Un discorso poteva essere quello già fatto qui - e autorevolmente criticato da Buroggu che come blog mi appassiona assai, anche se io rimango della mia opinione - circa l'arco narrativo troppo diluito dal successo che richiede un'aggiunta di nuove stagioni. Insomma, la sconfitta dell'originalità vincente attraverso la "serializzazione industriale" intesa come "salto dello squalo".Orbene, miei prodi, l'illuminazione notturna è questa. Riguarda sempre il punto centrale di questa ondata di nuova serialità, cioè il fatto che sia realizzata a base di storie condite di elementi narrativi intensi e fortemente legati tra loro. In parole povere: romanzi a puntate con temi anche di attualità. E se l'intensità della storia, oltre che certe regie di tutto rilievo, catturano il pubblico, in qualche maniera nel medio-lungo periodo lo respingono.
Chi segue la storia, infatti, a un certo punto perde un paio di puntate e rimane tagliato fuori, perché è come se ti togliessero duecento pagine di un librone che stai leggendo: ti spiazza e non capisci più bene cosa succede. Idem per chi scopre la serie tardi, mettiamo alla seconda o terza stagione. Certo, potrebbe andarsi a comprare i Dvd (o scaricare tutto) e rimettersi in pari. Ma non scherziamo: mica è un lavoro. E quindi nonostante l'ottima partenza, pian piano queste serie tendono a escludere anziché includere nuovo pubblico. E svuotano letteralmente la loro audience, senza attrarne di nuova. Potrebbe essere una buona spiegazione? Perché il problema c'è, anche se magari si tratta solo di un cambiamento nella moda e nei gusti degli spettatori (e nelle tare di Nielsen, che pare faccia acqua tanto quanto Auditel).








