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Nebuemtekh

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Nebuemtekh
Vaso in alabastro calcitico con il nome di Nebuemtekh, Museo Egizio di Torino (3254).[1]
Principessa d'Egitto[2]
Altri titoli"Figlia del re" (zꜣ.t-nswt)[2]
DinastiaXVIII dinastia[2]
PadreThutmose IV (?) o Amenofi III (?)[2][3]

Nebuemtekh (fl. XIV secolo a.C.) è stata una principessa egiziana della metà della XVIII dinastia[2].

Nelle iscrizioni Nebuemtekh compare con il titolo di "figlia del re" (zꜣ.t-nswt), ma il padre non è nominato; potrebbe essere stato Thutmose IV oppure Amenofi III.[2][3] La tomba della principessa non è stata identificata;[4] potrebbe essere stata sepolta a Saqqara, ma vi è certezza sul luogo di ritrovamento dei reperti che suggeriscono questa località.[4]

Il nome di Nebuemtekh è inciso su dodici vasi in alabastro calcitico e su un oggetto cosmetico in quarzite del Museo del Louvre; la principessa è raffigurata anche su una stele calcarea del British Museum.[5][6] Il nome si traslittera Nbw-m-tḫ; compare anche la forma Nbw-m-tḫ(t), mentre sull'oggetto del Louvre è abbreviato in Nbw-tḫ.[2][7][8] Per la forma Nbw-m-tḫ(t) è stata proposta la traduzione "L'oro è nell'ebbrezza".[9]

Vasi di alabastro calcitico con il nome di Nebuemtekh, Museo Egizio di Torino.[10]

Nebuemtekh visse probabilmente durante il regno di Thutmose IV o nei primi anni di Amenofi III.[3] Le iscrizioni le attribuiscono il titolo di "figlia del re" (zꜣ.t-nswt), ma non nominano il padre; potrebbe quindi essere stato uno dei due sovrani.[2][3]

Non si conosce il luogo della sua tomba;[4] la probabile provenienza da Saqqara della stele di Mehu ha portato Faltings e Gessler-Löhr a ritenere che la principessa fosse legata a Menfi e al palazzo reale di Menfi.[11] Una sepoltura a Saqqara sarebbe comunque eccezionale per una figlia reale della XVIII dinastia:[4] le principesse della dinastia delle quali si conosce il luogo di sepoltura erano infatti generalmente sepolte a Tebe, negli uadi delle montagne occidentali; di Nebuemtekh, invece, non si conoscono oggetti o iscrizioni provenienti dalla città.[4]

Vaso in alabastro calcitico con il nome di Nebuemtekh, Museo Egizio di Torino (3247).[10]
Vaso in alabastro calcitico con il nome di Nebuemtekh, Museo Egizio di Torino (3248).[12]

Al corredo funerario di Nebuemtekh appartenevano con certezza dodici vasi in alabastro calcitico, destinati a cosmetici, unguenti oppure oli.[5][13] Sono di quattro tipi: contenitori per il trucco degli occhi, vasi piriformi per unguenti, vasi nemset, cioè recipienti rituali usati per le libagioni e un vaso basso con due anse e coperchio.[13][14][15] Quattro sono conservati al Rijksmuseum van Oudheden di Leida (H 329, H 330, H 332 e H 240), uno al Museo del Louvre di Parigi (N 507), due allo Staatliches Museum Ägyptischer Kunst di Monaco di Baviera (ÄS 243 e ÄS 247), uno al British Museum di Londra (EA 4536); gli altri quattro si trovano al Museo Egizio di Torino (Cat. 3247, 3248, 3254 e 3255):[5] tutti recano l'iscrizione "figlia del re Nebuemtekh" (zꜣ.t-nswt Nbw-m-tḫ).[2] Al Museo Egizio di Torino si conservano anche vasi non iscritti che potrebbero provenire dallo stesso corredo; mancano però iscrizioni, dati di scavo o documenti d'archivio che permettano di stabilire se appartenessero a Nebuemtekh.[13]

Il nome della principessa compare anche sull'oggetto per la cosmesi in quarzite N 813 (LP 233) del Museo del Louvre, registrato nell'inventario del museo nel 1832; il catalogo lo descrive come una possibile lama di rasoio levigata.[8] L'iscrizione geroglifica reca il titolo di "figlia del re" seguito dalla forma abbreviata Nbw-tḫ.[2] Nebuemtekh è raffigurata inoltre sulla stele calcarea BM EA 1369 del sovrintendente del portale Mehu, conservata al British Museum.[6] La stele è divisa in due registri, cioè due fasce figurate sovrapposte: in quello superiore Mehu e un principe dal nome quasi illeggibile compaiono davanti a Osiride; in quello inferiore Nebuemtekh siede accanto a Mehu e a Baket, mentre Mutakhet, figlia di Mehu, versa una libagione davanti ai tre personaggi.[6]

Non è noto dove siano stati trovati i vasi e l'oggetto cosmetico.[4] Un disegno del 1825 raffigura il vaso poi inventariato a Monaco di Baviera come ÄS 247.[16] I quattro esemplari di Leida furono acquistati nel gennaio 1829 con la collezione Anastasi, i due di Monaco di Baviera nel 1832 con la collezione Dodwell, l'esemplare del British Museum nel 1845 da Harry Osborn Cureton, mentre i quattro vasi del Museo Egizio di Torino erano già stati acquisiti entro il 1855.[16] I vasi potrebbero provenire da Saqqara.[4] La stele di Mehu proverrebbe dalla tomba di Mehu nella necropoli;[4] molti piccoli reperti della collezione Anastasi, alla quale appartenevano i quattro vasi di Leida, provengono probabilmente dalla stessa zona.[4] I vasi torinesi appartenevano probabilmente alla collezione Drovetti, che comprendeva anche oggetti in alabastro calcitico rinvenuti in una tomba di Saqqara;[4] non è però possibile stabilire con certezza se i vasi provengano effettivamente da quel luogo.[4] Nel 2023 non erano noti oggetti o iscrizioni di Nebuemtekh provenienti da Tebe e la sua tomba non è stata ancora identificata.[4]

