Pubblicato da: miclischi | 26 settembre 2026

La creazione di Haydn in duomo: una meraviglia!

Arriva in duomo La creazione di Haydn.

Si continua con l’edizione 2026 della rassegna pisana di musica sacra Anima Mundi, e stavolta si torna in duomo con una importante composizione che ahimé, non era mai stata sentita né vista prima. Ma si sa, andare a un concerto per sentire qualcosa di “nuovo” può conferire all’evento un valore aggiunto, e in questo caso è stato proprio così.

Il programma della serata è interamente occupato da La creazione composta negli ultimi anni del Settecento da Franz Joseph Haydn. Un oratorio per soli, coro e orchestra come ai vecchi tempi. Ma il tempo, nel frattempo, è passato, dall’epoca di Bach e poi Händel. E si sente…

Arrivano sul palco prima il Coro della Cattedrale di Siena, poi l’Orchestra della Toscana, poi i solisti e il direttore James Conlon. E finalmente si comincia.

Appare stupefacente che stavolta, a differenza di tante altre, si senta tutto benissimo. Dai toni lievissimi con cui parte l’Introduzione, ai rinforzi strumentali che poi arrivano per sostenere l’immagine del Caos; ma anche dopo, con le parti del coro e dei cantanti solisti, o anche gli interventi solistici di alcuni strumentisti dell’orchestra… Insomma si sente tutto proprio bene. Sarà che stavolta ci toccò un posto in una delle primissime file? O forse ha giocato la sua parte anche il controllo dell’intensità dell’orchestra e del coro da parte del Maestro Conlon? Mistero. Sta di fatto che dall’inizio alla fine l’acustica del duomo stavolta è stata pienamente godibile.

Il baritono (ma non solo) Markus Werba nella parte dell’arcangelo Raffaele.

Dopo la godibilissima e lievemente orchestrale Introduzione si comincia con l’intensissima alternanza di parti solistiche e corali. Si parte con l’arcangelo Raffaele che inizia a descrivere in un recitativo la creazione così come narrata nella Genesi. L’interprete di questa figura dovrebbe apparentemente essere un basso, ma il programma di sala indica che Markus Werba in realtà è un baritono. Macché baritono… Lui canta con un’estensione pazzesca, con una precisione e intensità di voce dal basso profondo al quasi tenorile. Davvero pazzesco ed entusiasmante.

Ecco poi il coro, dolcissimo, un canto proprio delicato fino alla fine quando sulla parola luce (Licht), nella celebre espressione e luce fu, scoppia una specie di fulmine corale e orchestrale. Pazzesco. Ecco, a proposito di coro che ha fatto un’ottima impressione, c’è tuttavia da fare una piccola osservazione alla quale siamo abituati. Nelle parti dei tutti con il volume che si alza, verrebbe da dire come al solito, dominano alla grande le voci femminili e si sentono poco quelle maschili. Passons…

Il tenore Daniel Behle nel ruolo dell’arcangelo Uriele.

Ora tocca al tenore Daniel Behle nel ruolo dell’arcangelo Uriele. Anche lui un grande interprete che ha colpito fin da subito per la felice combinazione di potenza ed espressività nella sua voce. Ha condiviso con gli altri cantanti solisti le doti di fiato, precisione nell’emissione nei vari registri ed estrema complementarietà con orchestra, coro e altri solisti.

Davvero un grande, Daniel Behlem nonostante il suo ruolo, rispetto a quello degli altri solisti, sia stato più di narratore, meno degli altri destinato alle arie.

E poi eccola lei, la solista femmina cui però viene chiesto di interpretare il ruolo dell’arcangelo Gabriele, almeno nella prima e seconda parte dell’oratorio. Sì, fa un po’ strano vedere la soprano del Kyrgyzstan Katharina Konradi in quel ruolo. Ma tanto poi si rifarà nella terza parte…

La soprano Katharina Konradi nel ruolo dell’arcangelo Gabriele.

Anche lei ha colpito per le sue abilità canore, nel combinare l’estrema precisione e limpidezza della voce  con potenza ed espressività. Davvero di grande bravura.

Sarà forse un caso il fatto che è proprio a lei che il compositore ha assegnato le arie più articolate (verrebbe da dire quasi operistiche) dandole poi la possibilità di esprimere tutte le sue capacità nei numerosissimi abbellimenti negli altrettanto numerosissimi da capo? Chissà…

Ecco, ora che abbiamo avuto la possibilità di scoprirli tutti, l’orchestra, il coro e i cantanti solisti, ci si può godere questo continuo altalenare fra  recitativi, arie, cori, parti orchestrali, fino ad arrivare alla fine della prima parte dell’oratorio, in cui ci son proprio tutti insieme. C’è infatti un terzetto in cui i tre arcangeli cantano insieme, in compagnia del coro e dell’orchestra, fino a un finale davvero grandioso.

Tutti e tre cantanti solisti nel terzetto nel finale della prima parte con orchestra e coro.

Si continua nella seconda parte, anche questa godibilissima, con il racconto degli altri giorni della creazione, fra l’altro con la celebre aria dell’arcangelo Gabriele che racconta gioiosamente la comparsa nel creato degli uccelli, rappresentati da vari strumenti dell’orchestra, si tratti dell’aquila oppure dell’allodola, dei colombi, o dell’usignolo.

Una flautista (non si è riuscita a identificarla fra le tre dell’orchestra) nella sua parte solista.

In questa parte, forse più che nella prima, si apprezzano le interazioni degli strumenti solisti con il canto degli arcangeli, ed è una vera goduria. A parte i citati uccelli, c’è un assolo di flauto particolarmente coinvolgente prima e durante l’Andante del recitativo dell’arcangelo Raffaele sulla creazione dei mammiferi, degli insetti e dei vermi.  E poi, nell’aria cui fa seguito, sempre con Raffaele, entra per esempio in gioco anche il trombone. Di nuovo una goduria nel sentire questa ottima coesione fra canto e musica.

Si va avanti con questa succosa alternanza fra le parti vocali e musicali e arriva, nell’ultimo brano della seconda parte, anche il primo duetto soprano-tenore, cui poi si aggiunge il baritono-basso per un altro terzetto. Funzionano tutti bene in qualsiasi combinazione si trovino a cantare! In particolare, quando cantano tutti e tre insieme invece di alternarsi, il risultato è strepitoso, così come è fantastico il calmo scivolare verso la fine. Una fine che un po’ stupisce perché avendo letto nel testo due Alleluia! ci si aspettava qualcosa insomma di un po’ clamoroso e invece in quella parola ripetuta non c’è proprio nessuna enfatizzazione. Anzi, il contrario.

Ecco gli arcangeli che diventano Adamo ed Eva.

Tutt’altra atmosfera nella terza parte dell’oratorio. La creazione di fatto è finita e ora abbiamo in scena (per così dire) Adamo ed Eva. Fa un po’ strano, dopo il recitativo di Uriele (è l’unico interprete che rimane nel ruolo precedente), un recitativo fra l’altro introdotto anche qui da uno splendido assolo di flauto,  vedere quelli che prima erano arcangeli diventare i primi umani che celebrano la loro unione e la condividono con il resto del creato. Nel recitativo che fa seguito a questo duetto con interventi del coro, si passa al dialogo diretto fra Eva e Adamo, in uno scambio che a tratti pare proprio un duetto d’amore che fa un po’ strano nel contesto di un oratorio sacro… Ma funziona tutto proprio bene, e proprio alla fine del duetto entrambi i solisti si lanciano in gorgheggi ed acrobazie vocali che, nel caso ce ne fosse stato bisogno, evidenziano ancora le loro doti vocali.

Dopo un breve recitativo di Uriele ci si avvia al coro finale, cui partecipano anche i solisti. Ai quali si aggiunge una quarta cantante, che non è dato sapere chi sia. E per un breve tratto il Maestro James Conlon si volta anche lui verso il pubblico continuando a dirigere (e a cantare il testo, cosa che ha fatto dall’inizio alla fine).

Un particolare che si è potuto osservare essendo proprio a pochi meri dal palco: durante il terzetto prima del coro finale, in un momento in cui Eva non cantava, le è svolazzata addosso dall’alto della cattedrale una piuma bianca che è andata a posarsi sullo spartito che teneva aperto davanti a sé. Era forse uno degli uccelli che erano stati creati all’inizio della seconda parte? Katharina Konradi ha sorriso ed ha conservato la piuma fra le pagine dello spartito.

