gli altri, ci sono Iris, in viaggio con due amiche, che sta tornando a Londra per sposarsi, Miss Froy, un'anziana governante, due tifosi di cricket alquanto contrariati per il contrattempo che rischia di non farli arrivare in tempo alla partita finale del campionato, una coppia di amanti che spera di non farsi riconoscere, e Gilbert, musicista.
La mattina successiva il treno può ripartire, e, mentre sono sulla banchina della stazione in procinto di salire in carrozza, ad Iris cade un vaso in testa. La signora Froy si prenderà cura della ragazza, ma, dopo aver pranzato assieme nella carrozza ristorante, Iris si addormenta, e, al suo risveglio, la signora Froy è sparita. 
La giovane chiederà a tutti i passeggeri se l'hanno vista, ma, incredibilmente, tutti, compresi i camerieri che le avevano servite a pranzo, negano di averla mai vista, convincendo Iris che lei era da sola, e che probabilmente la botta in testa è la causa delle sue allucinazioni. 
L'unico che sembra crederle, più che altro affascinato dalla sua bellezza che per reale convinzione, sembra essere Gilbert, che l'aiuterà nella ricerca dell'anziana governante. 
Fra un susseguirsi di avvenimenti più o meno inquietanti, i due ritrovano gli occhiali della signora Froy, e scoprono un intricato complotto destinato a far sparire la dolce signora, che in realtà è un agente segreto, e Iris e Gilbert faranno tutto il possibile per far sì che la donna porti a termine la sua missione. 
Una spy-comedy davvero gradevole, dal ritmo serrato, dove la suspance si mischia allo humour britannico.
Di questo film, che piaceva tantissimo a François Truffaut, esiste un remake del 1979, intitolato "Il mistero della signora scomparsa", con protagonisti Angela Lansbury, Cybill Shepherd ed Elliott Gould,.


26 ott 2013

La pacchia è finita (la mia, almeno)

Ultima settimana a casa. 
Chi ha detto "era ora!"?
Ho finito il ciclo di fisioterapia; ovviamente perché la caviglia torni "normale", ammesso che, ci vorranno ancora dei mesi. Mi è stato vietato l'uso dei tacchi per almeno i prossimi 3/4. Non che mi manchino tantissimo, cioè, un po' sì, ma me ne farò una ragione (forse. Non lo so. Anzi sì, lo so. No. Che ho comprato anche un paio di scarpe basse. E mi sono sentita strana. Quando poi mi è stato fatto notare che quello era l'inizio del declino ho capito che devo riprendere l'allenamento quanto prima. Magari sostituendo il 12 con un più tranquillo 10, toh). Ma se consideri che, mentre mi facevano esercitare a camminare in punta dei piedi la caviglia faceva malissimo e zoppicavo che nemmeno Kaiser Soze, forse non è ancora davvero il caso. In compenso, se la cosa può consolarvi, sui talloni riesco a camminare benissimo. Come se normalmente la gente passasse il tempo a camminare sui talloni, poi.
Comunque.
Lunedì si riprende la solita routine casa-ufficio ufficio-casa. Mentirei se dicessi che non vedo l'ora. 
E lo so che ho abbandonato l'ufficio il 9 agosto e che sarebbe davvero il caso di riprendere.
Oltretutto ho scoperto - mi ha telefonato un collega - che lunedì mattina, prima di rientrare in ufficio, dovrò sottopormi alla visita di controllo dal medico del lavoro. Cosa che, mi dicono, dopo 60 giorni di assenza, è obbligatoria. E io, che da quando lavoro per la mia società devo aver fatto più o meno 10 giorni di malattia spalmati su 15 anni, ovviamente lo ignoravo. 
Ma voi lo sapete in quanto tempo io mi sono abituata alla routine casalinga? Un paio d'ore, toh, facciamo un pomeriggio, a voler proprio esagerare. Roba che più di una volta ho preso seriamente in considerazione l'ipotesi del telelavoro. 
Ma non credo che per un'assistente di direzione sia fattibile, più che altro.
Devo solo capire quale faccia da culo sfoggiare per chiedere una settimana di ferie in concomitanza del TFF, e con quali tempistiche. Chiederla subito, facendo forza sul fatto che se la sono cavati benissimo anche senza di me? O aspettare la metà di novembre dopo aver sistemato tutto l'arretrato che troverò ad attendermi sulla scrivania? Ci penserò lunedì, non posso stressarmi così nel mio "ultimo" week end.
A proposito di week end, quello passato è stato così... bello, così pieno, così inaspettato che lunedì, a casa, stavo quasi male a pensare a quanto ero stata bene. Può sembrare contorto, ma è la verità. 
Per il resto non è che sia successo granché durante il resto della settimana. 
Ho cambiato il materasso. Anche se qualcuno mi ha suggerito che avrei fatto meglio a cambiare il letto, che il mio è troppo piccolo. 