Storia degli studi

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Émile Gaston Chassinat, che nel 1927 dedicò una nota a Nebuemtekh.[18]

Nel 1927 Émile Gaston Chassinat dedicò a Nebuemtekh la breve nota La princesse Noubemtekh:[2][18] descrisse due vasi e l'oggetto cosmetico del Museo del Louvre, collocando la principessa nella seconda metà dell'Antico Regno o nel Medio Regno.[2][18] Nel 2008 Dina Faltings e Beatrix Gessler-Löhr esaminarono dieci vasi identificati, altri due esemplari di Torino che non riuscirono a rintracciare, l'oggetto cosmetico e la stele di Mehu; collocarono Nebuemtekh alla metà della XVIII dinastia.[19][3]

Nel 2023 Johannes Auenmüller stabilì che i due vasi torinesi non rintracciati nel 2008 erano i Cat. 3254 (I.12) e 3255 (I.11), dopo aver confrontato le descrizioni ottocentesche con il catalogo della collezione del Museo Egizio di Torino.[20] Un errore nel catalogo pubblicato nel 1882 da Fabretti, Rossi e Lanzone aveva inoltre reso più difficile identificare il Cat. 3254: il testo rinviava al Cat. 3199 anziché al Cat. 3247.[21] Una volta corretto il rinvio, Auenmüller riconobbe nel Cat. 3254 uno dei due vasi che non erano stati rintracciati nel 2008.[21]

  1. ↑ Auenmüller, 2023, pp. 13–15
  2. 1 2 3 4 5 6 7 8 9 10 11 12 Auenmüller, 2023, p. 1
  3. 1 2 3 4 5 Faltings e Gessler-Löhr, 2008, p. 78
  4. 1 2 3 4 5 6 7 8 9 10 11 12 Auenmüller, 2023, pp. 18–20
  5. 1 2 3 Auenmüller, 2023, pp. 1–2, 20
  6. 1 2 3 Faltings e Gessler-Löhr, 2008, pp. 75–76
  7. ↑ Ranke, 1935, p. 191
  8. 1 2 (FR) Lame de rasoir polie, su collections.louvre.fr, Musée du Louvre, 30 giugno 2026. URL consultato il 24 agosto 2026.
  9. ↑ Tavernier, 2022, p. 420
  10. 1 2 Auenmüller, 2023, pp. 6–9
  11. ↑ Faltings e Gessler-Löhr, 2008, pp. 77–78
  12. ↑ Auenmüller, 2023, pp. 9–12
  13. 1 2 3 Auenmüller, 2023, p. 20
  14. ↑ Tubetto per kohl con tappo in tela, su collezioni.museoegizio.it, Museo Egizio di Torino. URL consultato il 24 agosto 2026.
  15. ↑ (EN) Libation Vessel (Nemset Jar), su metmuseum.org, The Metropolitan Museum of Art. URL consultato il 24 agosto 2026.
  16. 1 2 Auenmüller, 2023, p. 2
  17. ↑ Auenmüller, 2023, pp. 16–18
  18. 1 2 3 Chassinat, 1927, p. 132
  19. ↑ Auenmüller, 2023, pp. 1–2
  20. ↑ Auenmüller, 2023, pp. 3–4
  21. 1 2 Auenmüller, 2023, p. 4
  • (EN) Johannes Auenmüller, The "Lost" Calcite Alabaster Vessels of Princess Nbw-m-tḫ in Turin (Cat. 3254 and 3255), in Rivista del Museo Egizio, vol. 7, Torino, Museo Egizio di Torino, 3 marzo 2023, pp. 1–23, DOI:10.29353/rime.2023.4797, ISSN 2611-3295 (WC · ACNP).
  • (FR) Émile Chassinat, La princesse Noubemtekh, in Revue de l'Égypte ancienne, vol. 1, Parigi, Librairie ancienne Honoré Champion, 1927, pp. 132, ISSN 1245-642X (WC · ACNP).
  • (DE) Dina Faltings e Beatrix Gessler-Löhr, Eine Königstochter und ein Königssohn aus der 18. Dynastie, in Antje Spiekermann (a cura di), "Zur Zierde gereicht...": Festschrift Bettina Schmitz zum 60. Geburtstag am 24. Juli 2008, collana Hildesheimer Ägyptologische Beiträge, n. 50, Hildesheim, Verlag Gebrüder Gerstenberg, 2008, pp. 63–89, ISBN 978-3-8067-8725-2.
  • (DE) Hermann Ranke, Die ägyptischen Personennamen. Band I: Verzeichnis der Namen, Glückstadt, J. J. Augustin, 1935, DOI:10.11588/diglit.76405.
  • (FR) Jan Tavernier, Ivresse et société à Ougarit, in Bulletin de l'Académie Belge pour l'Étude des Langues Anciennes et Orientales, 10–11, Louvain-la-Neuve, Académie Belge pour l'Étude des Langues Anciennes et Orientales, 24 febbraio 2022, pp. 415–439, DOI:10.14428/babelao.vol1011.2022.65033, ISSN 2034-9491 (WC · ACNP).

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