Il Maestro James Conlon si gode gli applausi del pubblico entusiasta.

Vabbè, il tutto finisce veramente in modo grandioso e il pubblico è proprio entusiasta. Ed è un entusiasmo molto comprensibile. Non solo per la musica, particolarmente gradita a chi non la conosceva, ma anche per l’altissima qualità di tutti ma proprio tutti gli interpreti, musicali e vocali, solisti e d’insieme. Davvero applausi più che meritati.

Gli applausi sono stati davvero insistenti, anche se si sa che dopo lunghi oratori come questo non c’è da aspettarsi un bis. Ma i ripetuti ritorni sul palco hanno permesso al direttore di elogiare mettendoli in evidenza non solo tutti i professori d’orchestra e i cantanti solisti, ma anche il clavicembalista Andrea Perugi (fra l’altro, con grande stupore e piacere si è sentito bene anche il suo strumento, cosa tutt’altro che ovvia) e il direttore del coro Lorenzo Donati che ha indirizzato gli infiniti applausi proprio verso il coro senese. Una serata davvero strepitosa che pare abbia proprio entusiasmato tutto il pubblico. Abène…

Quando alla bellezza della musica e dell’interpretazione si aggiunge la bellezza del contesto…

Per la cronaca 1: si diceva del dialogo fra Eva e Adamo nella terza parte dell’oratorio. Ora, è vero che si tratta di un testo di qualche secolo fa, ma fa un po’ effetto leggere al giorno d’oggi queste parole pronunciate da Eva che si rivolge al suo “amato” (nella traduzione a cura di Daniele Spini che ha curato anche il programma di sala): Il tuo volere mi è legge / Così ha stabilito il Signore / e ubbidirti mi arreca / gioia, felicità e gloria.

Per la cronaca 2: A quanto pare il testo dell’oratorio deriva dal Paradiso perduto di John Milton, il cui testo fu rielaborato e tradotto in tedesco da Gottfried van Swieten.

Ma chi ha studiato scienze forestali a Firenze sa anche che il Paradisino di Vallombrosa prende proprio il nome dal poema di Milton che proprio all’eremo di Vallombrosa soggiornò alla fine degli anni trenta del ‘600.

 

Pubblicato da: miclischi | 23 settembre 2026

Il Cantico delle creature nel camposanto vecchio

Pietro Dinetto vince il concorso di composizione.

Come siamo ormai abituati da anni, una delle serate della rassegna pisana di musica sacra, Anima Mundi, è dedicala alla proclamazione del vincitore del concorso internazionale di composizione sacra.

Stavolta, considerando le celebrazioni che hanno costellato tutto l’anno in occasione dell’ottavo centenario dalla morte di San Francesco d’Assisi, non ha stupito che il concorso richiedesse una musica con cui accompagnare la lettura del testo del Cantico delle creature.

Quest’anno si è aggiudicato il premio la composizione di Pietro Dinetto in cui la voce narrante che recita il Cantico viene accompagnata da una piccola orchestra d’archi.

 

L’arcivescovo Mons. Saverio Cannistrà, il presidente dell’Opera Primaziale Pisana Andrea Maestrelli e il vincitore Pietro Dinetto durante la premiazione.

La cerimonia di premiazione ha visto sul palco anche l’arcivescovo di Pisa, Mons. Saverio Cannistrà e il il presidente dell’Opera Primaziale Pisana Andrea Maestrelli. Non si aveva memoria che la premiazione e il concerto nelle stagioni passate si fossero tenuti nel camposanto vecchio, ci si ricordava sempre il duomo. Ma forse, considerando il piccolo ensemble musicale e l’atmosfera più intima, fu deciso di organizzare la serata nella magica cornice quasi all’aperto del camposanto. Bene così!

Finita la cerimonia, si passa alla musica. Massimiliano Pegorini, nel ruolo di voce narrante, sale sul palco dove già si trovano l’Orchestra Cremona Antiqua e il direttore Antonio Greco in posizione davanti alla tastiera del clavicembalo. Poi si comincia.

Massimiliano Pegorini (voce narrante) e Antonio Greco (direttore) ricevono gli applausi.

Si comincia, come affermato dal compositore stesso, in un registro rarefatto. Si tratta proprio di una introduzione musicale molto delicata, cauta, su cui si inserisce la voce molto espressiva di Massimiliano Pegorini. Si continua su questo tono pacato per le prime due strofe, poi interviene tutta l’orchestra nel suo insieme, accrescendo l’intensità.

Il bello di questa composizione è proprio la lieve variabilità dei contesti musicali, come a rappresentare le tante possibilità espressive dell’orchestra d’archi per adattarle a ciò che viene detto nel Cantico. C’è per esempio uno splendido pizzicato di viola all’inizio della quarta strofa (quella dell’aria e del vento), poi si torna alla delicatezza iniziale, ma nella sesta strofa, quella del fuoco, si parte con un pizzicato stavolta di contrabbasso. Cresce l’intensità avviandosi verso la fine, specie nelle ultime tre strofe, per poi arrivare alla fine con un flebile ritorno alla delicatezza iniziale, concedendo spazio nella chiusura anche al violino solista.

Forse i pregi di questa nuova composizione sono proprio la delicatezza, l’intimità, la pacatezza, tutte sensazioni che siamo un po’ disabituati a provare, specialmente in una composizione dei nostri tempi. Ma la figura di San Francesco deve aver proprio giocato il suo ruolo nel guidare il compositore (bravo!) in quella direzione. 

Il violino solista di Gian Andrea Guerra.

Poi, come da programma c’è il Capriccio in do maggiore per violino solo di Francesco Geminiani. E infatti, terminati gli applausi per il Cantico, parte la musica, ma da dove viene? Dov’è il violino solista di Gian Andrea Guerra? Lipperlì sembrava che la musica provenisse da dietro il palco, poi invece concentrandosi, e cercando di distrarsi dal bofonchiare del pubblico che si agitava sulle seggiole alla ricerca del violinista, si è capito che veniva da dietro. Una volta chiarito il dubbio, ci si è potuti finalmente concentrare sulla musica, avvolti da quella particolare atmosfera che scatena il camposanto vecchio con i suoi affreschi, le sue colonnine e piccole arcate, i suoi tanti dettagli… E mescolare queste due sensazioni visiva e uditiva è stato proprio bello, anche senza vedere il solista. Strano però che, appena finito il Capriccio, l’orchestra sia subito ripartita con il brano successivo, senza neanche dar tempo di applaudire.

Nicola Brovelli al violoncello solista.

E vabbè. Ora tocca a Antonio Vivaldi, con uno dei suoi concerti per violoncello e archi, quello catalogato come RV 401. La parte del solista è affidata a Nicola Brovelli. A proposito, come ci si era abituati a vedere nei complessi vocali sotto la guida di Sir John Eliot Gardiner, anche qui ai solisti non viene concesso un eccessivo protagonismo: sia il violinista che il violoncellista fanno parte dell’orchestra e, quando è richiesto, assumono temporaneamente il ruolo di solisti. Insomma Vivaldi, un concerto conosciuto da tanto tempo. Ecco, forse perché, a differenza di altri brani in programma, questo lo si conosceva, non ha fatto una grandissima impressione. Sembrava un’esecuzione un po’sbrigativa, a tratti scivolosa, e anche il suono del cello solista non emergeva poi così pulito. Vabbè, può succedere.

Si cambia di nuovo autore, pur restando nel barocco italiano. Ora tocca a Alessandro Scarlatti con il suo concerto Grosso n. 1. Bella musica, ci mancherebbe, ma c’è stato un solo movimento che ha coinvolto parecchio più degli altri con la sua profondità e intensità: il Largo, che è arrivato davvero con potenza.

Si torna a Vivaldi con il suo concerto op. 11 n RV 277 “Il favorito”, mai sentito prima. Nel ruolo di solista, il già sentito Gian Andrea Guerra che ci fa la sua figura. Vivaldi, violino, ci mancherebbe, ganzo. Ma anche qui c’è un movimento che davvero ha catturato più degli altri: l’Andante, in realtà eseguito quasi come un adagio, che ha fatto sentire con forza la sua pazzesca intensità e profondità.