25 ott 2013

Ciao, commissario



Andrea Brambilla (21 agosto 1946 – 24 ottobre 2013)

The Ramen Girl

Ho mangiato il Ramen per la prima volta ad Osaka, nel 2007, in un locale praticamente identico a quello del film. Qua in Italia, almeno, nei ristoranti giapponesi che sono solita frequentare, il Ramen in menu non l'ho mai trovato. Peccato, perché è davvero tanto buono. Purtroppo non posso dire altrettanto del Mori Soba, che credo sia il piatto che ho meno apprezzato durante la mia permanenza in Giappone. Se devo essere sincera non sento la mancanza nemmeno dell'Okonomiyaki, ma tanto non credo che mi capiterà di imbattermici di nuovo. 
Il ramen, dicevamo. Buono, senz'altro. Molto, pure.
Ma.
Da lì a voler assolutamente imparare l'antica arte della preparazione del ramen, come immaginerete, ce ne passa.
Ma io non sono Abby, e non vivo in un film. Anche perché se la mia vita fosse un film sarebbe di una noia mortale, roba da voler fuggire in Papuasia prima della fine dei titoli di testa. 
Non che The Ramen Girl sia un capolavoro di originalità, sia chiaro.
Ma, se siete tanto kawaii e - a differenza mia - vi piacciono le favole, potreste anche apprezzare questo film.
La classica favola moderna, le differenze culturali, le barriere linguistiche, la tenacia, la realizzazione dei desideri, bla, bla, bla, ci metto pure lo spoiler e non se ne parli più.
Comunque.
Abby (Brittany Murphy) raggiunge Ethan, il fidanzato, a Tokyo, dove lui lavora. 
Ma Ethan, approfittando di una trasferta di lavoro, la liquida tempo zero.
Konbanwa, Abby.
La povera Abby si ritrova così da un momento all'altro da sola, a Tokyo, senza sapere bene cosa voler fare della sua vita. Una sera, dal balcone di casa, vede il locale di ramen e vi si dirige. Maezumi, il proprietario, senza troppi complimenti - e ovviamente in giapponese - le dice che il locale è chiuso. Abby scoppia a piangere e l'uomo, convinto dalla moglie, le dà comunque una ciotola di Ramen, e visto che sta piovendo le presta pure un ombrello per tornare a casa.
Il giorno dopo Abby torna al locale per restituirglielo e ha una folgorazione: vuole imparare a cucinare il ramen. Chiede a Maezumi di diventare il suo sensei. Ovviamente lei parla inglese, lui giapponese, e la comprensione fra i due è a dir poco complicata. Ma, in qualche modo si capiscono, e Maezumi acconsente. 
Di farle cucinare i ramen non se ne parla, Abby viene relegata a fare le pulizie. 
Ma, siccome siamo in un film, un film americano tanto buonino, alla fine la tenacia della ragazza farà breccia nel cuore dello scontroso Maezumi, che acconsentirà ad insegnarle l'arte del ramen. 
Nel frattempo Abby riesce anche ad innamorarsi di un ragazzo giapponese, Toshi, che, tipo dopo mezz'ora che si frequentano, deve trasferirsi per lavoro a Shangai. Abby, diciamocelo, c'hai una sfiga che sembran due. 
Nel frattempo il GrandMasterChef del Ramen, è in tour in città, per dare la sua benedizione ai nuovi cuochi del ramen. Ma il piatto preparato da Abby, seppur definito buono, non avrà la benedizione (con molto diludendo da parte di Maezumi, che alla fine aveva deciso che la ragazza era degna di succedergli). Abby tornerà a New York e aprirà il suo locale, "The ramen girl". E, siccome siamo in un film, un film americano tanto buonino, un giorno nel locale compare Toshi, e, come in ogni favola che si rispetti, vissero tutti felici e contenti. 