Infine eccole, le variazioni sul tema de La follia, nel Concerto grosso in re minore op 5 n. 12 di Francesco Geminiani. Variazioni nel vero senso del termine, dato che se ne sono sentite tante versioni di autori diversi. Ed è interessante ritrovare in questo concerto le similitudini e le disuguaglianze rispetto a quel che già si conosceva. Davvero variopinte, queste variazioni, coinvolgenti, gioiose, insomma un bellissimo modo per chiudere il concerto e per mettere in luce le qualità di questa orchestra d’archi.

Un’altra bella e variegata serata di Anima Mundi, una nuova composizione che si è aggiudicata il premio, un ensemble godurioso in un ambiente magico. Bene!

Per la cronaca: sempre in occasione della celebrazione del vincitore del concorso Anima Mundi, nel 2017, avevamo già apprezzato le doti del direttore Antonio Greco, ma quella volta solo con il coro dell’Associazione Costanzo Porta senza orchestra, mentre stavolta c’era solo l’orchestra senza coro.

Pubblicato da: miclischi | 21 settembre 2026

Jolanda Nardi, nata a Pisa il 21 settembre 1926

Jolanda fotografata dal marito Luciano, in barca verso il Gombo.

L’anno scorso abbiamo ricordato il centenario dalla nascita di Luciano Lischi e quest’anno è la volta di sua moglie Jolanda. Abbiamo scelto per ricordarla una foto che le scattò proprio suo marito, nella stessa occasione in cui lei gli scattò la foto che fu usata per il centenario dell’anno scorso.

Una foto che dice molto sulle passioni condivise: Luciano era appassionato di mare, e alla fine lo diventò anche lei, che invece propendeva piuttosto per la montagna (soprattutto l’Abetone), passione che poi condivise attivamente anche con Luciano.

Jolanda aveva studiato ragioneria, era di fatto molto pratica e concreta (diversamente dall’approccio più creativo e fantasioso del marito). Da adulta divenne maestra d’asilo e aggiunse anche questo aspetto alla sua poliedrica passione per l’educazione.

Ricordiamo Jolanda, in questa data particolare, ricordiamo le sue passioni, le sue perentorie decisioni, le sue affermazioni buffe e le sue care amicizie. Ricordiamola, e non sarebbe possibile fare diversamente, nella sua gioiosa e solida relazione con Luciano. Ricordiamola per tutte le cose che ci ha lasciato.

Per la cronaca: nel 2012 la figlia Sandra e l’amica Bruna Cordati curarono un libro per ricordare la mamma/amica con testimonianze loro e di altri. Si può vederlo, e volendo acquistarlo, qui.

 

Pubblicato da: miclischi | 19 settembre 2026

Anima Mundi 2026: la musica di Franco Battiato in duomo

Battiato in duomo!

Davvero un’anomalia. Certo, siamo abituati da anni a sentire concerti nel duomo di Pisa, del resto Anima Mundi è una rassegna di musica sacra organizzata dalla Opera della Primaziale Pisana.

Ma andare in duomo a sentire le musiche di Franco Battiato, questo sì che è un po’ strano. Ma naturalmente anche attraente.

Effettivamente la prima parte del concerto prevedeva proprio una composizione di musica sacra del cantante e compositore siciliano: la Messa Arcaica. Ma nella seconda parte, invece erano in programma alcune sue canzoni…

C’era quindi molta curiosità, sia per il genere di musica un po’ diverso dal solito, ma anche perché questa Messa non la si era mai sentita, e fra tutte le canzoni in programma nella seconda parte se ne conosceva solo una su otto..

Per la cronaca, l’ultima volta che si era sentita la musica di Battiato a Pisa fu in occasione del suo grandioso concerto in Piazza dei Cavalieri nel luglio del 2003, un po’ di anni fa… 

In Piazza dei Cavalieri nel 2003.

Ma torniamo alla serata in duomo. Entrano i musicisti dell’Orchestra da camera Canova, i cantanti del Coro da Camera di Torino (sotto la guida di Dario Tabbia) e i solisti Simone Cristicchi e Mara Gaudenzi, ma non solo. Infatti insieme all’orchestra ci sono anche Carlo Guaitoli al pianoforte e Angelo Privitera alle tastiere. Infine arriva il direttore Guido Corti. Poi calano le luci e si comincia..

Il Maestro Guido Corti.

Il Maestro Guido Corti.

Si tratta di una messa “classica” in latino, quindi si comincia come di consueto con il Kyrie. La scena musicale è dominata da un pedale persistente (generato dalla tastiera elettronica o quel che è) sul quale si inserisce sporadicamente qualche nota del pianoforte. Un approccio che lì per lì appare un po’ minimalista, anche se nelle sue note del programma Daniele Spini preferisce definire questa musica di Battiato come “minimale”. Siamo infatti lontani da tanti Kyrie che abbiamo sentito. Qui non si cerca un effetto accattivante e clamoroso per catturare il pubblico. No, qui si genera una sorta di invito all’introspezione, alla riflessione, al rilassamento nell’attesa di tutto quello che seguirà. Poi si uniscono gli archi e il coro e il coinvolgimento cresce; ma – purtroppo – il sottofondo elettronico è risultato forse troppo dominante, anche come volume. Siamo alle solite con l’acustica del duomo? Strano, perché stavolta l’orchestra e i solisti erano riccamente dotati di migrofani e nel corso della serata pare che l’audio non sia stato gestito nel migliore dei modi.

Simone Cristicchi.

Lo stesso nel Gloria, dove la coesione dell’orchestra e del coro, dal punto di vista acustico, è risultata un po’ carente, a discapito della bellezza della musica.

Funziona molto meglio nel Credo, nel quale si alternano e si mescolano in varie formule l’orchestra, il coro e i due solisti.

Coro a cappella (a fargli compagnia c’è soltanto il pedale) nel Sanctus, nel quale si inserisce anche la mezzo-soprano.

E infine l’Agnus Dei, il brano forse più coinvolgente anche per la sua delicatezza che lascia meno spazio sonoro eccessivo all’elettronica. Si alternano orchestra, coro, voce maschile e voce femminile dei solisti sino alla chiusura del coro con orchestra.

Davvero molto intensa, questa Messa arcaica.

La mezzo-soprano Maura Gaudenzi, nella messa ma anche in alcune canzoni.

A dire il vero gli applausi ci sono stati, sì, ma non così entusiastici come ci si era abituati a sentire in altri concerti di Anima Mundi. Ma si sa, forse la stragrande maggioranza del pubblico è alquanto tradizionalista, e questa deviazione verso le musiche di Battiato forse a qualcuno non è piaciuta più di tanto.

Via giù, si passa alla seconda parte del concerto, previo spostamento del pianoforte dove prenderà posto il Maestro Carlo Guaitoli che dirigerà appunto dalla tastiera del piano.

È interessante ascoltare come si incontrano e si legano le voci dei solisti al pianoforte e all’orchestra. In alcune si alternano Cristicchi e la cantante Amara, in altre canta solo lui, in una solo lei, e ne L’oceano del silenzio ritorna in scena la mezzosoprano Mara Gaudenzi e fa capolino anche il coro nel finale, così come – entrambi -nell’ultima canzone in programma, E ti vengo a cercare, l’unica che era nota a chi scrive. 

Per le canzoni arriva in scena Amara.

Forse è stato ancora più strano che si assistesse in duomo a un concerto di canzoni di Battiato. Ma, giustamente, nel programma erano state denominate canzoni mistiche e quindi, conoscendo anche la grande importanza della spiritualità per Franco Battiato, dopo tutto non era poi così stonato inserire queste canzoni in una rassegna di musica sacra. Un po’ inconsueto (e magari poco accettato da qualcuno come si è sentito bisbigliare fra il pubblico), ma certamente accettabile. Fa l’altro le voci molto particolari e diversissime dei tre solisti hanno ben lavorano in questo contesto molto particolare per creare un’atmosfera davvero speciale.

Peccato che anche qui l’acustica non abbia giovato un granché. Quando Cristicchi e Amara (microfonati) cantavano piano non si sentiva quasi nulla, mentre quando cantava la mezzosoprano Mara Gaudenzi, di formazione operistica, lasciava andare la sua voce come se il microfono non ci fosse, e insomma ne veniva fuori una resa parecchio sbilanciata. Peccato davvero.

Gli insistenti applausi del pubblico (chi era venuto proprio per Battiato forse ha apprezzato più le canzoni della Messa) hanno spinto gli interpreti a concedere un bis. Che forse più coinvolgente e commovente non si poteva immaginare: La cura.

Una bella scoperta (la Messa), una serata diversa dal solito, insomma una bellissima esperienza, nonostante le problematiche acustiche siano state un po’ pesanti.

Simone Cristicchi e Amara cantano insieme La cura.

 

Pubblicato da: miclischi | 16 settembre 2026

Anima Mundi 2026 prosegue con Lucas Debargue

Si torna al camposanto vecchio!

È risaputo, oltre ai grandi concerti in cattedrale con orchestre, cori e simili, la rassegna pisana musica sacra Anima Mundi prevede anche concerti meno eclatanti, per solisti, o piccoli ensemble da camera che solitamente si tengono nella meravigliosa cornice del camposanto vecchio.

E anche quest’anno, dopo la grandiosa apertura della XXV stagione con Sir John in cattedrale (se ne è ragionato qui), ecco un concerto per pianoforte solo. Tutto interpretato dal giovane Lucas Debargue nel doppio ruolo di pianista e compositore.

Il programma della serata iniziava con la seconda sonata per pianoforte op. 36 di Rachmaninov. Mah, l’inizio è stato un po’ sconcertante: il suono del pianoforte arrivava rimbombante, non solo pedaloso, specialmente con i volumi alti. Un suono quasi distorto e al limite dello sgradevole. Si sa che assistere a concerti in luoghi che non si possono proprio definire sale da concerto non è il massimo, dal punto di vista dell’acustica, ma qui c’era da rimanerci proprio male. Tanto che addirittura si era pensato che fosse rimasto acceso il microfono che era stato usato per la breve introduzione della serata.

Lucas Debargue alla tastiera durante il concerto.

Fortunatamente l’ascolto migliorava nei passaggi più calmi e a basso volume, ma nel complesso questa sonata, che fra l’altro non si era mai ascoltata prima, non è che abbia entusiasmato più di tanto. 

Poi però arrivano i due brani che più si attendevano, e che avevano scatenato la curiosità di venire a vedere questo concerto. Anche perché sono entrambi paradigmatici del concetto di interpretazione e reinterpretazione.

Dapprima una composizione dello stesso Debargue: Variazioni e finale su “Summertime” di Gershwin. Un tema (dall’opera Porgy and Bess) che è stranoto forse soprattutto per le sue tantissime reinterpretazioni e rielaborazioni in chiavi diversissime. Da Billie Holiday, a Ella Fitzgerald con Louis Armstrong, a Nina Simone e tanti altri interpreti fra i quali però, dai bei tempi di una volta, la più adorata rimane quella di Janis Joplin.

Janis Joplin mentre canta “Summertime” nel 1969

L’approccio di Debargue è molto particolare: dopo una esposizione del noto tema in modo molto delicato (finalmente si sente bene!) e con una straordinaria tenerezza, si passa alle 20 (!) variazioni, cui farà seguito il finale. Sono variazioni brevissime, ed è stato molto utile seguirle sul programma di sala, proprio perché ognuna ha un approccio musicale che viene definito (verrebbe da dire quasi didascalicamente) dalla sua denominazione. Dalla prima (Tempestoso) che rende proprio l’idea della tempesta, al Tango, alla Polonaise, alla Scintillante che è tutta condita di incessanti trilli, per passare poi fra le altre alla Marcia funebre, alla Siciliana, al Reggae, alla Toccatina quasi bachiana (come la Fuga che arriva poco dopo), fino alle Tarantelle.

Insomma una vera e propria goduria, anche perché l’acustica funzionava bene e Debargue ha mostrato le sue capacità pianistiche e reinterpretative (non solo come esecutore ma proprio come ri-compositore). Davvero una gran bella esecuzione che verrebbe da definire, a rischio di esagerare, come geniale!

Greg Lake mentre canta “The sage”, fra la seconda promenade e Il vecchio castello

Ma poi, ecco finalmente la composizione che probabilmente aveva richiamato la maggior parte del pubblico: Quadri di un’esposizione di Modest Musorgskij. Anche qui si torna del tema delle reinterpretazioni che alla fine diventano più note ed ascoltate delle versioni originali. Probabilmente la versione originale per pianoforte, così come la scrisse Musorgskij, è meno nota, anche fra gli appassionati di musica colta, rispetto alla versione di Maurice Ravel per orchestra. E forse, da parte di un pubblico più generalista, anche della fantastica rielaborazione in chiave rock da parte di Emerson, Lake and Palmer. Probabilmente molto meno conosciuta dell’originale di Musorgskij è invece la versione elettronica pure bellissima del musicista giapponese Isao Tomita.

L’inizio con la prima Promenade.

 

La concentrazione di Lucas Debargue durante la sua interpretazione.

Ma veniamo all’interpretazione dell’originale da parte di Lucas Debargue. Veramente favolosa. Dalla prima Promenade delicatissima e poi, più avanti, nelle gustosissime diversificazioni dello stesso tema. E i quadri, sono proprio quadri che pare di vedere mentre si ascolta la musica eseguita con grandissima intensità. Intensità che si sente in particolare nello Gnomus e poi, nel vecchio castello. Ma si tratta di un’intensità mai eccessiva, precisa e mai alterata dalla smania virtuosistica (e anche qui finalmente si sente tutto bene). Poi c’è la giocosità delle Tuileries, la “pesantezza” (come prescritto nello spartito) del Bydlo, la caratterizzazione dei personaggi nel quadro dei due ebrei polacchi, La piazza del mercato a Limoges che si sente davvero affollata, le Catacombae con l’attentissimo gioco di alternanza fra forte e piano. Nella Capanna di Baba-Yaga ritorna la perentorietà, che poi si addolcisce, per ritornare nel finale. Alla fine, la Grande porta di Kiev, con un attacco improntato alla sontuosità e alla grandiosità cui fa seguito un intermezzo dolce e pacato, per poi ritornare alla solenne chiusura.

Lucas Debargue ringrazia il pubblico per gli incessanti applausi alla fine del concerto.

Anche qui ha aiutato parecchio seguire la successione dei titoli sul programma di sala, perché la resa visuale dei quadri grazie alla musica in questa esecuzione di Lucas Debargue è stata davvero efficace.

Applausi entusiastici da parte del pubblico. Davvero entusiastici, tanto che non ha tardato ad arrivare l’atteso bis. Come annunciato da Debargue stesso, si è trattato di un brano di Domenico Scarlatti eseguito rigorosamente senza pedale. Gli applausi continuano ed ecco che il pianista annuncia di eseguire una sua improvvisazione, davvero tenerissima e coinvolgente. Ma non basta, facendo seguito all’insistenza degli applausi, il pianista esegue altri due brani, senza annunciarli, probabilmente si trattava di nuovo di sue composizioni o improvvisazioni.

Insomma, davvero un bel concerto, la scoperta di un bravissimo interprete con notevoli doti compositive. Abène,,,

 

 

Pubblicato da: miclischi | 10 settembre 2026

Sir John apre la XXV edizione di Anima Mundi

Torna Sir John a Anima Mundi!

Torna Sir John a Anima Mundi!

Era dal 2017, quando Sir John Eliot Gardiner era ancora il direttore artistico della rassegna pisana di musica sacra Anima Mundi, che non lo vedevamo in duomo a dirigere un concerto. E quella volta, per l’appunto, fu con i suoi ensemble di musica antica per offrirci una meravigliosa interpretazione del Vespro della Beata Vergine di Claudio Monteverdi. Se ne ragionò a suo tempo qui.

Fu un po’ strano leggere sul programma di quest’anno che Sir John avrebbe portato al suo pubblico pisano delle musiche di compositori dell’Ottocento: Brahms e Mendelshon. Ma questo aumentò ancor di più la curiosità, anche perché le musiche in programma non erano mai state ascoltate prima.

Già si capisce che qualcosa è cambiato quando di vedono entrare orchestra e coro: entrambi formati da membri molto più numerosi rispetto agli ensemble parecchio più ristretti per interpretare la musica antica. Più di 50 nell’Orchestra e più di 30 nel coro. Insieme formano Constellation Choir & Orchestra, un ensemble, appunto, sotto la direzione artistica di Sir John Eliot Gardiner.

La locandina della XXV edizione.

Quando entra Sir John, gli applausi scrosciano ancora più intensamente, come ad accogliere il Maestro con un caloroso Bentornato!