24 ott 2013

Antwone Fisher

Antwone Fisher è un film del 2002 che segna l'esordio alla regia da parte di Denzel Washington.
La storia, sceneggiata da Antwone Fisher stesso (che, quindi, non è un personaggio di fantasia) parla della sua vita, da quando, arruolato in marina, a seguito dei continui scatti d'ira, viene degradato a marinaio semplice e mandato a colloquio con lo psichiatra della base, il dottor Davenport (Denzel Washington, qua nella doppia veste di attore e regista).
Inizialmente il ragazzo fa scena muta, perché non ha nessuna intenzione di parlare dei suoi problemi ad un estraneo, in quanto lui - naturalmente - sostiene di non avere alcun problema. Dopo un'ora trascorsa in silenzio nello studio di Davenport, esce, per ripresentarsi, in silenzio, la settimana successiva.
Ma, dopo un po' di volte il ragazzo inizia a parlare, e a poco a poco scopriamo chi è Antwone, e da dove viene.
Suo padre è stato ammazzato due mesi prima della sua nascita, e lui è nato in carcere. Affidato ad un orfanotrofio la madre non andrà mai a riprenderlo e il ragazzino viene affidato alla famiglia Tate, dove, assieme ad altri due ragazzini, subirà ogni tipo di sopruso e violenza, abuso sessuale compreso. 
Il rapporto con Davenport riuscirà a fargli acquistare lentamente fiducia in se stesso, fino al momento in cui Antwone capirà che potrà liberarsi dei fantasmi del suo passato soltanto andando alla ricerca delle sue origini. E partirà alla volta di Cleveland alla ricerca delle sua vera famiglia, quella che non ha mai conosciuto.
Mentre lo stesso Davenport, grazie a quel ragazzo arrabbiato, riuscirà al contempo ad affrontare i suoi problemi coniugali, di cui negava l'evidenza.
Un film di buoni sentimenti, drammi familiari e ricerca delle proprie origini, che per alcune cose (la figura dello psichiatra come padre e mentore) può ricordare Will Hunting.
Il risultato è più che discreto, e il film riesce a non essere mai sdolcinato e stucchevole.

23 ott 2013

Memories of murder - Bong Joon-Ho


Film coreano del 2003 diretto da Bong Joon-ho, vincitore di una paccata di premi e riconoscimenti in vari festival qua e la per il mondo, tratto dal romanzo “Come and see me”, che si basa sulla storia del primo serial killer coreano conosciuto (e mai catturato).
1986. In un paese di campagna viene ritrovato il cadavere di una ragazza, e la polizia locale, totalmente inadeguata, indaga. Quando viene ritrovato il cadavere di una seconda vittima, da Seul arriva l’ispettore Seo, per affiancare i colleghi nelle indagini.
Si scontrerà ben presto con i metodi “investigativi” del detective Park, che si fida ciecamente del suo istinto e dei suoi metodi di interrogatorio che non disdegnano l’uso della tortura e la fabbricazione di prove su misura, per cui, alla fine, riesce ad ottenere confessioni un po’ da chiunque.
Quando i suoi sospetti si concentrano su un ragazzo ritardato del luogo, il classico "scemo del villaggio" riuscirà a farlo confessare, nonostante per Seo sia evidente che non può essere stato lui. Ma anche Park alla fine dovrà rendersi conto di aver preso l'uomo sbagliato.
Nel frattempo Seo sospetta che esista una terza vittima, una ragazza la cui scomparsa è stata denunciata un paio di mesi prima. Park lo convince che non può essere vero, che la ragazza aveva sempre espresso il desiderio di trasferirsi a Seul, e che così avrà fatto. Ma il ritrovamento del cadavere lo metterà di fronte all'evidenza che l'ispettore di città aveva nuovamente visto giusto. 
Non mancano momenti incredibilmente ironici, con Park che si reca in sauna per cercare uomini totalmente glabri (secondo l'uomo il mancato ritrovamento di peli pubici sui corpi delle vittime si può spiegare solo in quel modo) o che si reca nei boschi per un rito magico suggeritogli da una fattucchiera.
Ma, nonostante il diverso approccio, che li porterà allo scontro, continuano a non avere prove ma solo indizi, come gli omicidi commessi nei giorni di pioggia, con le vittime che indossavano sempre qualcosa di rosso. Grazie ad un'ispettrice riusciranno a scoprire che, in ognuno dei giorni in cui è stato commesso un omicidio, una radio libera ha trasmesso sempre la stessa canzone.
Rintracceranno l'autore della richiesta, ma la mancanza di prove concrete porterà all'ennesimo nulla di fatto, come non li aiuterà la testimonianza di una donna sopravvissuta all'aggressione del misterioso killer, né l'esame del DNA. 
E alla fine sembra di assistere ad un'inversione di ruoli fra i due detective: da una parte il freddo e analitico Seo che sarebbe disposto a tutto pur di avere un colpevole, mentre lo sbrigativo e spesso maldestro Park si è praticamente rassegnato. E la caccia all'uomo, nel trionfo del pessimismo più cupo, giunge al termine. 
Non ci sono colpevoli, restano solo le vittime.
Film magistrale, che mantiene la tensione per tutta la sua durata. Scena finale compresa.