Poi si comincia con la musica, ed ecco Das Schicksalslied (Il canto del destino) op.54 di Johannes Brahms. Si inizia con una introduzione musicale di intensità pazzesca, una musica coinvolgente che mischia la delicatezza con lo spessore e che fra l’altro viene sottolineata a dovere, ma con levità, dal timpanista che guida con i suoi soffici colpi l’ascoltatore nel lasciarsi accompagnare nell’ascolto partecipato. Poi arrivano le voci, abbracciate da dei dolcissimi pizzicati degli archi, finché non emergono con luminosa potenza le voci dei soprani che sovrastano tutte le altre nella seconda parte della prima strofa.

Si continua con questa fortissima delicatezza, finché, alla fine della seconda strofa del testo, gli ultimi versi sono cantati dal coro a cappella. Emozioni davvero intense.

Sir John Eliot Gardiner con la sua orchestra e il suo coro.

Nella terza strofa (allegro), esplode in intensità pazzesca, anche in termini di velocità e volume. Ma poi pian piano ci si avvia verso un delicato da capo (adagio) che però, anche lui, alla fine esplode.

Una bellissima scoperta, questo Canto mai sentito prima, un brano relativamente breve (duna una dozzina di minuti) che però avvolge e cattura. Onore all’orchestra, al coro e al loro direttore!

Poi si passa a Felix Mendelssohn-Bartholdy e alla sua Sinfonia n.2 op.52 “Lobgesang” . Anche in questo caso la lettura del programma lasciò lì per lì un po’ sorpresi, ma poi si scoprì che era una sinfonia sì, ma anche con solisti e coro, insomma un po’ come nella nona di Beethoven… Anche se, come ben spiegano le note di Daniele Spini nel programma di sala, con proporzioni fra parti cantate e di sola musica ben diverse.

Altro fatto curioso che si apprese addentrandosi nelle ricerche su questa composizione, è che nonostante sia la seconda sinfonia, apparentemente fu composta dopo la quarta e la quinta (L’italiana e La riforma). Questione di numerazione…

Nella seconda di Mendelsohn arrivano i solisti. Qui le soprano Hilary Cronin e Samantha Cobb.

Beh, bisogna dirlo, dopo essersi immersi in questa profonda intensità del Canto di Brahms, l’inizio fanfaresco della Sinfonia di Mendelsohn ha quasi disturbato. Vero, si tratta di  un Maestoso con moto, ma questo ritmo forsennato con alti volumi e ottoni in grande evidenza (all’inizio di trombonisti si sono addirittura alzati in piedi), è sembrato in qualche modo eccessivo. Passato il secondo movimento (agitato), arriva un adagio religioso che però è sembrato conservare quel che di eccesso che insomma ha poco convinto. Poi arrivano le voci del coro, ma nel primo brano (tanto per cambiare: maestoso), c’è un’alta velocità e insomma questo permanere di eccessività.  

Finalmente ci si calma un po’ con il primo intervento solistico. La soprano Hilary Cronin canta accompagnata dal solo coro femminile. Un inciso: come già ci aveva abituato Sir John nei precedenti concerti, le voci soliste, diversamente dal solito, non si sistemano in postazioni sul proscenio a fianco del direttore, ma se ne stanno nel coro insieme agli altri, ed è proprio da lì che interpretano le proprie parti da solisti. Insomma una sorta di contrasto allo stereotipo che vuole affibbiare al solista un ruolo da protagonista.

Insomma, la Cronin, grazie anche al tempo molto più moderato, ci fa di molto la sua parte, con voce chiara, intensa e struggente, e precisissima negli acuti.

Il tenore Jonathan Hanley.

Poi tocca al tenore Jonathan Hanley, anche lui di molto calato nel ruolo, specialmente dei recitativi che, come giustamente sottolineato nelle note di sala, ricorda l’approccio dell’Evangelista nelle passioni bachiane. Grazie anche alla sua voce pacata e precisa.

Si parlava degli eccessi di questa sinfonia o forse della sua esecuzione. Il quarto movimento, in teoria A tempo moderato, di moderazione ne ha mostrata veramente poca. Ma finalmente ecco la tanto agognata delicatezza: nel quinto movimento entrano in gioco entrambi i soprani (alla Cronin si affianca Samantha Cobb anche lei davvero convincente) e insieme danno proprio una bella prova di intesa, nel cantare una musica – finalmente – davvero intensa senza essere eccessiva.

Insomma si continua poi con alternanze di solisti e coro, tutto bello, non c’è che dire, ma forse eravamo stati davvero influenzati dalla pacatezza del primo brano in programma, che qui compare solo a tratti. Rieccola, godibilissima, una intensa delicatezza nell’ottavo movimento. Prima con il coro a cappella, davvero efficace, e poi anche con l’orchestra, ma pur mantenendo quella dolce levità che tanto coinvolge. Una goduria.

Come godurioso è stato anche il duetto soprano-tenore del nono movimento, con il ritorno all’intensità quasi intima.

Il coro finale, manco a dirlo, è molto maestoso, ma particolare perché insiste sulla ripetizione delle frasi e delle parole. Insomma, via giù, una bella chiusa, seguita naturalmente da intensissimi applausi e grida di apprezzamento. Anche se, occorre dirlo, questa presupposta bachianità della sinfonia di Mendelsohn non la si è percepita più di tanto. Di certo di meno che nel suo Elias.

Direttore, solisti, orchestra e coro accolgono gli applausi alla fine del concerto.

Gli applausi non smettono e viene concesso un breve, ma di nuovo intensissimo bis.  A dire il vero non si sapeva che cosa fosse questo bis, anche perché nel caso fosse stato annunciato nella presentazione all’inizio della serata, siccome non si sentiva nulla, casomai ce lo eravamo perso Ma, grazie a Francesco, si scoprì che si è trattato del Geisliches Lied, op. 30 di Brahms. Si tratta di una trascrizione per coro e orchestra fatta dallo stesso Sir John di un pezzo originariamente per coro e organo.

Eccoci tornati alla delicata intensità del primo brano, ecco di nuovo quello che ci era mancato un po’ durante la seconda di Mendelsohn. Ecco, soprattutto, un infinito Amen finale che lascia proprio di stucco. Abène.

Peccato che, a differenza delle occasioni precedenti, non si sia potuto concludere la serata con una bella chiacchierata con Sir John, che era sempre stato ultradisponibile a incontrare il pubblico, firmare autografi, fare battute… Stavolta non è stato possibile. Peccato. Ciò no toglie che sia stata comunque una bellissima serata.

Pubblicato da: miclischi | 1 settembre 2026

Cortona on the move 2026: monotematica e variegata

Rieccoci a Cortona

Si torna a Cortona dopo tre anni, il che è sempre un piacere, considerando la bellezza della città, delle sue vie, dei suoi palazzi, dei suoi paesaggi. E poi visto che nei giorni precedenti alla visita aveva anche piovuto un po’, c’era anche (quasi) freschetto, il che ha aiutato un po’ nelle lunghe scarpinate su e già per la città a vedere mostre su mostre. Già, a proposito di mostre, quest’anno si è un po’ avuta l’impressione che siano diminuite sia le mostre che le sedi espositive (almeno rispetto a tre anni fa). Difatti, volendo, con po’ di impegno, si sarebbe potuto vedere tutto in un giorno solo, dalla mattina alla sera. Vabbè, le sedi espositive sono comunque parecchio goduriose.

Il tema di quest’anno (Beautiful Country) si concentra sull’Italia e sugli italiani, un po’ ispirandosi ai viaggi in Italia degli autori e artisti del nord-Europa nel passato, ma anche a nuove visioni. Insomma, un approccio monotematico e variegato al tempo stesso. Fra le 33 mostre, naturalmente, alcune hanno colpito di più e altre meno, e come al solito ecco qui di seguito qualche parola su quelle che sono state trovate particolarmente comunicative e godibili.

Una delle godurie di Cortona: godersi il tramonto in compagnia della donna-ulivo di Andrea Roggi.

Si comincia dal centro città, da due palazzi storici che ospitano tante mostre. A Palazzo Anderini-Gili solo due mostre, entrambe molto intense. Sonata del fotografo statunitense Aaron Schuman. Una visione molto originale dell’Italia con un occhio particolare sull’arte, la cultura, i libri. Si va da dettagli di pitture e sculture a foto di librerie stracolme di libri, ma anche a mobili scaricati in strada in attesa di essere portati via alle immagini scollacciate tipicamente appese nelle officine meccaniche. Una rivisitazione del viaggio in Italia molto variegata e intelligente, oltre che coinvolgente. Chiusura straordinaria con scatti in bianco e nero che raccontano i corpi degli ulivi…

C’è poi la fotografa italo-americana Andrea Modica con il suo racconto fotografico dal titolo Italian story. Tutti scatti in bianco e nero realizzati, così dice la guida, con un banco ottico. Sì, ma qualche dettaglio in più? Ormai ci siamo abituati, nelle mostre fotografiche non viene (quasi) mai indicato con che apparecchi sono state scattate le foto. Ma in questo caso, apprendere (non dalla mostra, ma dal sito web dell’artista) che gli scatti sono stati realizzati in formato 8×10 (in pratica le misure di un foglio A4) con pellicola Kodak Tri-x aggiunge non poco alla godibilità della mostra. Infatti si tratta di luoghi, ma soprattutto persone, contestualizzati in ambienti molto diversi, con una particolare attenzione agli ambienti acquatici e alle campagne. Sapere che per realizzare quegli scatti la fotografa ha dovuto portarsi dietro un apparecchio estremamente ingombrante e pesante, e che necessita di cavalletto, dà a quelle immagini una ulteriore dimensione e un particolare valore aggiunto. Davvero una intensità pazzesca.

A Palazzo Baldelli ci sono davvero tantissime mostre, e per cause imprecisate si decise di cominciare dal piano più alto per poi scendere giù. E, curiosamente, si ebbe come l’impressione che le mostre più coinvolgenti erano proprio quelle più in alto, mentre col calare dei piani calava anche la godibilità delle foto esposte. Misteri…

La foto di Courtnery Roy scelta come simbolo dell’edizione di quest’anno di Cortona on the Move.

Una delle foto della fotografa canadese Kourtney Roy è stata scelta (verrebbe da dire, chissà perché?) come immagine simbolo dell’edizione di quest’anno.  Fa parte della serie Napoli, cartoline mancate in cui l’artista si raffigura in contesti paesaggistici diversi, con abbigliamenti e atteggiamenti diversi e, nella foto-simbolo, non mostrando neanche la sua faccia. Una bella idea, questa serie, ma le foto nel complesso risultano un po’ gamene.

Un nuovo approccio al racconto dell’Italia e dei suoi contesti: una mostra interamente dedicata a immagini di distributori di carburante provenienti dagli archivi ENI. Ganzo rivedere situazioni di decenni fa (con le macchine – anche nel senso di automobili – di allora), ma anche ricordarsi che prima dell’ENI c’era l’AGIP che prima addirittura si chiamava Supercortemaggiore. Davvero un tuffo nel passato e un modo molto originale di raccontare la storia d’Italia.

Quando una mostra e il suo allestimento si sovrappongono e contribuiscono entrambi alla sua godibilità. Si tratta di Tombola, una serie di immagini del fotografo statunitense Jason Fulford montate su un pannellone in cui i 90 pannelli della tombola son girevoli e su cui sono applicate foto o parti di foto che sono distribuite su più pannelli. Si potrebbero passare delle ore a guardare quelle foto. Si passa e si ripassa con lo sguardo e si scorgono foto che non si erano viste prima. Meno male che da entrambi i lati del pannello c’erano delle sedie su cui sedersi…

Due mostre congiunte, quella di Gabriele Basilico con foto degli anni ’70-80 in bianco e nero e quelle recenti di Angelo Leonardo: Milano ai bordi. Come cambiano la città e i suoi luoghi, ma soprattutto i suoi abitanti. Nelle foto di Leonardo, infatti, il fotografo si concentra soprattutto sulle comunità di immigrati. Davvero una bella e intensa combinazione. 

La fontana nei Giardini del Parterre, luogo piacevolissimo e anche sede di una mostra all’aperto.

Ci si sposta a Stromboli con un’altra doppia-mostra: una con le foto scattate da Federico Patellani nel 1949 durante le riprese del film Stromboli (Terra di Dio) girato da Roberto Rossellini con  fra gli altri, Ingrid Bergman. Una bellissima documentazione storica. E poi, sempre sull’isola, gli scatti realizzati da Chiara Indelicato per la mostra Pelle di lava che fra l’altro si era già vista l’anno scorso alle Rencontres di Arles. Non particolarmente toccante.

Ed ecco uno dei fotografi fra quelli che hanno colpito in modo davvero straordinario.  Si tratta del giapponese Sohei Nishino con i suoi Diorami. Ha un modo del tutto particolare di usare il mezzo fotografico, almeno in questi lavori presentati a Cortona. Sono due: Il Po e Diorama Map Venice. Leggendo la presentazione del lavoro sul fiume Po si apprende che l’artista, nel percorrere tutto il corso del fiume dalle sorgenti alla foce, ha scattato centinaia di rullini. Centinaia? Poi, avvicinandosi all’opera enorme (montata su otto pannelli di formato 70×100 uno accanto all’altro), si scopre che ci sono davvero migliaia di scatti che sono stati ricomposti, alcuni sotto forma di stampe a contatto ed altri variamente ingranditi, per ricreare il percorso del fiume, delle sue sponde, delle città che attraversa, giocando sulle proporzioni e sul contrasto fra la visione d’insieme e la visione del particolare. Un approccio che lipperlì è apparso un po’ maniacale, ma la cui resa finale è davvero straordinaria. Di più nella ricostruzione del corso del Po che nella mappatura della città di Venezia. Fra l’altro, andando a ripescare nella memoria, tornò in mente che alcuni Diorami di Sohei Nishino si erano visti qualche anno fa (era il 2016) in Bretagna, al festival fotografico di La Gacilly (se ne ragionò a suo tempo qui).

La mappa di Venezia creata da Sohei Nishino.

Poi si va un po’ all’aperto, nei giardini del Parterre, e ci si gode una bellissima mostra che diventa subito anche un gioco a quiz. Si tratta di Paparazzi, una collettiva di foto scattate dai (a in alcuni casi ai) paparazzi ai tempi dei tempi. Con Fellini, Anna Magnani, Walter Chiari, ed altri personaggi “antichi”. Ed ecco il quiz: viene spontaneo chiedersi (e chiedere) chi sono i personaggi raffigurati nelle foto. Meno male che (caso abbastanza raro in questa edizione della rassegna), ogni pannello ha sul lato una didascalia che indica il fotografo e i soggetti fotografati e quindi la risposta al quiz. Un gioco che arricchisce la visita di questa mostra all’aperto. Davvero un tuffo nel passato estremamente godibile, anche per la qualità e curiosità delle foto.

Una delle gigantografie di Luca Campigotto lungo la Via Crucis. Non si era riconosciuto queto paesaggio di Gallipoli, ma ce lo ha rivelato Google Lens…

Ed ecco l’altra mostra all’aperto, quella lungo la Via Crucis salendo verso la Chiesa di Santa Margherita e la Fortezza. Sono foto stampate in modo gigantesco di paesaggi di varie parti d’Italia accomunati da un particolare: si tratta di foto scattate di sera o di notte, quindi per lo più con lunghe esposizioni. Quando scende la notte, si chiama la mostra del fotografo veneto Luca Campigotto. Immagini particolari, proprio per il contesto in cui sono state scattate (anche se, come al solito non si sa con cosa sono state realizzate). Per di più il gioco a quiz è stato più difficile rispetto a quello della mostra sui paparazzi. Infatti qui, come del resto nella maggior parte delle mostre, non ci sono didascalie, quindi non si sa dove si trovino i paesaggi fotografati. Fortunatamente si è potuti ricorrere a Google Lens… Però magari un cartellino che indicasse almeno il luogo ci poteva anche stare.

E poi si arriva alla Fortezza, con i suoi ampi e variegati spazi dentro e fuori. In uno degli spazio sotterranei della fortezza, ecco un’altra mostra che alla fine è risultata essere fra le più coinvolgenti: Campagna romana del fotografo statunitense Joel Sternfeld. Un bel connubio fra le rovine dell’architettura antica (soprattutto l’Acquedotto Claudio) e la vita odierna, sia in termini di palazzine e condomini che di persone che interagiscono oggi con l’antichità. Grande occhio fotografico nel cogliere proprio queste apparenti incongruenze. Pochi ma molto buoni anche i ritratti. Sono tutti scatti realizzati fra il 1989 e il 1991; ma, come si suol dire, sono immagini senza età, grazie alla loro bellezza e intensità.