22 ott 2013

Song for Marion (Una canzone per Marion)

Approfittando di una settimana di uscite degne di un paese del quarto mondo (perché il terzo, a livello cinematografico - e forse non solo - siamo noi) la Tiz ed io abbiamo recuperato Song for Marion in lingua originale. Unica condizione per vedere questo film, che, infatti, quando arrivò in sala, non prendemmo nemmeno in considerazione.
Song for Marion, ve lo dico subito, è un film subdolo, che le lacrime te le tira fuori a forza anche se non vuoi, e a più riprese. E ve lo dice una che detesta piangere in generale, ma al cinema soprattutto.
La storia è semplice, ma le interpretazioni di Terence Stamp, che io adoro da sempre, e di Vanessa Redgrave sono il punto di forza del film. 
Che è, fondamentalmente, una grande storia d'amore. L'amore di Arthur e Marion, che dura da una vita. Lui burbero e incazzato con il mondo e con la vita, e lei, che, a dispetto della malattia terminale che le lascia due mesi di vita, continua ad essere positiva e di ottimo umore. Grazie anche alla frequentazione di un coro amatoriale del quartiere, diretto da Elisabeth (Gemma Arterton) che, ovviamente, ad Arthur non piace, e non capisce cosa ci trovi la moglie di tanto divertente a rendersi ridicola cantando in pubblico. Fino ad arrivare al punto in cui Marion smetterà di rivolgergli la parola finché lui non acconsentirà ad accompagnarla alle prove per le audizioni per poter partecipare ad un concorso canoro, obbligandolo a scusarsi con gli altri componenti del gruppo per averli trattati malissimo qualche giorno prima.
Arthur, che ha un carattere spinoso più di un cactus tranne che con la sua amata Marion alla fine cede, per la felicità della donna. E, fra prove che si susseguono e Marion che arranca, si arriverà al giorno delle audizioni preliminari, dove gli arzilli vecchietti strapperanno applausi esibendosi in un repertorio che va dalle Salt'n Pepa ai Motorhead, fino ad una struggente True Colors interpretata dalla Redgrave (nel senso che è proprio lei a cantare) e sembra quasi che Arthur si emozioni. Ma solo un attimo, e furtivamente. Metti mai che qualcuno se ne accorga. 
Ma Marion se ne va, com'era prevedibile, e il regista è bravissimo ad evitarci la scena del funerale, grazie al cielo. Arthur dovrà abituarsi ad affrontare le giornate in solitudine, e, nonostante avesse promesso alla donna che si sarebbe comportato bene con James, il loro unico figlio, con cui non ha mai saputo costruire un rapporto, non esiterà ad allontanarlo dicendo che è meglio per tutti e due se non si vedono. 
Sarà l'ostinazione di Elisabeth, che vede in Arthur un potenziale nascosto dalla corazza con cui cerca di rendersi destestabile agli occhi di chiunque, a far capire all'uomo che è ancora possibile cambiare, e che tutto l'amore per Marion non si esaurisce con la morte della donna. 
Un film che alterna momenti di tenerezza ad altri di sano cinismo inglese, e che, nel complesso, convince e riesce a farsi apprezzare. 

















Ain't nobody 
Loves me better 
Makes me happy 
Makes me feel this way 
Ain't nobody 
Loves me better than you