Quando i luoghi dell’allestimento contribuiscono parecchio alla riuscita di una mostra (Campagna romana di Joel Sternfeld).

Una scelta molto particolare, Terre colpevoli, quella della fotografa olandese Steffi Reimers: raccontare i luoghi e i paesaggi calabri legati alle orribili attività della ‘Ndrangheta. Un connubio inquietante ma molto ben riuscito fra la bellezza dei paesaggi e l’orrore delle azioni che lì sono state commesse.

Nella collettiva dal titolo Peninsula ha particolarmente colpito la serie di foto che il fotografo Matteo de Mayda ha dedicato ai luoghi “minori” della laguna veneta. Fra l’altro, una volta tanto, con didascalie molto ben fatte.

Per finire, un saltino alla stazione ferroviaria di Camucia per l’ultima mostra prima di ripartire: Rave. L’ultima controcultura, con foto di Chiara Fossati e Mattia Zoppellaro. Un occhio puntato su un particolare aspetto di questo Beautiful Country: ambientazioni, masse di oggetti, persone gonfissime in foto d’insieme ma anche in intensissimi ritratti individuali. Un po’ sciagattata dal maltempo, questa mostra (come del resto anche altre che si erano viste in giro per Cortona), ma nonostante tutto assai godibile, anche per il riuscito contrasto/complementarietà fra foto stampate in grandissimo formato e foto piccole attaccate al muro di una stanzina.

Alla stazione di Camucia.

 

Pubblicato da: miclischi | 30 luglio 2026

Ecco un’altra Bencini 127: la Relex II

Un’altra Bencini dal mercatino di Marina di Pisa.

Ecco un’altra Bencini, ovviamente in formato 127 (pellicola larga 4 centimetri). Leggermente diversa dalle altre Bencini per pellicola dello stesso formato, questa macchina (Relex “II”) si distingue soprattutto per il fatto di avere l’obiettivo estraibile. Quindi il volume totale dell’apparecchio si riduce parecchio quando viene fatto rientrare l’obiettivo e la macchinetta la si può mettere anche in tasca. Praticamente ritorna a un volume simile a quello delle altre Bencini 127.

Il nome Relex lipperlì venne considerato quasi un voluto equivoco che poteva essere scambiato per Reflex, cosa che chiaramente non è. Sempre riguardo al nome, è curioso che nella targhetta sulla parte superiore della macchina, proprio accanto alla slitta per il flash, quel “II” sia messo proprio fra virgolette…

Il dorso con le due impostazioni per l’avanzamento della pellicola.

Comunque, si tratta di una macchina prodotta a partire dal 1952 come evoluzione della precedente Relex. Alla II fece seguito la S. Sulla scheda dal libro di Donato Consonni dedicato alle Bencini (a quanto pare non reperibile), si apprende che la Relex II poteva essere impostata per scattare nei formati 4×4 oppure 4×6, inserendo o togliendo dei riduttori all’interno della macchina. Cosa che si era trovata anche in altre macchine fotografiche d’epoca. Per qualche imprecisato motivo, questa macchinetta trovata al mercatino di Marina è invece predisposta per scattare solo nel formato 4×4, nel senso che pare che i riduttori non si possano facilmente rimuovere. Strano però che su questo sito dedicato alle Bencini venga affermato che la Relex “semplice” era a doppio formato, mentre la II risulterebbe in formato 4×4 e la S in formato 4×6. Tuttavia, dato che sul dorso della macchina c’è l’indicatore dell’avanzamento della pellicola per entrambi i formati, nel senso che bisogna ruotare il para-luce per proteggere la finestrina rossa da una parte o dall’altra a seconda del formato scelto, presumibilmente questa macchina originariamente poteva scattare sia in 4×4 che in 4×6.

Come cambiano le dimensioni quando si estrae l’obiettivo.

Ecco i dati tecnici: sull’obiettivo si legge che il tempo di otturazione è 1/30. C’è anche una levetta per passare al tempo B. Non ci sono indicazioni sulla lunghezza focale, né sull’apertura del diaframma, ma sulla succitata scheda di Consonni si legge che la focale è 75mm e il diaframma fisso è 11. La messa a fuoco si fa impostando la distanza sull’obiettivo (distanza minima 2 metri). Bisogna fare molta attenzione quando si imposta la distanza perché se si ruota anche minimamente l’obiettivo dalla sua “posizione di scatto” dopo l’estrazione dal corpo macchina, lo scatto, appunto, non funziona.

A parte questo problemuccio, l’uso pratico della macchina è abbastanza semplice, anche perché, diciamocelo, c’è da regolare solo la distanza. Per inquadrare il soggetto, nel mirino (un po’ annebbiato dall’età) bisogna fare un po’ di attenzione se si scatta in 4×4 perché due triangolini a destra e a sinistra delimitano il campo “ristretto” rispetto al 4×6. Altro dato interessante: l’otturatore è sempre carico, ed è indipendente dal trascinamento della pellicola, quindi si possono facilmente realizzare, volendo, anche esposizioni multiple.

Qualche scatto dai due rullini di prova.

E le prove pratiche? Sono stati scattati due rullini “storici” Efke 100. Entrambi i rulli sono stati sviluppati in Adox Rodinal in soluzione 1+50. All’atto pratico, le difficoltà operative sono risultate essere, come previsto, la difficoltà di inquadratura e di impostazione della distanza. Il primo rullo fu scattato proprio al mercantino dove fu acquistata la macchina. Il secondo un po’ a casa, un po’ a Pisa durante la spedizione per scattare foto alle sculture di Silvano Pulcinelli, un po’ a Lucca.

I risultati sono tutto sommato accettabili, anche con quella dimensione vintage prodotta dal connubio fra la scarsa limpidezza dell’obiettivo e le pecche di una pellicola ultra-scaduta. Fra l’altro, come si può vedere nell’ultima immagine della Torre Guinigi a Lucca, è anche successo che il dorso della macchina si aprisse inavvertitamente, perché la piastrina di chiusura non è molto soda e scorre troppo facilmente. Comunque, come sempre, far ritornare a vivere una macchina fotografica antica per farci qualche scatto è sempre un piacere!

Un’altra Bencini tornata a vivere!

Pubblicato da: miclischi | 24 luglio 2026

Luciano Lischi, sedici anni dopo

Luciano (a destra) con un po’ di parenti intorno alla griglia in giardino.

Eccoci arrivati a 16. E anche stavolta, per ricordare Luciano, si ripensa a una delle sue tante, tantissime passioni: cuocere la carne alla griglia.

In cucina, risaputamente, comandava Jolanda, sua moglie. Ma quando c’era da fare una grigliata, era Luciano a prendere il timone e a gestire le situazioni. Che si trattasse di una riunione con amici, cugini, altri parenti o chissacchì in giardino, dove una grande griglia era stata installata alla giusta altezza di lavoro, appoggiata su due muretti di mattoni fatti appositamente costruire; oppure, d’inverno, in occasioni più intime e familiari, quando la griglia la metteva nel caminetto del salotto.

In questa occasione fu assegnata alla figlia Lucia qualche salsiccia da fare su una piccola griglia.

Ma non solo: anche quando si andava a fare qualche gitarella domenicale sui Monti Pisani era normale portarsi dietro negli zaini, oltre al celebre thermos di brodo e al contenitore metallico per sei uova sode, anche qualche braciola di maiale e/o qualche salciccia da cuocere dopo aver fatto un po’ di fuoco e di brace con qualche rametto secco opportunamente protetto da pietre messe in circolo.

Qualche piccola braciatina capitava che si facesse anche quando si andava in campeggio. In quelle occasioni Luciano spesso delegava il compito della cottura alle figlie o al figlio, ma quando si era a casa, di solito se ne occupava personalmente lui, tranne forse quando si era in giardino con tanta gente.

Due regole le ripeteva spesso: le braciole di maiale si salano e si pepano durante la cottura, su entrambi i lati. Le bistecche di manzo, invece, mai e poi mai: ognuno se le sala e se le pepa a piacimento nel piatto, a cottura ultimata.

Pranzo a Marina negli anni ’60 con tutta la famiglia e le braciole nel pane preparate probabilmente da Leopoldo Nardi (che è anche l’autore della foto).

Per quanto riguarda il maiale (braciole e salsicce, più raramente la rostinciana che in casa non veniva mai denominata rosticciana come si sente dire molto spesso), Luciano aveva appreso dal suocero Leopoldo una particolarissima procedura.

Prima di tutto, magari un paio di giorni prima dell’occasione in cui si sarebbe cotta la carne alla brace, bisognava andare in via Fucini a prendere un bel pane di Altopascio intero. Ché infatti per la preparazione della cena era necessario che il pane fosse posato.

Poi, la sera della grigliata il pane veniva tagliato a metà, nel senso di traverso, in modo che ne venissero fuori la base e il coperchio; dopodiché si toglieva di sopra e di sotto un po’ di mollica, in modo da rendere le due parti un po’ più sottili.
Il pane veniva messo su uno sgabello o qualcosa del genere accanto al caminetto e durante la cottura (le salcicce andavano prima tutte bucate a colpi di forchetta per fare uscire il grasso e le braciole venivano salate e pepate ogni volta che venivano girate), Luciano apriva il pane togliendone il “coperchio”, ci metteva dentro i pezzi di carne, rimetteva il coperchio e ci si appoggiava sopra per schiacciare il tutto. Operazione che veniva ripetuta spesso fino alla fine della cottura, allorché tutti i pezzi di carne venivano appunto rimessi dentro l’involucro di pane e portati in tavola.

Luciano alle prese con le braciole nel pane preparate nel caminetto a Marina nel gennaio del 2005.

A ognuno dei convitati spettava un pezzo di pane (il quale come si può immaginare si era bello impregnato di sugo salato e pepato della carne durante gli strizzamenti), una braciola e una salciccia. A noi bimbi il pezzo di pane appariva come la parte più appetitosa del pasto! Salatissimo, pepatissimo, saporitissimo. Insomma, quasi più gustoso della carne stessa. Il che non toglie che, ovviamente, ci divorassimo anche la braciola e la salsiccia.

Insomma, una modalità di preparazione del maiale alla brace che, in seguito a ripetute indagini fra gli amici, è risultato essere quasi sconosciuto ai più. Ma ci abbiamo riprovato, e come, a rifare questa strana combinazione di pane e maiale anche in anni recenti, e gli esperimenti sono stati sempre un vero successo!

Ecco un altro gustosissimo modo di ricordare Luciano!

Pubblicato da: miclischi | 20 luglio 2026

La suite di Giava: un libro estremamente coinvolgente

L’edizione italiana pubblicata da Iperborea nel 2023 nella traduzione di Claudia Cozzi.

Forse non tanto spesso, ma può succedere che leggendo un libro è come se ci si sentisse presi per mano dall’autore. Come se ci chiedesse di accompagnarlo, di aiutarlo a trovare nella narrazione i suoi ricordi, le sue sensazioni, i suoi tentativi di ricostruire un passato che non ha personalmente vissuto ma che per lui è davvero importante scoprire, conoscere a fondo, per riviverlo in qualche modo.

Questo, proprio questo è successo nella lettura del libro dell’autore olandese Jan Brokken dal titolo (nell’edizione italiana) La suite di Giava.

Questo rapporto intimo che si crea fin dalle prime pagine fra l’autore e chi legge fornisce, naturalmente, un grande valore aggiunto al piacere della lettura.

Ci porta in un altro mondo, Jan Brokken, sia in termini di tempo che di spazio (parte della narrazione e della rievocazione ci porta in Indonesia ai tempi in cui era una colonia olandese), ma non solo. Ci porta anche in tante diverse dimensioni. Prima di tutto quella musicale: il titolo del libro è anche il titolo di una composizione (Java Suite) del musicista di origini lituane – insomma, anche lui una delle anime baltiche – Leopold Godowsky. E, in particolare, è proprio dall’ascolto casuale di un brano della suite, L’orto botanico di Buitenzorg, che l’autore scopre questa musica (ispirata alla musica tradizionale indonesiana) e se ne appassiona. Fra l’altro, il titolo originale del libro era proprio quello di questo brano, e non dell’intera Suite. E i riferimenti a questi brani musicali si affacciano frequentemente nella narrazione e rendono quindi indispensabile dedicarsi anche all’ascolto della Suite.

Dalla pagina Wikipedia dedicata a Leopold Godowsky

Perché questo interesse quasi ossessivo da parte dell’autore per quello che succedeva in Indonesia nel passato non troppo lontano, insomma fino alla fine della seconda guerra mondiale? Perché lì vissero i suoi genitori prima che lui nascesse, e lì nacque il suo fratello maggiore. Il padre era un pastore protestante che era stato incaricato di studiare le varie sfumature delle religioni cui aderivano gli abitanti delle isole, ma anche i motivi per cui a volte decidevano di cambiare, per esempio lasciando l’Islam per convertirsi al cristianesimo. Sua madre, Olga, lo seguì in qualità di moglie, ma fin da subito si appassionò per lo studio delle varie lingue locali, fino a diventarne esperta, e poi si dedicò anche alla musica (rieccola!) e al canto. Si intuisce dalla lettura che l’intensità delle ricerche sul passato della propria famiglia si concentra molto più appassionatamente sulla madre. Anche perché dopo la sua morte la zia consegnò a Jan Brokken tutte le lettere che sua sorella le aveva scritto dall’Indonesia.

Uno dei fulcri del libro è la complessità e la ricchezza delle relazioni che i genitori dell’autore si impegnarono a stabilire con le altre persone, fossero anch’esse espatriate oppure appartenenti alle varie comunità locali. E anche locali ha una connotazione multipla, dato che durante la loro permanenza cambiarono spesso la loro residenza. E meno male che proprio all’inizio del libro c’è una bella e dettagliata mappa dell’arcipelago, così ci si rende conto meglio anche dei loro spostamenti.

Poi arrivò la guerra, con l’occupazione da parte dei giapponesi, i campi di concentramento – esperienze durissime e traumatizzanti – e alla fine il rientro dei genitori in Olanda.

Fin da subito, considerando tutti questi variegati aspetti delle esperienze dei genitori, il libro si denota come altamente poliedrico. Si mescolano ricostruzioni del fatti passati con le considerazioni di oggi, in seguito anche ai viaggi che l’autore decise di fare per vedere di persona quei luoghi dei quali aveva solo sentito parlare.

Un libro pieni di episodi che si possono forse definire avventurosi; un tuffo nella storia del colonialismo; tanti spunti sulle tante dimensioni dello studio delle lingue e delle loro traduzioni; ma anche sullo studio della musica, sia quella europea che quella locale; gli equivoci e le incomprensioni legate alle diverse credenze religiose… insomma, davvero un libro multiforme. Che mescola alla gioia del ritrovamento anche l’angoscia della consapevolezza che i propri genitori avevano vissuto anche momenti di grande angoscia. Come emerge dalle parole della mamma dell’autore:

Da nessun’altra parte ho sofferto tanto, da nessun’altra parte ho vissuto così intensamente.

Un’edizione storica del libro di Conrad pubblicata da Mursia nella traduzione di Ivo Brunetti e Ugo Mursia.

Si è detto del rimando alla musica di Godowsky, che ovviamente venne voglia di ascoltare e lasciarsene rapire. Ma ci sono altri stimoli, come per esempio la citazione del secondo romanzo di Joseph Conrad, An Outcast of the Islands, che in parte narra storie che si svolgono nell’Indonesia olandese (prima o poi andrà letto). Ci sono poi anche altre citazioni di libri, come i romanzi di Han J. Friedericy, grande passione dell’adolescenza dell’autore (malauguratamente, a quanto pare disponibili solo in olandese). Ma un altro libro che forse ci si potrebbe procurare (in inglese) è la biografia di Leopold Godowsky scritta da Jeremy Nicholas con il sottotitolo The Pianist’s Pianist. Questo è uno dei tanti titoli citati nella postfazione, peccato che sia praticamente l’unico non in olandese…

Per finire, sempre la postfazione segnala l’esecuzione da parte della pianista indonesiana Esther Budiardjo della Suite di Giava disponibile su YouTube (fra l’altro durante l’ascolto si può seguire la musica sullo spartito), ma anche il brano citato nell’apertura del libro, eseguito proprio dall’autore della musica.

 

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