21 ott 2013

Redemption

Steven Knight è uno sceneggiatore (Piccoli affari sporchi, La promessa dell'assassino) che pare abbia realizzato un gran bel film. Non sto parlando di Redemption, che è la sua opera prima, ma di Locke, passato fuori concorso a Venezia, interpretato da Tom Hardy e che io sto aspettando con impazienza che venga distribuito.
Nell'attesa che ciò avvenga (perché avverrà, vero?) ho recuperato questo, con Jason Statham, che da queste parti si guarda sempre con piacere. Il titolo originale è Hummingbird (colibrì), il titolo inglese è Redemption e sarebbe stato bello fermarsi lì. Ma no, aggiungiamoci anche "identità nascoste", che non c'entra una fonchia, e continuiamo a farci del male.
Joey è un reduce dell'Afghanistan. Ma un reduce che si è sottratto alla Corte Marziale, facendo perdere le sue tracce per finire a fare il barbone in mezzo ai barboni nei vicoli di Londra.
Divide il suo letto di cartone con Isabel, ma una sera, per sfuggire al pestaggio degli esattori (un paio di teste di cazzo che estorcono denaro ai senzatetto) trova rifugio in un appartamento fi-ghis-si-mo, zona Covent Garden. Un tripudio di stampe di Mapplethorpe alle pareti, oggetti di design un po' ovunque, guardaroba in ordine cromatico (e, tu pensa a volte il culo, della sua taglia precisa, eh?). Ascoltando il messaggio registrato della segreteria scopre che Daemon, il proprietario è all'estero per affari e non tornerà a Londra prima di ottobre. E siamo a febbraio.
Joey decide di rimettersi in ordine, si ripulisce, smette di bere e trova lavoro in un'organizzazione criminale gestita dai cinesi. Fa quello che sa fare, il lavoro sporco, anche se continua ad essere ossessionato da quello che ha fatto in Afghanistan. Inizia a guadagnare montagne di sterline, con le quali aiuterà suor Cristina, che gestisce una mensa per i poveri e che tante volte aveva sfamato anche lui. Nel frattempo si perdono le tracce di Isabel, ma sarà proprio la suora ad informarlo che il cadavere della ragazza è stato ripescato nel fiume. 
Joey riesce ad ottenere una vaga descrizione dell'uomo che l'ha uccisa, e dice a Cristina di informare i suoi contatti in polizia. Quando si rende conto che alla polizia interessa poco della morte di una prostituta deciderà di farsi giustizia da solo. Nel frattempo il rapporto con Cristina, che sta attraversando un periodo di crisi vocazionale, si fa più intenso, e i due uniranno le loro disperazioni (ebbene sì, anche in senso biblico), cercando di aiutarsi a vicenda, in qualche modo. Ma, anche se avrebbero la possibilità di cambiare le loro esistenze, resteranno ancorati alle loro (non) vite.Cristina, suora per scelta forzata da un passato traumatico, ha già deciso di lasciare Londra per andare in una missione in Sierra Leone. Joey è un uomo in fuga e disperato, il cui unico desiderio è che sua figlia, vedendo delle foto che si è fatto scattare apposta per fargliele avere, possa pensare che lui è una brava persona. 
E nonostante compia azioni assolutamente riprovevoli, forse una brava persona, un tempo, lo è stata davvero. Ma Joey vuole vendicare la morte di Isabel, e per farlo chiederà aiuto al capo dell'organizzazione cinese per cui lavora (una donna), che, in cambio del nome dell'assassino - un favore per un favore - chiede a Joey di far entrare a Londra un carico di clandestini (e la scena di quelle mani chiuse a pugno che spuntano dagli scatoloni ammassati in un container è qualcosa di agghiacciante).
Però.
Va bene sdoganare Statham dai ruoli da macho tutto muscoli e azione a cui ci ha abituato, e - va detto - non se la cava nemmeno male. E se me lo riprendi mentre si stira le camicie, io, ti dirò, posso anche apprezzarlo, ci mancherebbe pure. 
Ma. 
Davvero c'era bisogno di farlo ANCHE piangere? Perché insomma, va bene l'introspezione, la disperazione, la rinascita, il riscatto, e tutto quello che vuoi. Ma le lacrime di Statham dai, no, davvero. Nuncessecrede. Soprattutto perché sembra che possa scoppiare a ridere da un momento all'altro.
Di nascosto - a parte i neuroni dei titolisti italiani -  non c'è nulla, però c'è un po' di confusione, e tanta (troppa?) carne al fuoco. La guerra, lo stress post-traumatico, le allucinazioni, la corte marziale, Joey che si fa bellamente i cazzi suoi in giro per Londra e - visto che è ricercato, nonché continuamente monitorato da telecamere di nonsicapiscebenechi - nessuno riesce a trovarlo, la moglie (o ex moglie? boh?), la figlia, l'assassino di prostitute, la mafia cinese, la vendetta che ce l'hai menata per un'ora di film e poi in 37 secondi è tutto finito? il traffico di clandestini, il racket, la suora ubriaca, la rappresentazione della pietà di Michelangelo sui marciapiedi del Covent Market.
Tanta roba.
Forse troppa.
Mancavano solo Fidel, Compay Segundo, Cassius Clay, Dorando Pedri, Ian Rush, Martina Navratilova, i Supertramp, Sotomayor, Kid Creole and the Coconuts, Luc Besson e Mario e Pippo Santonastaso.


19 ott 2013